A Serbian Film: il capolavoro maledetto che il mondo ha provato a cancellare

di Tindaro Guadagnini

Ci sono film che dividono la critica. E poi c’è A Serbian Film, l’opera del 2010 diretta da Srđan Spasojević che non si è limitata a dividere: ha spaccato in due l’intero dibattito sul confine tra arte e oscenità, trasformandosi nel giro di pochi mesi in uno dei titoli più vietati, tagliati e discussi della storia recente del cinema.

La trama che ha fatto tremare i festival

Il film racconta la storia di Miloš, ex star del cinema pornografico serbo, che accetta un ultimo, lucrativo ingaggio per un misterioso progetto artistico. Quello che sembra un’occasione per garantire un futuro sicuro alla propria famiglia si trasforma presto in un incubo a occhi aperti, un discendere in un abisso di violenza e degradazione che il regista costruisce con la fredda lucidità di chi vuole colpire, e non semplicemente scioccare fine a se stesso.

Fin dalla sua presentazione al South by Southwest Film Festival, A Serbian Film ha lasciato il pubblico letteralmente ammutolito. Non era la prima volta che il cinema horror osava spingersi oltre i limiti convenzionali, ma la radicalità delle immagini proposte da Spasojević ha aperto un caso che è uscito rapidamente dai confini delle sale cinematografiche per approdare nei tribunali e nei parlamenti.

Un film bandito in mezzo mondo

La lista dei paesi che hanno vietato, censurato pesantemente o sequestrato il film è impressionante: Nuova Zelanda, Norvegia, Spagna, Brasile e numerosi altri territori hanno bloccato la distribuzione. Nel Regno Unito, il British Board of Film Classification ha imposto oltre quattro minuti di tagli prima di concedere una distribuzione limitata. In Australia la pellicola è stata più volte respinta dal Classification Board. Persino in Serbia, paese d’origine del regista, si è aperto un acceso dibattito politico, con accuse di oscenità e richieste di ritiro dalle sale.

Il nodo centrale della censura riguarda alcune sequenze considerate tra le più estreme mai mostrate in un film di ampia distribuzione, al punto che diverse autorità di controllo le hanno equiparate, per gravità simbolica, a materiale illegale. Proprio questo aspetto ha reso il film un caso più unico che raro: raramente un’opera di finzione ha generato un consenso così ampio, a livello internazionale, sulla necessità di limitarne la visione.

Provocazione o critica sociale?

Spasojević e la sceneggiatrice Aleksandar Radivojević hanno sempre respinto l’accusa di aver realizzato un’operazione gratuita. Nelle interviste rilasciate all’epoca dell’uscita, il regista ha più volte sottolineato come il film fosse concepito come un’allegoria feroce sulla condizione della Serbia post-bellica: un paese, a suo dire, sistematicamente “violentato” da forze politiche ed economiche, sia interne che internazionale, incapace di proteggere i propri cittadini più deboli.

Questa lettura ha trovato sponde autorevoli nella critica cinematografica internazionale, che pur senza assolvere la ferocia delle immagini ha riconosciuto al film una costruzione tecnica solida e un’intenzione autoriale riconoscibile, ben lontana dal semplice torture porn a cui è stato spesso accostato. Altri critici, al contrario, hanno bollato l’opera come pura provocazione fine a se stessa, priva di reale spessore artistico che ne giustificasse gli eccessi.

L’eredità di un tabù

A distanza di più di un decennio, A Serbian Film resta un caso di studio imprescindibile per chiunque si occupi di censura cinematografica, libertà d’espressione e limiti dell’orrore su schermo. È diventato un punto di riferimento obbligato nei corsi universitari di film studies dedicati all’estetica della violenza, e continua a comparire regolarmente nelle classifiche dei “film più disturbanti mai realizzati”.
Resta però una domanda aperta, che il tempo non ha ancora sciolto: dove finisce l’arte che scuote le coscienze e dove inizia lo sfruttamento gratuito della violenza? A Serbian Film non offre risposte comode. E forse è proprio questo, al netto dello scandalo, il motivo per cui se ne parla ancora oggi.

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