Questa non è una classifica dei più famosi, né dei più simpatici.
E nemmeno di chi urla di più.
È una mappa del potere siciliano così com’è oggi: fatto di ruoli formali e di influenza reale, di decisioni visibili e di leve che lavorano sotto traccia. Abbiamo tenuto insieme istituzioni, economia, infrastrutture, cultura, informazione e quelle figure che, anche senza occupare il centro della scena, continuano a pesare.
Non conta solo cosa si comanda, ma quanto si incide.
Non solo il titolo, ma la capacità di tenere, spostare, condizionare equilibri.
Ne viene fuori una classifica imperfetta, discutibile, aperta — come tutte le cose che hanno a che fare con il potere vero.
1. Renato Schifani – Il Presidente

Renato Schifani è il Presidente della Regione Siciliana.
E quindi, per forma, per protocollo e per rispetto dell’ordinamento, è il più potente di tutti.
Sulla carta.
Nella realtà, il suo è un potere di equilibrio, di gestione, di contenimento.
Un potere che esiste perché deve esistere, più che perché riesca a imporsi.
Primo per ruolo, non per energia.
Vertice istituzionale, ma non vertice decisionale.
Ed è proprio da qui che conviene partire:
in Sicilia, spesso, il potere vero comincia subito dopo.
2. Giovanni Arena – La Grande Distribuzione come Potere Quotidiano

Giovanni Arena è uno degli imprenditori più influenti della Sicilia perché controlla una parte rilevante della grande distribuzione organizzata sull’isola.
Il gruppo Arena gestisce una rete capillare di supermercati e punti vendita che incide ogni giorno sui consumi, sull’occupazione e sulle filiere agroalimentari locali.
Un potere che non passa dalle decisioni politiche, ma dalle abitudini quotidiane delle persone.
Attraverso la GDO, Arena:
-
influenza i prezzi al consumo,
-
orienta la distribuzione dei prodotti locali,
-
condiziona fornitori, logistica e occupazione.
Il suo peso non è episodico né legato a singole operazioni straordinarie.
È costante, diffuso, strutturale.
Chi controlla la distribuzione del cibo controlla una parte significativa dell’economia reale.
Arena lo fa senza esposizione pubblica, senza conflitti aperti, senza bisogno di visibilità.
Per questo rientra stabilmente nei vertici della classifica dei potenti in Sicilia:
non perché decide tutto, ma perché incide ogni giorno su moltissimo.
3. Carmelo Giuffrè – L’Industria dell’Acqua come Leva di Potere

Carmelo Giuffrè è rilevante perché guida Irritec, una delle principali aziende mondiali nel settore dell’irrigazione agricola.
L’azienda opera in oltre 100 Paesi, sviluppando tecnologie che incidono direttamente sulla gestione dell’acqua, sull’efficienza agricola e sulla sopravvivenza delle colture in aree a stress idrico.
Un settore che non riguarda solo l’economia, ma la tenuta stessa dei territori.
Il potere di Giuffrè deriva da tre fattori concreti:
-
controllo di tecnologie strategiche,
-
presenza su mercati internazionali,
-
incidenza diretta sull’agricoltura mediterranea e siciliana.
In una regione dove l’acqua è una risorsa critica, chi fornisce soluzioni industriali per la sua gestione condiziona scelte produttive, investimenti e politiche agricole, anche senza intervenire nel dibattito pubblico.
Il suo non è un potere locale né mediatico.
È tecnico-industriale, con effetti geopolitici sul lungo periodo.
Per questo Giuffrè rientra nei vertici della classifica:
non per ruolo pubblico, ma per la posizione strategica occupata in una delle filiere più sensibili del futuro.
4. Giuseppe Basile – Il Controllo di un Marchio Identitario

Non ama i riflettori, ma se segui il percorso dell’acciaio e del cemento delle grandi opere, il suo nome compare spesso. E oggi, a sorpresa, anche quello del caffè.
È alla guida di Basicem, azienda fondata dal padre negli anni ’50 e cresciuta fino a diventare un riferimento nella lavorazione dell’acciaio per l’edilizia e le infrastrutture. Negli anni ha costruito un gruppo solido e coerente, rafforzandolo con Adicem e con l’acquisizione di Messider, presidio strategico nel settore siderurgico.
I suoi materiali finiscono dove si regge la città: porto, metropolitana, interporto di Catania, grandi opere pubbliche e private in tutta Italia.
L’ultima mossa è per l’appunto l’acquisizione della storica Torrefazione Torrisi.
Nel 2025 arriva anche il riconoscimento istituzionale: Cavaliere del Lavoro, conferito dal Presidente della Repubblica. Un titolo che certifica un percorso più che celebrarlo.
Dove finiscono acciaio e cemento delle grandi opere, oggi arriva anche il caffè.
5. Maria Cristina Busi Ferruzzi – Lady Coca-Cola, il nodo industriale della Sicilia

