Venezuela, Trump e il ritorno dell’impero: quando la forza sostituisce la legge

di Redazione

Quando la forza sostituisce la legge: intervento militare USA in Venezuela

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno riportato i Caraibi al centro della geopolitica globale. Non per una crisi improvvisa, ma per una scelta precisa dell’amministrazione Trump: concentrare una forza militare imponente ai confini del Venezuela e trasformare una tensione regionale in un atto di forza senza precedenti. Portaerei, navi da guerra, migliaia di soldati, decine di aerei: un dispositivo che, fino a poco tempo fa, veniva giustificato come lotta al narcotraffico. Ora, invece, ha prodotto un salto di qualità drammatico: la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, definita dalla Casa Bianca come parte di una “operazione su larga scala”.

Che Maduro sia un autocrate non è in discussione. Il suo regime ha represso l’opposizione, falsato elezioni, alimentato una crisi umanitaria che ha spinto milioni di venezuelani alla fuga. Le Nazioni Unite hanno documentato anni di torture, detenzioni arbitrarie e violenze sistematiche. Nessun tentativo di riabilitazione morale è in gioco.

Il punto, però, non è Maduro.
Il punto è che cosa fanno gli Stati Uniti quando decidono di abbattere un regime con la forza.

La lezione che Washington continua a ignorare

La storia recente offre un monito chiarissimo. Afghanistan, Iraq, Libia: interventi militari giustificati come missioni di liberazione che hanno prodotto instabilità cronica, guerre civili, Stati falliti. In America Latina, il copione è ancora più antico: Cile, Guatemala, Nicaragua, Cuba. Ogni volta, la promessa di ordine ha lasciato macerie politiche e sociali.

Eppure, l’amministrazione Trump sembra ignorare questa lezione. Non ha fornito una motivazione coerente, né una cornice legale chiara. Ha agito senza passare dal Congresso, violando apertamente la Costituzione americana, che riserva al potere legislativo l’autorizzazione a qualsiasi atto di guerra.

La giustificazione ufficiale è fragile al limite del grottesco: la distruzione dei “narcoterroristi”. Un’etichetta storicamente abusata per mascherare operazioni militari come azioni di polizia internazionale. Il Venezuela, però, non è un grande produttore delle droghe che alimentano la crisi degli oppioidi negli Stati Uniti, e gran parte della cocaina sudamericana prende la rotta europea. Il paradosso diventa imbarazzante se si considera che Trump ha graziato leader centroamericani coinvolti direttamente nel narcotraffico.

Il vero nome dell’operazione: egemonia

La chiave di lettura più onesta è politica. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti parla chiaro: riaffermare la Dottrina Monroe e ristabilire la “preminenza statunitense” nell’emisfero occidentale. Un linguaggio che sa di XIX secolo, aggiornato a colpi di droni, navi e forze speciali.

Il Venezuela diventa così il primo laboratorio di un nuovo imperialismo dichiarato. Un segnale per l’America Latina, ma anche per il mondo. Un’azione che rischia di offrire una giustificazione perfetta ad altre potenze autoritarie — Russia e Cina in primis — per fare lo stesso nei propri cortili geopolitici.

Quando la guerra diventa illegale

Oltre alla questione politica, c’è quella giuridica. Gli attacchi contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga hanno prodotto morti senza processo, senza difesa, senza minaccia immediata. In almeno un caso, un secondo bombardamento ha colpito naufraghi inermi. Le Convenzioni di Ginevra, il diritto internazionale e la stessa legislazione statunitense vietano esecuzioni extragiudiziali. Come ha ricordato un ex avvocato dell’esercito americano: ciò che distingue la guerra dall’omicidio è la legge.

Qui la legge è stata aggirata.

Un rischio che va oltre il Venezuela

Pensare che la cattura di Maduro risolva il problema venezuelano è un’illusione. I vertici militari che lo hanno sostenuto restano. I gruppi paramilitari restano. I rischi di guerra civile, instabilità regionale, nuove ondate migratorie e shock sui mercati energetici sono concreti.

Persino all’interno del Partito Repubblicano cresce lo scetticismo. Alcuni senatori e deputati hanno già tentato di limitare l’azione militare presidenziale. Un segnale che il consenso interno non è affatto scontato.

Il paradosso finale

Trump aveva costruito parte della sua narrazione politica sulla critica alle “guerre infinite”. Aveva promesso di non iniziarne di nuove. Oggi, senza mandato del Congresso e senza legittimità internazionale, sta facendo esattamente il contrario.

Il rischio non è solo per il Venezuela. È per l’ordine internazionale, per il diritto, per l’idea stessa che la forza non possa sostituirsi alla legge.
E come la storia insegna, quando questo confine salta, a pagare il prezzo non sono mai i potenti, ma i popoli.

l’articolo di Le Monde