Giuliano Di Bernardo, l’uomo che provò a cambiare la massoneria italiana

di Tindaro Guadagnini

Dal Grande Oriente d’Italia alla Gran Loggia Regolare d’Italia: la parabola di un filosofo che negli anni Novanta portò al centro del dibattito la questione della trasparenza, aprendo una frattura destinata a segnare la storia della massoneria italiana

C’è un prima e un dopo Giuliano Di Bernardo nella storia recente della massoneria italiana.

Filosofo, docente universitario e studioso della massoneria, Di Bernardo arrivò alla guida del Grande Oriente d’Italia nel 1990, in una fase nella quale l’istituzione cercava di lasciarsi alle spalle gli anni più difficili dello scandalo P2 e di recuperare credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Il suo mandato, durato appena tre anni, sarebbe però diventato uno dei passaggi più controversi e traumatici della storia del Grande Oriente.

La sua idea era quella di imprimere una svolta. Al centro del progetto vi era la “trasparenza”, parola che negli anni successivi sarebbe diventata uno dei termini chiave per interpretare la sua esperienza alla guida del Grande Oriente. Nella ricostruzione pubblicata sul proprio sito, Di Bernardo sostiene di avere incontrato una forte opposizione interna proprio sul terreno delle riforme e della trasparenza.

Ma la massoneria italiana di quegli anni era tutt’altro che un mondo pacificato.

Gli anni della crisi

Per comprendere la parabola di Di Bernardo bisogna tornare agli anni immediatamente successivi alla vicenda P2. Il Grande Oriente d’Italia aveva già avviato un processo di rinnovamento istituzionale. Durante la Gran Maestranza di Armando Corona, predecessore di Di Bernardo, erano state introdotte modifiche alle Costituzioni dell’Ordine con l’obiettivo dichiarato di adeguarle alla legislazione dello Stato e di recuperare una maggiore legittimazione pubblica.

È in questo contesto che Di Bernardo, professore di filosofia della scienza all’Università di Trento e autore di studi sulla filosofia della massoneria, assume la guida del GOI.

La sua presenza rappresentava, almeno nelle intenzioni, un profilo diverso: meno legato alla tradizione organizzativa interna e più vicino al mondo universitario, filosofico e culturale.

Il progetto incontrò però resistenze.

Nel marzo del 1993 si consumò uno scontro durissimo all’interno del Grande Oriente. Un articolo del Corriere della Sera dell’epoca descriveva una situazione di aperto conflitto al vertice dell’organizzazione, con una parte dei maestri venerabili intenzionata a mettere in discussione la gestione del Gran Maestro.

Poche settimane dopo arrivò la rottura.

L’addio al Grande Oriente

Il 13 aprile 1993 Di Bernardo lasciò la guida del Grande Oriente d’Italia. Il sito ufficiale del GOI ricostruisce l’episodio in termini molto netti, parlando di una successiva espulsione per “alto tradimento” a seguito della secessione che avrebbe dato origine a una nuova organizzazione massonica.

Di Bernardo, invece, ha raccontato la propria uscita in modo radicalmente diverso, sostenendo che il progetto di rinnovamento e trasparenza fosse stato ostacolato e che le dimissioni fossero arrivate dopo una “vittoria di Pirro” nello scontro interno.

Due narrazioni, dunque, che ancora oggi non coincidono.

Ed è proprio questa frattura interpretativa a rendere la vicenda di Di Bernardo così importante per comprendere la massoneria italiana contemporanea.

Nasce la Gran Loggia Regolare d’Italia

Dopo la rottura con il Grande Oriente, Di Bernardo fondò nel 1993 la Gran Loggia Regolare d’Italia (GLRI).

Non fu una semplice scissione organizzativa. La nuova obbedienza si presentò come l’espressione di un diverso modello di massoneria e cercò fin dall’inizio una forte legittimazione internazionale.

Il passaggio decisivo arrivò dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra. Nel dicembre 1993 quest’ultima riconobbe la nuova Gran Loggia Regolare d’Italia, mentre il riconoscimento precedentemente accordato al Grande Oriente d’Italia venne ritirato. La vicenda ebbe un enorme peso simbolico e diplomatico nel mondo massonico internazionale.

In una conferenza stampa del giugno 1993, Di Bernardo presentò la nuova organizzazione come l’inizio di un “nuovo corso” della massoneria italiana, insistendo sui concetti di chiarezza, coerenza e trasparenza.