Maria Cristina Busi Ferruzzi è una delle figure più solide e trasversali dell’imprenditoria siciliana contemporanea.
È Presidente di Confindustria Catania, un ruolo di vertice nel sistema delle imprese locali, eletta per la prima volta nel 2024 e confermata come guida dell’associazione degli industriali etnei, segnando anche un momento storico per la rappresentanza imprenditoriale nell’isola.
Al contempo, guida Acies, holding che controlla alcune delle principali realtà del settore beverage in Sicilia, tra le quali Sibeg Coca-Cola, storica azienda di imbottigliamento e produzione di bevande presente sul territorio da decenni, e recentemente è stata nominata Presidente del CdA di Sibat Tomarchio, un altro marchio simbolico dell’agroalimentare isolano con forte impatto sulla filiera agrumicola regionale.
La sua leadership è sia territoriale che internazionale: dalla rappresentanza delle imprese catanesi alla presidenza della Camera di Commercio italiana in Albania, passando per ruoli di vertice in associazioni di categoria come Assobibe.
Il potere di Busi Ferruzzi non si limita alla gestione di singole aziende. È piuttosto un punto di equilibrio fra industria storica, rappresentanza istituzionale, relazioni economiche e capacità di incidere sulle dinamiche territoriali e sui processi di sviluppo sostenibile.
6. Roberto Lagalla – Il Governo di una Città-Sistema

Roberto Lagalla rientra nella classifica per una ragione concreta: governa Palermo, la città che concentra il maggior peso politico, simbolico e amministrativo della Sicilia.
Il suo potere non deriva da slanci o iniziative dirompenti, ma dalla tenuta di un sistema complesso: bilanci fragili, pressione sociale, equilibri politici instabili, relazioni istituzionali continue con Regione e Stato.
Lagalla esercita un potere: amministrativo, negoziale, quotidiano.
Non orienta l’agenda nazionale, ma gestisce una macchina che, se si blocca, produce effetti immediati sull’intera isola.
La sua influenza è costante, non episodica.
È in classifica perché tenere Palermo in equilibrio è già una forma di potere rilevante, anche quando non produce consenso.
7. Salvatore Palella – Un Nuovo Asset nel Sistema dell’Informazione

Salvatore Palella entra di diritto nella classifica dei potenti con l’acquisto del quotidiano La Sicilia.
Un’operazione che, da sola, modifica un equilibrio storico dell’informazione regionale.
La Sicilia non è solo un giornale: è un’infrastruttura culturale e politica che, per decenni, ha contribuito a definire il perimetro del dibattito pubblico nell’isola. Cambiarne la proprietà significa intervenire su uno dei principali dispositivi di formazione dell’opinione.
Al momento, più che le linee editoriali o le strategie future, conta il dato oggettivo:
Palella oggi controlla uno strumento di influenza primaria.
Cosa diventerà La Sicilia sotto questa nuova proprietà non è ancora chiaro.
Non è chiaro se ci sarà continuità, discontinuità, rilancio o ridimensionamento.
Ed è proprio questa incertezza a renderlo rilevante.
L’acquisto lo colloca immediatamente nella parte alta della classifica:
non per ciò che ha già fatto, ma per ciò che potrebbe determinare.
Il suo è un potere in fase di assestamento.
Per ora, si registra.
Il resto, inevitabilmente, si osserverà.
8. Alessandro Albanese – L’Interfaccia tra Imprese e Sistema Pubblico

Alessandro Albanese rientra nella classifica dei potenti per il ruolo che ricopre nel sistema camerale e associativo, snodo centrale tra mondo produttivo e istituzioni.
La sua influenza non è verticale né spettacolare.
È orizzontale: passa dalle relazioni, dai tavoli tecnici, dalle intermediazioni continue tra imprese, enti pubblici e politica.
Albanese opera in un’area decisiva del potere reale:
-
autorizzazioni,
-
indirizzi economici,
-
rappresentanza degli interessi produttivi.
Non prende decisioni politiche dirette, ma contribuisce a costruire il perimetro entro cui le decisioni diventano praticabili.
In Sicilia, questo livello di mediazione è determinante.
9. Mario Faro – Quando il Territorio Diventa Sistema

