Politica e distorsione della realtà
Nella diagnostica dei disturbi di personalità, l’estraniazione dalla realtà occupa il posto centrale. E, malauguratamente, il proliferare del pattern, il modello, nel linguaggio psichiatrico, si manifesta con il soggetto incapace di percepire la problematicità dei propri modi di pensare e di agire, considerandoli naturali, per di più incolpando l’ambiente di eventuali passi falsi. Qualcuno dei lettori è in grado di individuare all’interno del già descritto quadro clinico, gli attuali padroni del pianeta? Se il quesito in sé risulta di facile soluzione, il proliferare del fenomeno, nondimeno, ha messo il mondo in ginocchio, dapprima il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, successivamente il 28 febbraio 2026 con l’attacco congiunto di Israele e America all’Iran.
I conflitti globali e le loro conseguenze
In ambedue le situazioni, Vladimir Putin, zar di Russia, unitamente a Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, ribattezzato il Nerone degli yankee, hanno scambiato asini per farfalle, ritenendo erroneamente di risolvere in qualche settimana i due conflitti, quantunque presentino dinamiche differenti in situazioni difformi.
Con conseguenze impreviste, più propriamente nefaste, per Donald l’amerikano, destinato a passare alla storia per essere il contrario di re Mida, al tocco del quale ogni cosa diventava oro, mentre lui porta una sfiga bestiale, giacché chiunque avvicini, finisce nel baratro dell’impopolarità, peraltro pregiudicandone la carriera politica! A prescindere dal cazzeggio, se l’Europa sta messa male, purtroppo potrebbe andare peggio nei prossimi mesi, l’America, sciagurata patria sottoposta ai capricci di Donald, non sta meglio. Lo si sappia, in un paese dove per spostarsi giornalmente si compie una media di 80 chilometri, la benzina ha toccato il picco di 4 dollari per gallone, cifra stratosferica per gli americani.
Economia mondiale tra inflazione e debito
Con il debito pubblico gli Stati Uniti stanno messi peggio, in quanto a marzo 2026 ha raggiunto i 39.000 miliardi di dollari. In compenso, il patrimonio personale di Trump è passato da 2,3 miliardi del 2024, ovvero alla data della sua candidatura alla presidenza degli Usa, agli attuali 6,8. Se qualcuno pensasse alla buona stella, scenda dalla navicella spaziale e punti su Wall Street, dove i continui annunci di Donald l’amerikano, sono serviti a mandare su e giù le borse, consentendo ai suoi amici e famigliari, segnatamente i figli Donald jr. e Eric, a cui è affidata la gestione della Trump Organization, di quadruplicare oltre al patrimonio di famiglia, quello individuale.
Sul fronte orientale, la Russia, attraverso il proprio sistema di comunicazione, sorvegliato e bloccato dalle istanze del potere centrale, riesce nell’intento di fornire di Putin l’immagine di un morto di fame, un poveretto dai guadagni in linea con la retribuzione di un manager esordiente di 126.000 dollari l’anno.
Sul fronte alternativo, quello delle stime reali, Bill Browder, imprenditore e attivista politico statunitense, naturalizzato britannico, il maggiore investitore straniero in Russia tra il 1995 e il 2006, amministratore delegato e cofondatore di Hermitage Capital Management, cita una catena di prestanomi attraverso la quale Putin gestisce un patrimonio personale di 200 miliardi di dollari, di cui, secondo LLC invest, 4,5 miliardi di dollari in asset liquidi e proprietà di lusso.
Prima di morire nelle prigioni russe Aleksej Navalny aveva, attraverso il suo team, chiamato in causa Putin per una pletora di proprietà occulte, beni di lusso estremo, tra cui una monumentale villa sul Mar Nero del valore di 1 miliardo di dollari, 17 mila metri quadrati coperti, una tenuta di 7.800 ettari, dotata di casinò, pista di pattinaggio, teatro, chiesa, porto, cinema. Non manca l’area di sicurezza, tale da avere indotto Navalny a definirla, stato nello stato.
