Il 23 agosto 1926 il mondo del cinema si fermò davanti alla morte di un uomo che aveva appena 31 anni. Rodolfo Valentino moriva a New York, lasciando dietro di sé non soltanto una carriera breve e straordinaria, ma soprattutto un’immagine destinata a sopravvivere al tempo.
Nato a Castellaneta, in Puglia, nel 1895 con il nome di Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi, era arrivato negli Stati Uniti ancora giovane, portandosi dietro il sogno di una vita diversa. Il cinema sarebbe diventato presto il luogo nel quale trasformare quel sogno in realtà.
Gli anni della gavetta lasciarono spazio alla fama quando Valentino cominciò a imporsi sul grande schermo con quella presenza che ancora oggi appartiene all’immaginario collettivo. I quattro cavalieri dell’Apocalisse, Lo sceicco, Sangue e arena… bastarono pochi film per trasformare un giovane emigrato italiano nel divo più desiderato del cinema americano.

Valentino aveva qualcosa che allora appariva nuovo. Non era soltanto il protagonista romantico delle storie che interpretava. Era elegante, seducente, misterioso. Il suo modo di guardare, di muoversi, persino di restare in silenzio davanti alla macchina da presa contribuì a costruire un nuovo modello di uomo sul grande schermo. Il termine latin lover avrebbe trovato proprio nella sua figura una delle sue rappresentazioni più celebri.
Intorno a lui nacque una vera e propria febbre. Le donne lo adoravano, il pubblico ne seguiva ogni passo e la sua vita privata finiva sulle pagine dei giornali. Valentino era diventato un fenomeno, uno dei primi grandi divi capaci di superare i confini dello schermo.
Poi, improvvisamente, arrivò la morte.
Un malore, il ricovero al Polyclinic Hospital di New York, l’intervento chirurgico e quelle complicazioni che, in pochi giorni, portarono via un uomo ancora giovanissimo. La notizia della sua scomparsa si diffuse rapidamente e provocò una reazione popolare impressionante. Una folla immensa si riversò nelle strade di New York per l’ultimo saluto a quell’attore che molti sentivano quasi di conoscere personalmente.
La morte, come spesso accade con i grandi miti, non chiuse la storia di Rodolfo Valentino. La rese leggenda!
Da quel momento il suo volto rimase fermo nel tempo. Non avrebbe mai avuto l’occasione di invecchiare davanti alle telecamere, di vedere arrivare il cinema sonoro, di assistere alle trasformazioni di Hollywood. Rimase quello degli anni Venti, giovane, elegante, affascinante, eternamente legato a quell’epoca nella quale il cinema aveva ancora il potere di raccontare passioni immense anche senza una sola parola.
Sono passati cent’anni da quel 23 agosto del 1926 e il nome di Rodolfo Valentino continua a evocare qualcosa che va oltre il cinema. Racconta il desiderio di un’epoca, la nascita del divismo moderno e il rapporto quasi misterioso che può instaurarsi tra un volto sullo schermo e chi lo osserva dall’altra parte.
Il suo lascito più grande resta forse proprio questo, aver trasformato un volto sullo schermo in un’immagine capace di attraversare il tempo e continuare a sedurre chiunque, ancora oggi, si trovi a guardarlo dall’altra parte.