Qualità dell’aria in Europa: i vecchi limiti sono rispettati, ma non ancora quelli del 2030

di Giuliano Spina

L’aria che respiriamo in Europa appare più pulita se osservata attraverso gli attuali limiti di legge. Ma il quadro cambia quando si prendono come riferimento i nuovi standard europei che entreranno in vigore entro il 2030 e, soprattutto, le più stringenti linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità. È quanto emerge dall’analisi dei dati del 2024 delle stazioni di monitoraggio europee, raccolti dall’European Environment Agency (EEA). Il confronto riguarda in particolare tre inquinanti: particolato fine PM2,5, PM10 e biossido di azoto (NO2).

La fotografia restituisce quindi due realtà differenti. Da una parte, rispetto agli attuali limiti europei, le situazioni di superamento riguardano una quota relativamente contenuta delle centraline. Dall’altra, utilizzando i valori che l’Unione europea richiederà dal 2030 o quelli indicati dall’OMS come riferimento per la tutela della salute, la distanza da colmare appare molto più ampia.

PM2,5, il principale campanello d’allarme

Il particolato fine PM2,5 è probabilmente l’indicatore che evidenzia meglio questa differenza.

Nell’elaborazione sono state considerate 2.470 stazioni europee. Soltanto il 5,4% registra una concentrazione media annua pari o inferiore ai 5 microgrammi per metro cubo indicati dall’OMS. Il 51,2% si colloca tra 5 e 10 microgrammi, mentre il 41,9% è compreso tra 10 e 25.

In base ai dati dell’EEA, nel 2024 il 92,5% delle stazioni ha registrato valori superiori alla linea guida annuale dell’OMS. Al contrario, soltanto circa l’1% delle centraline superava l’attuale limite europeo di 25 microgrammi per metro cubo.

Il dato mostra quindi quanto possa essere diversa la lettura del problema a seconda del parametro utilizzato: il rispetto dell’attuale normativa non coincide necessariamente con il raggiungimento dei livelli indicati dalle autorità sanitarie come più protettivi.

Italia, il PM2,5 resta una criticità

La situazione italiana appare particolarmente significativa.

Delle 341 stazioni considerate per il PM2,5, soltanto l’1,8% presenta una media annuale entro i 5 microgrammi per metro cubo indicati dall’OMS. Il 24% si trova tra 5 e 10, mentre il 74,2% supera i 10 microgrammi, che rappresenteranno il nuovo limite annuale europeo dal 2030.

Nessuna delle stazioni italiane considerate supera invece l’attuale limite europeo di 25 microgrammi. È proprio questo contrasto a evidenziare la distanza tra la situazione fotografata dalla normativa attuale e quella che dovrà essere raggiunta nei prossimi anni.

Anche considerando i superamenti giornalieri, l’Italia mostra una situazione più problematica rispetto alla media europea. Il nuovo limite consentirà di superare i 25 microgrammi per metro cubo per un massimo di 18 giorni all’anno. Nel 2024 il 54,8% delle stazioni italiane avrebbe superato questa frequenza, contro il 30,8% delle stazioni considerate complessivamente in Europa.

PM10, progressi ma ancora diverse criticità

Per il PM10 la situazione europea è meno problematica rispetto al PM2,5, ma anche in questo caso il confronto con i valori sanitari dell’OMS restituisce un quadro meno rassicurante.

La nuova normativa europea porterà il limite annuale da 40 a 20 microgrammi per metro cubo. Nell’elaborazione effettuata su 3.837 stazioni, il 62,7% presentava già nel 2024 una concentrazione inferiore al futuro limite del 2030.

Soltanto il 34% delle stazioni, però, risultava entro i 15 microgrammi indicati dall’OMS come valore guida annuale.

Anche in Italia il problema emerge soprattutto quando si considerano i superamenti giornalieri. Il nuovo standard europeo consentirà di superare i 45 microgrammi per metro cubo per non più di 18 giorni all’anno. Nel 2024 il 46% delle 569 stazioni italiane considerate avrebbe oltrepassato questa soglia di frequenza.

A livello europeo, invece, il 70,3% delle stazioni risultava già entro il nuovo limite giornaliero previsto per il 2030. L’EEA segnala tra le aree maggiormente problematiche proprio l’Italia e, in particolare, la Pianura Padana, dove densità abitativa e produttiva si combinano con condizioni geografiche e meteorologiche che possono favorire l’accumulo degli inquinanti.

NO2, il traffico resta uno dei nodi

Il biossido di azoto racconta soprattutto il rapporto tra qualità dell’aria, mobilità e aree urbane.

Secondo l’EEA, il trasporto rappresenta la principale fonte di NO2 e contribuisce a circa metà delle emissioni annuali europee di ossidi di azoto. La particolare vicinanza delle emissioni al suolo fa sì che le concentrazioni più elevate si registrino soprattutto nelle aree densamente popolate.

Nel 2024, nell’elaborazione su 3.794 stazioni europee, il 30,5% presentava valori medi annuali entro i 10 microgrammi per metro cubo indicati dall’OMS. Il 40,7% si collocava tra 10 e 20, mentre il 26,4% era tra 20 e 40.

L’analisi dell’EEA indica che il 67,2% delle stazioni europee superava la linea guida annuale dell’OMS, mentre il 73% risultava già al di sotto del futuro limite europeo di 20 microgrammi per metro cubo.

In Italia la situazione è meno favorevole rispetto alla media europea. Tra le 624 stazioni considerate, il 31,4% registra valori compresi tra 20 e 40 microgrammi e l’1,8% supera ancora l’attuale limite di 40. Complessivamente, circa una centralina italiana su tre supera quindi il futuro limite annuale europeo.

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