Mario Faro entra in classifica perché il suo potere non sta in un singolo ruolo, ma nel perimetro che è riuscito a costruire.
Non presidia un settore: li tiene insieme.
Agricoltura, paesaggio, impresa, rappresentanza, relazioni istituzionali. Tutto ruota attorno a un’idea molto concreta di territorio come risorsa economica organizzata, non come cartolina.
Faro controlla filiere produttive reali, che vanno dalle piante mediterranee al vino, dal florovivaismo alla ricerca, fino al turismo legato al paesaggio. Non è un potere rumoroso né centralizzato, ma diffuso e stabile, perché poggia su attività che producono valore continuo e non effimero.
Radicepura, il Garden Festival, le aziende agricole e vivaistiche non sono solo progetti culturali o imprenditoriali: sono dispositivi di posizionamento. Servono a tenere insieme mondi diversi — agricoltori, progettisti, istituzioni, mercati internazionali — dentro uno stesso racconto produttivo.
Il punto non è l’estetica, né la narrazione green.
Il punto è che Faro è uno di quelli che riesce a stare ovunque senza sembrare fuori posto: nel sistema agricolo, in quello culturale, in quello associativo e in quello economico.
Questo tipo di trasversalità, in Sicilia, pesa.
Perché crea consenso senza chiederlo e influenza senza dichiararlo.
Alla fine, il suo vero potere non è far crescere piante rare.
È aver trasformato il paesaggio in un’infrastruttura.
10. Ross Pelligra – Il Capitale che Arriva da Fuori e conquista il Catania

Ross Pelligra entra nella classifica dei potenti perché porta in Sicilia capitale esterno vero, non promesse.
È alla guida del Pelligra Group, gruppo internazionale attivo in edilizia, rigenerazione urbana, logistica e infrastrutture, con operazioni miliardarie soprattutto in Australia.
Nel 2025 il gruppo è protagonista di alcuni dei più grandi progetti di trasformazione industriale dell’Australia Meridionale: dalla riconversione dell’ex sito Holden di Elizabeth in un hub logistico da quasi mezzo miliardo di dollari per Australia Post, fino alla realizzazione di un hotel a cinque stelle a Adelaide. Operazioni che confermano Pelligra non come semplice costruttore, ma come partner strategico di rigenerazione urbana.
Il suo ingresso nel Catania Calcio ha un valore che va oltre lo sport:
segna il ritorno di un soggetto finanziariamente solido in un sistema locale abituato a fallimenti, bandi deserti e gestioni improvvisate.
Il potere di Pelligra, oggi, sta tutto qui:
nella possibilità concreta di investire, senza dipendere da risorse pubbliche o equilibri politici locali.
Il futuro dirà se questo capitale produrrà un radicamento stabile o resterà un’operazione circoscritta.
Per ora, il dato è uno solo: Pelligra ha i mezzi per incidere, e questo basta per collocarlo nella parte alta della classifica.
Il resto — entusiasmo, dialetto, identità — è narrazione.
Qui si registra il fatto.
11. Pietro Franza – Il Potere dei Flussi sullo Stretto

Pietro Franza entra in classifica perché è uno dei principali attori di un settore che, in Sicilia, equivale a potere puro: i collegamenti.
Il Gruppo Caronte & Tourist, nato dalla fusione tra Caronte e Tourist Ferry Boat, controlla una parte decisiva del trasporto marittimo nello Stretto di Messina e sulle principali rotte siciliane.
Un sistema che muove persone, merci, turismo e tempi di vita quotidiana. Non opinioni.
La governance è condivisa tra le famiglie fondatrici Franza e Matacena (35% ciascuna), con il restante 30% in mano a un fondo di investimento britannico.
Ma la gestione operativa resta saldamente in famiglia: Pietro Franza è uno degli amministratori delegati.
Il suo potere non è politico e non è mediatico.
È logistico.
Chi controlla traghetti, porti e collegamenti controlla:
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la continuità territoriale,
-
la mobilità reale,
-
una parte significativa dell’economia siciliana.
Le attività del gruppo si estendono anche a turismo e immobiliare, ma il cuore resta lì: far muovere la Sicilia.
Ed è un potere che pesa proprio perché raramente entra nel dibattito pubblico, pur incidendo ogni giorno sulla vita dell’isola.
L’esperienza nel calcio, con il Messina, appartiene a un’altra stagione.
Qui conta ciò che resta oggi: una posizione stabile dentro un’infrastruttura essenziale, difficile da aggirare e ancora più difficile da sostituire.
Per questo Pietro Franza entra all’undicesimo posto:
non perché decide tutto, ma perché senza i suoi flussi molte cose semplicemente non passano.
12. Francesco Di Sarcina – Il Potere dei Porti

