Pippo Baudo, il Re dell’Ariston: le 13 edizioni entrate nella storia del Festival di Sanremo

di Denise Bentivegna

Per raccontare Pippo Baudo bisogna partire da un palco. Quello dell’Ariston, naturalmente. Perché pochi volti nella storia della televisione italiana hanno saputo diventare parte integrante di un luogo come lui. Per tredici volte, nell’arco di quarant’anni, Baudo ha preso per mano il Festival di Sanremo trasformandolo, edizione dopo edizione, in qualcosa di molto più grande di una semplice gara canora.

   

Il suo Sanremo aveva il passo della grande televisione, ma anche lo sguardo di chi sapeva riconoscere un talento prima che diventasse una stella. Baudo non si limitava a presentare le canzoni: le ascoltava, le osservava, ne intuiva il potenziale e soprattutto guardava negli occhi gli artisti che arrivavano davanti a lui.

La sua prima volta all’Ariston risale al 1968. Poi il ritorno nel 1984, l’inizio di una stagione destinata a cambiare profondamente il volto della manifestazione. Proprio in quell’edizione nacque la categoria delle Nuove Proposte, uno spazio pensato per dare voce ai giovani e diventato negli anni una vera fucina di talenti.

Tra quei ragazzi c’era un giovane Eros Ramazzotti, vincitore con Terra promessa. Quel palco sarebbe diventato per lui il primo grande passo verso una carriera internazionale.

Ma la grandezza di Baudo stava anche nella capacità di comprendere che il Festival poteva essere una porta spalancata sul futuro. E così, negli anni, l’Ariston sotto la sua guida vide passare artisti destinati a diventare colonne della musica italiana.

 

Nel 1993 arrivò Laura Pausini, vincitrice delle Nuove Proposte con La solitudine. Un anno più tardi fu Andrea Bocelli a conquistare il pubblico con Il mare calmo della sera. Nel 1995 toccò a Giorgia, vincitrice assoluta con Come saprei. Tre voci diversissime, tre percorsi straordinari, tre artisti che avrebbero portato la musica italiana ben oltre i confini nazionali.

E in mezzo a loro, tanti altri nomi che Baudo contribuì a far conoscere al grande pubblico. Giuni Russo, Anna Oxa, Mietta, Lorella Cuccarini, Heather Parisi, fino a una lunga schiera di artisti e personaggi ai quali il conduttore seppe offrire spazio, attenzione e quella preziosa occasione che, nel mondo dello spettacolo, può cambiare una carriera.

Pippo aveva un dono raro: sapeva vedere la persona prima ancora del personaggio.

Era il padrone di casa capace di dominare l’enorme macchina del Festival senza perdere il contatto con chi si trovava davanti alle telecamere. Sapeva raccontare, improvvisare, gestire l’imprevisto. Sapeva soprattutto dare autorevolezza a quello che accadeva sul palco.

Con lui Sanremo ha cambiato dimensione. Sono arrivati i grandi ospiti internazionali, le scenografie sempre più spettacolari, i momenti televisivi destinati a entrare nella memoria collettiva. Ma sotto tutto questo restava sempre la musica.

Baudo ha condotto tredici edizioni, un record che racconta da solo la profondità del suo legame con il Festival. Dagli anni Sessanta fino all’ultima conduzione del 2008, il suo nome ha attraversato generazioni, mode, linguaggi e trasformazioni della televisione italiana.

Il suo Sanremo non era soltanto quello delle classifiche e dei vincitori. Era quello delle scoperte, delle emozioni, delle grandi occasioni. Era il luogo nel quale un ragazzo sconosciuto poteva salire sul palco e, in pochi minuti, entrare nella storia della musica.

Per questo chiamarlo semplicemente conduttore sarebbe riduttivo.

Pippo Baudo è stato presentatore, direttore artistico, talent scout, narratore e soprattutto un grande custode dello spettacolo italiano. L’Ariston, attraverso di lui, ha imparato a parlare al Paese intero.

E forse la sua eredità più bella rimane proprio questa: aver creduto nei talenti quando ancora non erano talenti per tutti. Averli guardati prima che arrivassero le classifiche, i dischi di platino, i palazzetti pieni e i palcoscenici internazionali.

Tredici Festival, decine di storie e una quantità incalcolabile di televisione entrata nella memoria degli italiani.

Il Re dell’Ariston, in fondo, non aveva bisogno di una corona. Gli bastavano un microfono, quel palco e la capacità di dire, ancora una volta, “signore e signori, il Festival di Sanremo”.

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