Avete presente la versione italiana di Paul Newman? Chi potrebbe fungere da nemesi di James Bond, nella versione interpretata da Sean Connery? Chi ha riportato, sul rettangolo verde degli Anni Settanta, la possenza e la perizia calcistica di un Franz Beckenbauer, di un Johan Cruyff, di un Kevin Keegan? Sentiamo ancora gli echi del boato, intonato a squarciagola dal pubblico assiso allo Stadio Olimpico di Roma, in quel fatidico 12 maggio del 1974. «Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia!».
Rigore insaccato in rete ai danni del portiere del Foggia al 14° minuto del secondo tempo, grazie al tiro dal dischetto del bomber biancoceleste. Gli 80.000 spettatori presenti gioirono, per il Primo Scudetto conquistato dalla più antica (e bistrattata) squadra della Capitale. Giusto il tempo di cucire lo scudo tricolore sulle maglie biancocelesti, e la cronaca sportiva diventava narrazione epica. La conclusione del Campionato Italiano della Massima Divisione aveva creato una nuova leggenda.
«Chinaglia per sempre» (Reality Book, Roma 2026, pp. 170, foto b/n e colori, Euro18) è quel libro che ogni famiglia dovrebbe vedere passare dalle mani del nonno a quelle del nipote. Ubriacatevi di Jannik Sinner fino all’ultimo set. Nel paese immobilista per eccellenza, l’Italia, il calcio rimane l’unico sport in grado di fare dialogare, litigare, appassionare tutte le generazioni, senza lacune o salti tra uno “scaglione” e l’altro! Eppure, cari mondializzati del tempo presente, il calcio, targato «Italia 2026», ha perso davvero tanto, rispetto ai tempi del pallone bianco con i rombi neri.

Dopo ben tre qualificazioni mancate alla fase finale dei Mondiali, assistiamo, impotenti, alla scomparsa dell’uomo-bandiera, ovvero il calciatore che ha legato, lega e legherà, ben oltre l’arco della sua carriera, il suo nome ad una squadra ben precisa, a dei colori univoci, al popolo degli estimatori e dei canzonatori, destinati a tramandarne la memoria. Che ne sarebbe della memoria di un Osvaldo Bagnoli, senza associarla ai colori del Verona? Giorgio Chinaglia (Carrara, 24 gennaio 1947 ‒ Naples [Florida/U.S.A., 1aprile 2012) è stato, continua ad essere, e, probabilmente, sarà, il testimone di quel calcio, fattosi tutt’uno con l’identità, le aspirazioni, le delusioni di milioni di Italiani, sparsi in tutto il globo terracqueo grazie alle migrazioni del Secondo Novecento.
I venti capitoli del libro, scaturiti dalla penna del giornalista‒scrittore Francesco Troncarelli, fiammeggiano per immediatezza narrativa. La parabola esistenziale di «Long John» non poteva trovare cantore migliore! «Fisicamente era una roccia e calcisticamente ci sapeva fare». Il soprannome anglicizzante, perfettamente calzante sulla fisicità del figlio di un cameriere emigrato in Inghilterra e di una casalinga, riassume un percorso cadenzato da 319 reti, segnate nel corso di 429 gare, disputate tra l’Italia e gli Stati Uniti, con tappe intermedie dal Regno Unito alla Germania.
Lo stile narrativo del tifoso letterato è grintoso, graffiante, gelidamente finalizzato ad ottenere il risultato, proprio come fatto da “Giorgione” in campo! Chinaglia era un ribelle incorreggibile? Viene ancora oggi discusso se il gesto di “allontanamento” con la mano, rivolto il 15 giugno del 1974 alla panchina azzurra in occasione della partita Italia-Haiti. Esso era rivolto a smorzare le canzonature dei compagni di squadra o a fanculizzare l’allora popolarissimo allenatore, “Uccio” Valcareggi? Chinaglia era davvero una canaglia, fuori dal campo? La testimonianza passa alle migliaia di persone che lo accolsero all’aeroporto di Fiumicino, in quel 29 agosto del 1975: «ad attenderlo c’erano migliaia di persone. Una manifestazione di affetto incredibile».
Chi era davvero quell’uomo che il prefatore, e suo compagno di squadra, Giancarlo Oddi, ricorda come «una persona molto dolce, dotata di una grande sensibilità e di una bontà d’animo eccezionali»? Portiamo con noi, a mare, in montagna o al parco, questo godibilissimo libro. La lettura di sposerà benissimo con queste settimane, calde e afose. Non dimenticate di mettere «Chinaglia per sempre» in valigia, quando farete una capatina a Roma. Nella Città Eterna, riservatevi un’ora per visitare la «Cappella Maestrelli», allocata nel cimitero di Prima Porta.
La salma di Giorgio riposa nello stesso sarcofago che racchiude le spoglie di Tommaso Maestrelli, allenatore-padre della Lazio “scarmigliata” e scalmanata del 1974, e le spoglie di Pino Wilson, il Capitano di quella Lazio inimitabile, scomparso nel 2022. Giorgio, Tommaso e Pino sono così, uno accanto all’altro, in una sorta di Spoon River dai colori biancocelesti. Scritti aurei, come quello di Troncarelli, ricollocano un presunto irregolare nell’alveo di un’umanità, troppe volte confusa con la normalità, forzosa e anodina, di quanti non hanno vissuto, o meglio non hanno mai voluto vivere, un’esistenza di interminabili acuti e cadute. Del resto, si sa, ad un autentico uomo-bandiera si perdona di tutto, fuorché l’infedeltà per i propri colori!
(Immagine posta a corredo del presente articolo, scelta dal prof. Leonardi a beneficio dei lettori. Vorreste individuare, per favore, la piaga per eccellenza del calcio contemporaneo? Noi diremmo, senza pensarci due volte: il mercenariato dei giocatori. Nella totale assenza dell’uomo-bandiera, ovvero di quel calciatore entrato in simbiosi con la maglia e il club, seguito dall’inizio alla fine della sua carriera agonistica, non ci resta che…leggere! Il libro di Francesco Troncarelli può aiutarci a colmare questo vuoto, nell’attesa di tempi migliori)