Francesco Di Sarcina entra in classifica perché governa la portualità siciliana, uno dei pilastri meno raccontati ma più decisivi dell’economia dell’isola.
I porti non sono solo infrastrutture: sono snodi di traffico merci, turismo, crocieristica, energia, sicurezza. Chi li amministra incide direttamente su flussi economici, tempi, investimenti e priorità strategiche.
Il ruolo di Di Sarcina lo colloca in una posizione dove le decisioni non sono politiche in senso stretto, ma tecnico-amministrative con effetti strutturali.
Concessioni, autorizzazioni, piani di sviluppo, rapporti con operatori nazionali e internazionali: è qui che si misura il suo peso.
Il suo è un potere poco visibile e raramente discusso, ma continuo.
Non produce consenso, non fa narrazione. Produce effetti.
In una regione che vive di mare, scambi e collegamenti, la gestione dei porti è una leva centrale.
Ed è per questo che Di Sarcina entra nella classifica:
non per esposizione pubblica, ma per controllo di una funzione strategica che condiziona interi settori economici.
13. I Procuratori Capo – Il Potere che Ridisegna gli Equilibri
Il 13° posto è condiviso perché il potere qui non sta in un nome solo, ma in una funzione: quella dei Procuratori Capo delle due principali procure siciliane, Palermo e Catania.
Maurizio De Lucia – Procuratore Capo di Palermo

Maurizio De Lucia guida la Procura di Palermo, il cuore storico dell’azione giudiziaria antimafia.
È un magistrato di lunga esperienza, con un passato nella DDA e alla Procura Nazionale Antimafia, e ha coordinato alcune delle indagini più rilevanti contro Cosa Nostra.
Sotto la sua direzione è arrivato uno dei risultati simbolicamente più forti degli ultimi anni: l’arresto di Matteo Messina Denaro nel gennaio 2023. Un evento che non ha solo valore giudiziario, ma ha inciso sugli equilibri criminali, politici ed economici dell’isola.
Il suo potere sta nella capacità di indirizzare l’azione repressiva e di tenere insieme investigazione, collaboratori di giustizia e lettura dell’evoluzione mafiosa, oggi sempre più intrecciata con economia e finanza.
Francesco Curcio – Procuratore Capo di Catania

Francesco Curcio è Procuratore Capo di Catania dall’11 novembre 2024, dopo una lunga esperienza maturata anche alla Direzione Nazionale Antimafia e alla Procura di Potenza.
Guida una delle procure più complesse del Sud, chiamata a confrontarsi non solo con la criminalità organizzata tradizionale, ma soprattutto con i reati dei cosiddetti colletti bianchi, con gli intrecci tra economia legale e illegale, e con fenomeni specifici del territorio etneo come le zoomafie e le corse clandestine di cavalli.
Il suo ruolo incide sulla definizione delle priorità investigative e sull’uso delle risorse giudiziarie in una città come Catania, dove la microcriminalità convive con una delinquenza d’impresa strutturata e invisibile.
14. Giovanni Musso – Il Grande Industriale dell’Energia e dell’Impiantistica

