Dal tempio di Bastet al salotto di casa: quando il gatto diventò una divinità

di Tindaro Guadagnini

Nell’8 agosto della Giornata mondiale del gatto riaffiora una storia antichissima: quella di un animale che, molto prima di conquistare Internet, aveva già conquistato l’immaginario religioso dell’umanità

C’è qualcosa di profondamente curioso nel rapporto fra esseri umani e gatti. Oggi li celebriamo con fotografie, video, meme e profili social. Ma molto prima dell’era digitale, in alcune delle grandi civiltà del passato, il gatto aveva già raggiunto una sorta di status che nessun influencer potrebbe sognare: quello di creatura sacra, simbolo di protezione, fertilità, mistero e potere.

L’8 agosto, data della Giornata mondiale del gatto, offre così un’occasione per guardare oltre la dimensione affettuosa e domestica del felino e riscoprire il lungo viaggio che lo ha portato dai templi antichi ai nostri divani.

La ricorrenza internazionale viene celebrata l’8 agosto ed è stata istituita nel 2002 dall’International Fund for Animal Welfare (IFAW). In Italia, invece, il gatto ha una seconda data simbolica: il 17 febbraio, dedicato al felino domestico dal 1990. Due giornate, dunque, per un animale che evidentemente non si accontenta mai di una sola celebrazione.

Ma la vera domanda è un’altra: perché, in epoche e culture diverse, il gatto è stato associato al divino?

Bastet, la dea che aveva sembianze feline

La risposta più famosa arriva dall’antico Egitto. Qui il gatto era legato soprattutto a Bastet, una delle divinità più affascinanti del pantheon egizio.

Bastet viene rappresentata spesso come una donna con testa di gatto oppure direttamente nelle sembianze di un felino. Era associata alla protezione della casa, alla fertilità, alla maternità e alla nascita, ma anche alla musica, alla gioia e alla vita domestica. Il suo principale centro di culto era Bubastis, nel Delta del Nilo.

La storia di Bastet, tuttavia, è più complessa della semplice definizione di “dea dei gatti”. Le sue origini sono legate a immagini feline più aggressive e leonine e, nel corso dei secoli, la divinità assunse caratteristiche progressivamente più benevole e domestiche. In questo passaggio, il gatto divenne sempre più centrale nella sua rappresentazione.

Non sorprende quindi che nell’Egitto faraonico siano state prodotte numerosissime statuette di gatti come offerte votive. A Bubastis e Saqqara sono state inoltre ritrovate catacombe con mummie feline.

Il British Museum conserva uno degli esempi più celebri: il Gayer-Anderson Cat, una raffinata statua bronzea del periodo tardo dell’antico Egitto, datata intorno al 600 a.C. L’opera raffigura Bastet proprio nella forma di un elegante gatto.

Il gatto, dunque, non era semplicemente “adorato” perché bello. La sua capacità di cacciare roditori e serpenti, il suo comportamento indipendente, la vita notturna e la capacità di muoversi silenziosamente contribuirono probabilmente a costruire attorno a lui un’aura particolare. Il felino sembrava appartenere contemporaneamente al mondo quotidiano e a quello misterioso della notte.

Non solo Egitto: il carro di Freyja

Se attraversiamo il Mediterraneo e ci spostiamo verso il Nord Europa, troviamo un’altra dea legata ai gatti: Freyja, una delle principali divinità della mitologia norrena.

Freyja non è una “dea dei gatti” nel senso stretto attribuito a Bastet. È una divinità associata, fra l’altro, all’amore, alla fertilità, alla guerra e alla magia. Ma nella Edda in prosa di Snorri Sturluson viene descritta mentre viaggia su un carro trainato da due gatti.

È un particolare apparentemente curioso, ma rivela ancora una volta quanto il felino potesse essere associato a una figura femminile potente, autonoma e soprannaturale.

È importante, però, non trasformare il mito in una certezza storica: la documentazione sulla relazione fra Freyja e i gatti è molto più limitata rispetto a quella relativa a Bastet. Il dato testuale fondamentale è quello dell’Edda, mentre molte delle associazioni oggi diffuse nella cultura popolare derivano da interpretazioni successive.

Il gatto come simbolo: dal sacro alla fortuna

La storia del felino non si esaurisce nelle divinità.

In diverse culture asiatiche il gatto è diventato anche un simbolo di fortuna e prosperità. Il caso più famoso è quello giapponese del maneki-neko, il celebre gatto con la zampa sollevata che, da negozi e abitazioni, sembra invitare fortuna e prosperità.

In questo caso non siamo di fronte a una vera e propria “divinità gatto”. È una distinzione importante: simbolo religioso, animale sacro, creatura mitologica e divinità non sono sinonimi.

Ed è proprio questa distinzione a rendere interessante il viaggio del gatto nella storia delle religioni. A seconda delle culture, il felino è stato divinità, animale associato agli dèi, portafortuna, protettore della casa oppure creatura circondata da superstizioni.

E oggi? Le antiche dee tornano nei culti contemporanei

La storia potrebbe sembrare conclusa con la fine delle grandi religioni politeiste dell’antichità. In realtà, almeno in parte, non è così.

Negli ultimi decenni sono nate e si sono sviluppate forme contemporanee di neopaganesimo e di ricostruzionismo religioso che guardano nuovamente alle divinità dell’antico Egitto, della Grecia e del mondo norreno.

È il caso, per esempio, del kemetismo, termine utilizzato per indicare correnti moderne che cercano di recuperare, reinterpretare o praticare la religiosità dell’antico Egitto. In questi ambienti Bastet è ancora oggi oggetto di interesse e, per alcuni praticanti, di vera devozione. La stessa comunità kemetica contemporanea sottolinea però come ridurre Bastet alla semplice “dea dei gatti” significhi impoverire una figura religiosa molto più complessa.

Il fenomeno contemporaneo è particolarmente interessante perché mostra come i simboli religiosi non scompaiano necessariamente: possono trasformarsi, cambiare significato e tornare a essere utilizzati in nuovi contesti spirituali.

Così Bastet può passare dalle iscrizioni e dai templi dell’Egitto faraonico agli altari domestici di alcuni praticanti contemporanei.

Dalla divinità al meme: cosa è rimasto davvero?

Naturalmente oggi nessuno ha bisogno di trasformare il proprio gatto in una divinità per riconoscerne il fascino.

Eppure qualcosa dell’antico rapporto fra uomo e felino sembra essere sopravvissuto.

Il gatto continua a esercitare un’attrazione particolare perché conserva quella stessa ambivalenza che doveva aver colpito gli antichi: è domestico ma indipendente, affettuoso ma imprevedibile, visibile eppure capace di sparire per ore, animale della casa e contemporaneamente creatura della notte.

Forse è proprio questa ambiguità ad averlo reso così adatto a diventare un simbolo religioso.

Gli Egizi lo associarono a Bastet. I testi norreni lo misero al fianco di Freyja. Altre culture lo trasformarono in portatore di fortuna. Oggi noi lo abbiamo trasformato in protagonista di milioni di immagini e video online.

La differenza è soprattutto tecnologica.

Per il resto, il meccanismo sembra sorprendentemente simile: guardiamo un gatto e continuiamo a pensare che ci sia qualcosa, in quegli occhi, che non appartiene completamente al nostro mondo.

E forse è proprio per questo che, a distanza di millenni, continuiamo a celebrarlo.

Non più nei templi di Bubastis, ma nelle nostre case.

Non più con offerte votive, ma con croccantini.

E, naturalmente, alle sue condizioni.

jacktoto

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