Per una vita ha cercato stelle prima ancora che salissero sul palco. Le ha riconosciute quando erano ancora soltanto promesse, intuizioni, voci da ascoltare e talenti da accompagnare. Rolando D’Angeli aveva fatto del suo fiuto per la musica un mestiere e della capacità di credere negli artisti una vera e propria missione.
Il manager e produttore discografico è morto a Roma sabato 8 agosto, all’età di 80 anni, circondato dalla famiglia. Con lui se ne va una figura che per oltre mezzo secolo ha attraversato la storia della musica italiana, spesso rimanendo dietro le quinte ma contribuendo in maniera decisiva alla nascita e alla crescita di alcune delle carriere più importanti.
Il suo nome resta legato a Nek, Giorgia, Michele Zarrillo e Umberto Tozzi, ma anche a tanti altri protagonisti dello spettacolo italiano. Una storia professionale cominciata nel 1978 con Bobby Solo e costruita negli anni attraverso intuizioni, incontri e quella capacità non comune di vedere qualcosa prima degli altri.

D’Angeli conosceva bene il significato della parola riscatto. La sua infanzia nella periferia romana di Centocelle era stata segnata dalla povertà, ma proprio quella realtà difficile era diventata, come lui stesso l’aveva raccontata, una palestra di vita. Da lì era partito per costruire un percorso nel mondo dello spettacolo che lo avrebbe portato a confrontarsi con artisti e realtà sempre più importanti.
Negli anni Ottanta arrivarono incontri destinati a lasciare il segno, da Pupo a Umberto Tozzi, per il quale lavorò anche alla realizzazione del celebre concerto alla Royal Albert Hall di Londra. Poi Amedeo Minghi, le sorelle Goggi, Raffaella Carrà e molti altri nomi che hanno attraversato la musica e la televisione italiana.
La svolta arrivò soprattutto negli anni Novanta, quando D’Angeli sviluppò un modo nuovo di intendere il lavoro del manager, mettendo insieme management, produzione discografica, editoria, comunicazione e promozione. Nel 1993 fondò la Don’t Worry Records e, attraverso la Fox Band, contribuì anche alla produzione di Giorgia.
Ma è con Nek che il suo nome sarebbe rimasto indissolubilmente legato a una delle grandi svolte della musica italiana. Nel 1996 iniziò un sodalizio professionale destinato a durare sei anni. Fu D’Angeli a credere nell’artista e a proporlo alla WEA, accompagnandolo verso quella stagione che avrebbe portato al successo internazionale e a brani destinati a diventare parte della memoria collettiva, a cominciare da “Laura non c’è”.
Non amava definirsi semplicemente un manager. Preferiva “venditore di stelle”, tanto da trasformare quella espressione nel titolo della sua autobiografia, Il venditore di stelle. Storia di un impresario fuori dal comune, pubblicata nel 2013. In quelle pagine aveva raccolto ricordi, incontri, retroscena e soprattutto una filosofia di vita riassunta in una convinzione semplice: niente è impossibile quando ci sono tenacia, passione e un pizzico di follia.
Oggi quelle stelle continuano a brillare. E dietro molte di loro resta il lavoro silenzioso di un uomo che aveva scelto di credere nei sogni degli altri.
Rolando D’Angeli lascia le figlie Silvia e Sara. I funerali si terranno martedì 11 agosto a Roma, nella Basilica del Sacro Cuore di Cristo Re.