Giovanni Musso entra in classifica perché guida Irem, una delle realtà industriali più strutturate della Sicilia orientale, attiva nell’ingegneria, nell’impiantistica e nei grandi lavori industriali legati all’energia e alla metalmeccanica.
Nel 2024 è stato inserito da Forbes Italia tra i Top 100 manager italiani, un riconoscimento che certifica una cosa precisa: Irem non è più solo un’azienda territoriale, ma un player che compete su scala nazionale e internazionale.
Il potere di Musso non è mediatico né politico.
È industriale: occupazione qualificata, commesse complesse, presenza stabile in filiere strategiche come energia, infrastrutture e grandi impianti.
Accanto all’attività aziendale, Musso ha un ruolo attivo nel sistema confindustriale, come vicepresidente della sezione metalmeccanici di Confindustria Siracusa e componente del gruppo tecnico sull’internazionalizzazione. Un posizionamento che rafforza la sua capacità di incidere sulle relazioni tra impresa, territorio e mercato globale.
La sua influenza si misura in:
-
cantieri aperti,
-
tecnici formati,
-
contratti firmati,
-
continuità produttiva in un settore dove fermarsi significa scomparire.
Per questo Musso è al 14° posto:
non perché racconta l’industria, ma perché la fa funzionare, in un contesto dove farlo è tutt’altro che scontato.
15. Nico Torrisi – Il Potere che Resiste

Nico Torrisi entra in classifica per una ragione molto semplice: è da tempo immemore alla guida della SAC, la società che gestisce l’aeroporto di Catania.
In Sicilia, la durata è già una forma di potere.
Restare in una posizione così esposta, così strategica e così contesa significa saper reggere pressioni politiche, istituzionali e territoriali continue.
L’aeroporto di Catania è uno snodo cruciale per l’economia dell’isola: turismo, lavoro, mobilità, emergenze. Chi lo governa, governa un flusso costante di interessi e decisioni.
Torrisi lo fa da anni, attraversando fasi diverse e assetti politici mutevoli.
Oggi, attorno alla SAC, si muovono aspettative di cambiamento e spinte alternative.
C’è chi lo vorrebbe fuori, chi ne immagina una sostituzione, chi attende una discontinuità.
Ma il dato oggettivo resta: Torrisi è ancora lì.
Per questo è in classifica:
perché il suo è un potere fondato sulla resistenza nel tempo, non sull’assenza di conflitto.
Il futuro della governance aeroportuale è aperto.
Per ora, però, il presente dice una cosa sola: la posizione tiene.
16. Salvo Pogliese – Il Ritorno che Non Finisce Mai

Salvo Pogliese entra in classifica non perché oggi comandi un’istituzione, ma perché continua a essere una variabile del sistema politico catanese.
Ex sindaco, ex vertice cittadino, Pogliese è uno di quei nomi che in Sicilia non scompaiono mai davvero. Anche quando sembrano fuori gioco, restano nello spazio: relazioni, consenso residuo, riconoscibilità, capacità di incidere nel dibattito politico.
Il suo potere è carsico:
non emerge con decisioni formali, ma con presenze, equilibri interni, posizionamenti che contano soprattutto nei momenti di transizione o di vuoto.
Non governa, ma condiziona.
Non decide, ma influenza.
Ed è per questo che Pogliese è al 16° posto:
non per quello che fa oggi, ma per il fatto che, in questa città, nessuno può davvero fare finta che non esista.
17. Nicola D’Agostino – Il Rumore che Non Si Sente

Nicola D’Agostino entra in classifica come una presenza politica costante, riconoscibile e tutt’altro che marginale, ma esercitata senza ingombro.
C’è nella comunicazione, ma non la satura.
Parla, ma non sovrasta.
Agisce, ma senza bisogno di occupare ogni spazio disponibile.
La sua vera forza sta proprio qui: esserci sempre senza farlo pesare.
Una politica fatta di continuità, relazioni, ascolto e posizionamento, più che di esposizione urlata.
Se questa classifica misurasse solo l’effettiva capacità di incidere, D’Agostino potrebbe stare tranquillamente nella top 10.
Ma L’Urlo registra anche un altro dato: l’apparenza, il volume, il rumore percepito.
E il suo è un potere che non fa rumore.
Per questo lo collochiamo al 17° posto:
non perché conti meno, ma perché sceglie di non farsi sentire.
In Sicilia, spesso, è proprio questo il segnale più chiaro di forza.
18. Marco Betta – Il Potere Culturale che Sta nelle Istituzioni

