Sembrano quasi la stessa parola, ma indicano atteggiamenti profondamente differenti nei confronti della conoscenza, della verità e del divino. Capire la differenza tra “gnostico” e “agnostico” significa fare chiarezza su una delle confusioni terminologiche più frequenti quando si parla di religione e filosofia.
A prima vista, la distanza tra gnostico e agnostico potrebbe sembrare minima: entrambe le parole contengono il termine greco gnōsis, cioè “conoscenza”. In realtà, il prefisso “a-” cambia radicalmente il significato. Se lo gnostico è legato all’idea di una conoscenza capace di condurre alla verità ultima, l’agnostico sostiene, in senso generale, che su determinate questioni – soprattutto sull’esistenza di Dio o sulla realtà ultima – non disponiamo di una conoscenza certa, oppure ritiene che tale conoscenza non sia accessibile.
La radice comune: la “gnosi”
Per comprendere la distinzione bisogna partire dal termine greco gnōsis, “conoscenza”. Non si tratta però semplicemente della conoscenza che si acquisisce studiando o raccogliendo informazioni.
Nel linguaggio religioso e filosofico, la gnosi indica soprattutto una conoscenza profonda, interiore, spirituale, legata alla comprensione della realtà e della condizione umana. In alcune tradizioni antiche questa conoscenza assume un valore salvifico: conoscere la propria vera natura e la realtà ultima significa, in qualche modo, liberarsi dall’ignoranza.
Da qui deriva il termine gnosticismo, utilizzato dagli studiosi per indicare un insieme di correnti religiose e filosofiche sviluppatesi soprattutto nei primi secoli dell’era cristiana. Non si trattava di una religione unica e compatta: sotto questa definizione vengono comprese tradizioni differenti, accomunate però dall’importanza attribuita alla conoscenza spirituale.
In molte di queste correnti il mondo materiale veniva considerato problematico o radicalmente separato dalla realtà divina, mentre la salvezza era collegata al risveglio di una conoscenza interiore.
È importante, tuttavia, non confondere automaticamente lo gnostico con lo gnosticismo storico. Una persona può definirsi oggi “gnostica” in senso spirituale o filosofico senza aderire necessariamente alle dottrine delle antiche scuole gnostiche.
Che cosa significa essere agnostici?
L’agnosticismo nasce invece in epoca moderna. Il termine fu coniato nell’Ottocento dal biologo inglese Thomas Henry Huxley per descrivere una posizione secondo cui non è possibile affermare di possedere una conoscenza certa riguardo a ciò che trascende l’esperienza umana.
L’agnostico, dunque, non è necessariamente una persona che “nega Dio”. Questa è una delle semplificazioni più comuni.
Un ateo, in senso generale, non crede nell’esistenza di Dio o degli dèi. Un agnostico, invece, pone l’accento soprattutto sulla possibilità di sapere: possiamo davvero conoscere con certezza se Dio esiste? Possiamo dimostrarlo o escluderlo definitivamente?
La risposta dell’agnosticismo tende a essere prudente: non abbiamo una conoscenza sufficiente per arrivare a una certezza definitiva, oppure la questione potrebbe non essere conoscibile attraverso gli strumenti umani.
Credere e sapere non sono la stessa cosa
Qui emerge una distinzione fondamentale. Teismo e ateismo riguardano soprattutto la credenza; agnosticismo e gnosticismo riguardano soprattutto la conoscenza.
Per questo, nella filosofia della religione, una persona può essere contemporaneamente:
– teista e agnostica, se crede in Dio ma ammette di non poter sapere con certezza che Dio esista;
– atea e agnostica, se non crede in Dio e ritiene, inoltre, di non poter dimostrare che Dio non esista;
– teista e gnostica, se crede di avere una conoscenza certa dell’esistenza divina;
– atea e gnostica, se sostiene di sapere che Dio non esiste.
La realtà delle posizioni individuali, naturalmente, è spesso più sfumata di questo schema. Ma la distinzione aiuta a capire che credere e sapere sono due piani diversi.
Lo gnostico cerca una conoscenza; l’agnostico ne mette in discussione la possibilità
La differenza può essere sintetizzata in modo semplice.
Lo gnostico attribuisce alla conoscenza spirituale un ruolo centrale e ritiene possibile, in una determinata forma, accedere a una verità profonda sulla realtà ultima. La conoscenza non è soltanto un esercizio intellettuale: può diventare esperienza interiore e trasformazione dell’individuo.
L’agnostico, al contrario, assume una posizione di cautela epistemologica. Di fronte alle grandi domande metafisiche – Dio esiste? Che cosa c’è oltre la realtà osservabile? Esiste una dimensione trascendente? – ritiene che sia necessario riconoscere i limiti della conoscenza umana.
Non è quindi corretto dire che “gnostico” e “agnostico” siano semplicemente due posizioni opposte. Il primo termine richiama una particolare concezione della conoscenza spirituale; il secondo indica soprattutto una posizione sui limiti del conoscere.
Una differenza che riguarda anche il nostro tempo
La distinzione non è soltanto una questione terminologica. In un’epoca nella quale informazioni, convinzioni religiose e interpretazioni filosofiche circolano rapidamente, distinguere tra ciò che crediamo, ciò che sappiamo e ciò che riteniamo di non poter sapere diventa particolarmente importante.
Dire “io credo” non equivale a dire “io so”. Allo stesso modo, dire “non posso saperlo” non equivale necessariamente a dire “non esiste”.
È proprio in questo spazio tra fede, conoscenza e dubbio che si collocano molte delle domande più antiche dell’umanità.
Lo gnostico guarda alla conoscenza come a una possibile via verso la verità e la trasformazione spirituale. L’agnostico invita invece a interrogarsi sui confini della conoscenza stessa. Due atteggiamenti diversi, dunque, ma accomunati da una parola che continua ad attraversare la storia del pensiero: gnōsis, la conoscenza.