Tornare alla «Casa nella prateria»? La re-invenzione “in rosa” del Western attraversa tutte le stagioni. Basta accendere la TV per trovare il centesimo passaggio di un episodio della famiglia di Plum Creek, piccolo villaggio agricolo del Minnesota. Quella che tre secoli addietro era la frontiera della frontiera, la parte nordorientale dei costituendi Stati Uniti d’America, cosa insegna a tutti noi? Nel 2026, bisogna necessariamente essere dei pensionati, per guardare in televisione «La casa nella prateria»?

di Marco Leonardi

Dal 1974 al 1982, le otto stagioni del telefilm «La casa nella prateria» ha commosso, entusiasmato, trascinato il pubblico sparso in tutte le parti del globo terrestre, nella visione di un western del tutto anomalo rispetto ai canoni di questo genere narrativo. I 208 episodi complessivi che compongono la saga della famiglia Ingalls, in lingua originale nota con la dicitura di Little House on the Prairie, sono liberamente ispirati da una serie di libri, scritti dalla narratrice statunitense Laura Ingalls Wilder (1867-1957).

«Casa è la parola più bella che ci sia»: questo mantra ricorre in una delle serie televisive, tra le più longeve di quelle create per il piccolo schermo. Vedere, nel 2026, «La casa nella prateria», sembra una pratica per vecchi pensionati, che non hanno nulla da fare per ammazzare il tempo. Nulla di più falso. L’America dell’Ottocento, il “selvaggio west” del secolo XIX, il rapporto tra la periferia e la città di Walnut Grove, non è lontano rintracciare quell’epopea viva, fatta di gioie e dolori, sudore e lacrime, forza e debolezza, che hanno vissuto i nostri nonni, che hanno sperimentato i nostri padri.

E noi? Perché continuare a vedere, nella tanto decantata società virtuale del presente, «La casa della prateria?» In primo luogo, per disintossicarsi da un presente che, lo ripeteremo all’infinito, non è l’unico presente possibile, un’attualità che potremmo derubricare in tantissime altre forme e modalità, rispetto a quella che la decadenza odierna ci sbatte in faccia. Vedere un episodio, incentrato sulle vicende della famiglia Ingalls, fa sorridere e riflettere allo stesso tempo. Sorridiamo quando vediamo un Western ricostruito, ripulito e rieducato ad uso e consumo delle famiglie.

La prima reazione sarebbe di dire: meglio così, che male c’è? I Valori, trasmessi da questa lunghissima epopea in celluloide, sono quelli che hanno forgiato una Civiltà di lungo corso, quale quella che è arrivata dai nostri trisnonni ad oggi: religiosità cristiana, lavoro, famiglia costituiscono il trinomio, sul quale affrontare e dal quale affrontare le sfide di una quotidianità mai facile.

Povertà, malattie, disoccupazione riecheggiano in pressoché ogni episodio. La differenza, rispetto al “senso” (disgustoso) di oggi? Nessuno, a partire da papà Charles Ingalls, aveva la minima remora a rimboccarsi le maniche. Per la moglie, per i figli, si era pronti ad affrontare sacrifici, a costruire una casa, a procedere tra mille difficoltà. Sorridiamo, di certo, nel vedere i protagonisti indossare, sempre e comunque, vestiti lindi e freschi di stireria.

Per la serie: metti a confronto un componente della famiglia Ingalls e il duo Bud Spencer – Terence Hill del celebre «Lo chiamavano Trinità», e subito un dubbio ti assale: era più vicino al vero la totale lindezza dell’abbigliamento della famiglia Ingalls oppure gli stracci marcescenti del buon Terence corrispondevano alla realtà storia del West? Nessuno dei due: non troveremmo risposta più equilibrata. Nonostante la mano “purificante” che pervade tutta la serie, rivedetela comunque, con interesse e con curiosità! Non esiste possibilità migliore per fruire di un’enciclopedia per immagini, tra le più belle di quelle esistenti sulla frontiera americana del secolo decimonono. Buona visione de «La Casa della Prateria» a tutti voi. Impariamo Valori positivi e costruttivi, quando accendiamo la televisione; ne abbiamo, davvero, tanto bisogno!  

(Immagine posta a corredo del presente articolo, scelta dal prof. Leonardi a beneficio del lettore. Cambiano i tempi, urge non cambiare il modo di vivere il tempo, all’insegna della gradualità. Ecco la famiglia che tutti desidereremmo avere, la famiglia di cui tutti vorremmo fare parte: la famiglia «Ingalls». Papà Charles (al secolo Michael Landon), mamma Caroline (al secolo Karen Grassle), unitamente alle figlie Mary Ingalls (al secolo Melissa Sue Anderson), Laura Ingalls (al secolo Melissa Gilbert), Carrie Ingalls (al secolo Rachel Lindsay Greenbush) e Alyssa Ingalls (al secolo Sidney Greenbush). Invitiamo alla visione di un telefilm melenso e stucchevole? Balle! Quando pensate al 27, non ricordate, sempre e comunque, solo la data nella quale, un tempo, in Italia si pagavano gli stipendi ai dipendenti pubblici! Mettevi comodamente in poltrona, tenete in mano il telecomando e pressate i numeri 2 e 7: et voilà, il Western è servito!)  

Autodafé immaginato, puntata numero 59 di giovedì 3 settembre 2026

jacktoto