Marco Betta entra in classifica perché esercita un potere culturale istituzionalizzato e duraturo, non episodico.
Compositore riconosciuto a livello internazionale, il punto non è la sua produzione artistica in sé, ma il ruolo che occupa nel sistema culturale siciliano: dal 2022 è sovrintendente della Fondazione Teatro Massimo di Palermo, uno dei principali presìdi culturali del Sud Italia.
Il Teatro Massimo non è solo musica.
È:
-
bilanci rilevanti,
-
relazioni politiche e istituzionali,
-
programmazione che orienta carriere,
-
simbolo identitario della città e dell’isola.
Betta conosce questo sistema dall’interno da decenni: ha partecipato alla riapertura del Teatro dopo 23 anni di chiusura, ne ha guidato la direzione artistica, e oggi ne governa l’intera macchina.
Il suo potere è culturale, amministrativo e simbolico:
decide cosa va in scena, quali linguaggi vengono legittimati, quali visioni diventano centrali.
Ed è per questo che Marco Betta entra al 18° posto:
perché in Sicilia la cultura, quando è struttura e non evento, è una forma concreta di potere.
19. Giuseppe Lupo – Il Macron Siciliano (che il suo partito non sa gestire)

Giuseppe Lupo entra in classifica non solo perché è oggi europarlamentare, ma perché rappresenta una contraddizione evidente del Pd siciliano: avere consenso reale senza riuscire a trasformarlo in potere interno.
Alle Europee del 2024 viene eletto con quasi 50 mila preferenze nella circoscrizione Italia insulare, un risultato che pesa in un partito che fatica a fare sintesi e a valorizzare il consenso.
Nel Pd siciliano diviso e litigioso, Lupo incarna un profilo istituzionale, centrista, spendibile ma non del tutto controllabile dalle correnti.
Più simile a un Macron siciliano che a un capocorrente tradizionale.
Per questo è in classifica: perché il suo potenziale resta in gran parte sottoutilizzato.
20. Enrico Trantino – Il Sindaco che Tiene la Linea

Enrico Trantino entra in classifica perché guida Catania, una città che non concede tregua a nessuno.
Qui il potere non è fare, ma tenere: tenere i conti, tenere i nervi, tenere insieme pezzi che tendono sempre a sfilacciarsi.
Dopo oltre un anno e mezzo da sindaco, Trantino ha scelto una postura precisa: presenza costante, controllo del territorio, poche concessioni alla spettacolarizzazione. Non è un uomo da slogan né da palcoscenico. È uno che presidia.
Ha affrontato emergenze strutturali — rifiuti, bilancio, periferie — senza cercare scorciatoie narrative. Governa con l’appoggio pieno del suo schieramento, Fratelli d’Italia, e mantiene un rapporto lineare con Regione e governo nazionale. Senza strappi, senza fughe in avanti.
Il suo potere non è espansivo.
Non detta mode, non crea miti, non allarga confini.
Ma in una città come Catania, restare in piedi è già un risultato politico.
Per questo è al 20° posto:
non perché domini il sistema,
ma perché ne impedisce il collasso.
E in Sicilia, spesso, chi evita il peggio esercita più potere di chi promette il meglio.
21. Antonino Raspanti – Il Politico della Chiesa Siciliana

Antonino Raspanti entra in classifica non per la dimensione spirituale del suo ruolo, ma per quella politica.
Da presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, Raspanti non è semplicemente un vescovo tra gli altri: è l’uomo che coordina il potere della Chiesa in Sicilia, ne governa le mediazioni interne e ne rappresenta la linea nei rapporti con le istituzioni.
La CESi non è un organismo simbolico.
È una struttura che dialoga stabilmente con:
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Regione e Comuni,
-
mondo della scuola e del sociale,
-
terzo settore,
-
apparati dello Stato sui temi sensibili: povertà, lavoro, migrazioni, legalità.
Raspanti è, di fatto, il regista politico dell’episcopato siciliano.
Decide quando la Chiesa prende posizione, come lo fa, e soprattutto quando conviene non farlo.
Il suo potere non passa dall’altare, ma dai tavoli.
Non si misura in omelie, ma in relazioni, comunicati, silenzi strategici e prese di parola calibrate.
In una regione dove la Chiesa continua a essere un attore sociale centrale, Raspanti è uno di quelli che fanno politica senza candidarsi, influenzano senza esporsi, pesano senza alzare la voce.
22. Enrico Foti – Il Rettore che Arriva Dopo una Battaglia