Crisi energetica e scenari futuri
E tra miliardi spesi in armamenti e miliardi ottenuti con la speculazione sui prodotti energetici, quasi fossero noccioline, generati dalla guerra scatenata in Iran da Netanyahu si coglie il paradosso dell’America trascinata nello scontro dagli israeliani. Storia controversa tutta da raccontare, perché se da un lato gli Epstein-files nascondono, verisimilmente, novità eclatanti sugli accordi stipulati da Trump con il Mossad, all’epoca della campagna spionistica condotta dalla coppia Ghislaine Maxwell e Jeffry Epstein, sul fronte opposto l’enorme vantaggio economico procurato ai magnati del petrolio, in uno con i signori delle armi, mette l’attuale presidente americano dentro una bolla per cui diventa impunibile, intoccabile, insostituibile.
A pagare il prezzo negli Stati Uniti, e non soltanto, i cittadini ai quali l’attuale inquilino della Casa bianca aveva promesso di intervenire per indurre la cessazione della guerra in Ucraina in quarant’otto ore, candidandosi al Nobel della pace, salvo a bombardare l’Iran, a suo dire per rimuovere la dittatura degli ayatollah e ripristinare lo stato di diritto. Va da sé il commento dell’opinione pubblica occidentale: se il campione di equilibrio è Nerone, addio democrazia.
Peggio, si era proposto come il salvatore dell’economia, attore della riacquisizione del potere d’acquisto del ceto medio, fallendo nell’obiettivo, almeno fino ad adesso. Sui dazi, le previsioni parlano di rischio recessione, se soltanto si guarda all’inflazione cresciuta fino al 3,7% a fine 2025, unitamente al rallentamento degli investimenti in svariati settori, segnatamente in quello abitativo.
In Europa, la situazione è peggiore con l’economia italiana tornata a essere fanalino di coda dell’Unione, a causa della caduta del prodotto interno lordo, rivisto dalle previsioni al ribasso, fino a – 0,4%, la produzione industriale da anni in sofferenza e la procedura europea d’infrazione in atto a causa dello sforamento seppure minimo del deficit, di un decimo oltre il 3%. Nel linguaggio degli economisti la situazione sta al limite della stagnazione, sul bilico della recessione.
Il rischio di una nuova instabilità globale
Alla luce della guerra in Iran, ormai avviata a essere combattuta con le modalità individuate dagli specialisti della formula della bassa intensità, il protrarsi del conflitto, quantunque ci si auguri possa risolversi, rischia di protrarsi. In tal caso, gli italiani patiranno l’aumento dell’inflazione, conseguentemente il rincaro di ogni genere, da quelli di prima necessità a quelli voluttuari. Naturalmente, la stangata arriverà dalle bollette di gas ed elettricità con rincari del 40%, fino a 800 euro in più a famiglia.
Per gasolio e benzina, qualora il conflitto perdurasse, si prospetta la chiusura dei rubinetti. E, questa situazione si verificherà, a causa di una delle tante efferatezze ordinate da Donald l’amerikano, ovvero il bombardamento delle raffinerie, distrutte in massa nel territorio iraniano. Dal carrello della spesa, tra speculazioni e costi moltiplicati del trasporto su gomma, soggetto agli aumenti del gasolio, si avranno rincari, trascinati dall’incremento dell’inflazione fino a toccare il 5%, nel peggiore degli scenari, previsti dalla Fao per il 2026 e 2027. Si tratta di analisi economiche aggiornate ad aprile 2026, secondo le quali, la chiusura prolungata dello stretto di Hormuz rischia di alimentare una catastrofe alimentare globale.
Ovviamente il Fao, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura a livello mondiale, parla di rincari significativi dei generi di prima necessità. Ma il rischio è quello tout-court della drastica riduzione delle produzioni, con l’innesto della spirale del mercato illegale, quell’intrallazzo o borsa nera, patita dai nostri nonni durante la Seconda guerra mondiale.
Dio salvi la popolazione mondiale, verrebbe da dire adattando l’inno nazionale britannico, God save the king, queen. E chi è credente potrebbe pregare perché Dio la sottragga alle mire folli dei dittatori della politica.