Era una scelta destinata a cambiare gli equilibri.

Una massoneria più vicina al modello inglese

Il significato della rottura non può essere ridotto soltanto alla rivalità tra due gruppi.

La nascita della GLRI rappresentò anche una ridefinizione dei rapporti tra la massoneria italiana e quella internazionale. Il riconoscimento britannico conferì alla nuova organizzazione una legittimazione particolarmente importante e segnò una netta frattura con il percorso storico del Grande Oriente.

La questione della “regolarità” divenne così centrale nel dibattito italiano: non più soltanto una disputa interna, ma una questione di identità, riconoscimento e collocazione internazionale.

Di Bernardo contribuì quindi a introdurre nella discussione italiana un modello nel quale il rapporto con la massoneria anglosassone assumeva un peso decisivo.

L’ombra dell’inchiesta Cordova

La frattura del 1993 avvenne inoltre mentre l’Italia era attraversata da una delicatissima stagione di indagini sulla massoneria.

L’inchiesta del procuratore di Palmi Agostino Cordova, avviata nei primi anni Novanta, alimentò il dibattito pubblico sui rapporti tra logge, politica, economia e criminalità organizzata. L’indagine sarebbe stata successivamente archiviata, ma nel frattempo aveva contribuito ad alimentare un clima di fortissima diffidenza nei confronti delle organizzazioni massoniche. Il Grande Oriente d’Italia ricostruisce quella fase come uno dei momenti più difficili della propria storia.

È proprio in questo clima che la parola trasparenza assume un significato politico e culturale, oltre che organizzativo.

Di Bernardo avrebbe sostenuto negli anni successivi posizioni molto dure sulla presenza di fenomeni di infiltrazione e sulle dinamiche interne alla massoneria italiana. Le sue dichiarazioni su questi temi sono state spesso oggetto di contestazione e di confronto pubblico con il Grande Oriente d’Italia; per questo vanno considerate come ricostruzioni e dichiarazioni personali, non automaticamente come fatti giudiziariamente accertati.

L’eredità di una rottura

A oltre trent’anni da quella stagione, la domanda non è soltanto se Di Bernardo abbia “vinto” o “perso” la sua battaglia.

La sua esperienza ha comunque modificato il modo in cui la massoneria italiana ha dovuto confrontarsi con alcune questioni: il rapporto con l’opinione pubblica, la trasparenza, la collocazione internazionale, la legittimità delle obbedienze e il rapporto con le istituzioni.

Il Grande Oriente d’Italia, dopo la crisi del 1993, intraprese una lunga fase di ricostruzione della propria immagine. Prima con Virgilio Gaito e successivamente, dal 1999, con Gustavo Raffi, che avrebbe fatto della trasparenza e del dialogo con le istituzioni uno degli elementi caratterizzanti della propria Gran Maestranza.

È forse questo il paradosso della vicenda Di Bernardo: anche la sua principale organizzazione antagonista finì per confrontarsi, negli anni successivi, proprio con quei temi che egli aveva posto al centro della sua esperienza.

Un personaggio ancora divisivo

Giuliano Di Bernardo rimane così una figura difficile da catalogare.

Per i suoi sostenitori è stato il filosofo che tentò di modernizzare la massoneria italiana, portandola fuori da una dimensione esclusivamente interna e cercando di restituirle una maggiore trasparenza.

Per il Grande Oriente d’Italia, invece, la sua uscita rappresentò una secessione che provocò una delle crisi più gravi nella storia dell’istituzione.

Al di là delle diverse interpretazioni, un dato storico appare difficilmente contestabile: la frattura del 1993 cambiò gli equilibri della massoneria italiana.

Da quel momento il panorama non fu più lo stesso. Nacque una nuova obbedienza, si modificò il rapporto con la massoneria britannica e la questione della trasparenza entrò stabilmente nel dibattito pubblico.

Ed è forse proprio qui che sta la vera eredità di Giuliano Di Bernardo: non nell’aver unificato la massoneria italiana, ma nell’averne reso evidente la complessità, le divisioni e la necessità di confrontarsi con una società che, dopo la P2 e le inchieste degli anni Novanta, chiedeva una cosa soprattutto: sapere cosa ci fosse davvero dietro le porte delle logge.

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