Enrico Foti è il rettore dell’Università di Catania per il sessennio 2025–2031.
Professore ordinario di Idraulica, per anni direttore del Dipartimento di Ingegneria civile e Architettura, arriva al vertice dell’Ateneo dopo una competizione elettorale tutt’altro che scontata.
Vince contro correnti forti, candidature pesanti e un sistema universitario abituato a equilibri consolidati. Non un nome di apparato, non una continuità automatica. I numeri parlano chiaro: supera il quorum al primo turno con un consenso largo e trasversale, sostenuto da docenti, personale tecnico-amministrativo e, in misura non marginale, dagli studenti.
Il suo insediamento ufficiale arriva il 19 settembre 2025, ma Foti inizia a farsi sentire molto prima. Lo fa con uno stile che diventerà una cifra: ironico in superficie, politicamente chiarissimo nella sostanza. Un post social che sembra un meme — “Rimandato a settembre” — diventa in realtà una dichiarazione di distanza netta dalle scelte dell’amministrazione uscente. Nessun potere formale, ma piena presa di posizione morale.
Durante il periodo di transizione prende pubblicamente le distanze da atti e decisioni adottate a fine mandato, inclusi passaggi amministrativi e appalti di grande entità. Senza scontri diretti, senza proclami, ma con un messaggio preciso: quello che accade ora non porterà il mio nome.
23. Pietro Agen – La Voce Autorevole
Pietro Agen entra in classifica non per il potere che esercita, ma per quello che gli viene riconosciuto.
Da decenni è una presenza stabile nel dibattito pubblico catanese: presidente di Confcommercio Catania, già alla guida della Camera di Commercio, con un lungo percorso nelle istituzioni economiche e associative. Ma il punto non è l’elenco degli incarichi.
Il punto è che Agen è una voce che conta.
Quando si parla di città, di commercio, di infrastrutture, di sviluppo urbano, di scelte strategiche che incidono sulla vita quotidiana, il suo parere viene cercato. Non perché gridi più forte degli altri, ma perché ha dimostrato nel tempo capacità di analisi, visione e misura.
È una figura che resta alla guida perché sa tenere insieme mondi diversi: il piccolo commerciante e il grande imprenditore, il centro e la periferia, l’emergenza e il lungo periodo. Interpreta. Non rincorre il consenso, lo accompagna.
Agen è, in questo senso, il “saggio” del sistema: uno che non ha bisogno di occupare il centro della scena per influenzare il discorso pubblico. La sua forza sta nella credibilità accumulata, nel linguaggio pacato ma netto, nella capacità di leggere.
24. Luigi Renna – Il Vescovo Pop

Luigi Renna entra in classifica come primo religioso non per autorità formale, ma per presenza reale.
Arcivescovo di Catania, Renna è una figura che si muove con naturalezza dentro il mondo che osserva: frequenta la città, ascolta, prende posizione senza irrigidirsi e senza scandalizzarsi. Non è un vescovo che guarda dall’alto, ma uno che si mescola, che parla un linguaggio comprensibile anche a chi non ha nessun rapporto con la Chiesa.
Il suo è un potere morbido, ma efficace.
Non impone, influenza.
Non condanna, interpreta.
Interviene su temi sociali, lavoro, povertà, carcere, migrazioni, ma lo fa senza moralismi e senza nostalgia. Non difende un ordine perduto, prova piuttosto a leggere quello che c’è. Ed è anche per questo che risulta riconoscibile e, in molti casi, ascoltato.
Renna è un vescovo pop nel senso migliore del termine: presente, curioso, capace di stare nella complessità senza irrigidirsi.
25. Manlio Messina – Il Politico che Non Si Ferma Mai

È stato al centro di polemiche, dissidi interni, rotture rumorose. È uscito da Fratelli d’Italia — il partito che ha seguito per una vita intera — dopo mesi di tensioni con la gestione commissariale in Sicilia. Da lì in poi, una sequenza che racconta bene il personaggio: di fronte ai colpi, alle critiche, alle esclusioni, non arretra. Rilancia.
È un politico focoso, istintivo nel senso più autentico del termine: reagisce, prende spazio, trasforma la pressione in visibilità. Anche nei momenti più complicati riesce a rimettersi al centro della scena.
Dopo l’uscita dal partito annuncia il lancio di Etna Sky, una compagnia aerea low cost siciliana, sorprendendo molti. Un’operazione imprenditoriale ma anche mediatica che, ancora una volta, lo riporta dentro il racconto pubblico.
Messina non è uno che si ritira nell’ombra.
È uno che, nel bene e nel male, resta riconoscibile, roboante.
Ed è proprio per questo che continua a occupare spazio.
Il suo non è un potere strutturale.
Ma è un potere che rifiuta il silenzio.
Per questo è al 25° posto:
non per ciò che comanda, ma per la capacità — rara — di restare in piedi dentro il caos.