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Cronache

Università nelle carceri, in Sicilia nascono i poli universitari penitenziari

L’Università sarà accessibile anche nelle carceri. Nell’Isola nascono i poli universitari penitenziari.

In Italia sono circa 80 gli istituti penitenziari in cui viene garantita l’istruzione universitaria, con la collaborazione di 37 atenei (compresi i quattro siciliani), per un totale di circa 1.000 studenti-detenuti iscritti. Per il 60% si tratta di detenuti in regime di media sicurezza (delinquenza comune), per il 34% di alta sicurezza, per l’1,5% di detenuti al 41 bis. Solo il 2% è rappresentato da donne.

La nascita di poli penitenziari è quanto stabilito dall’accordo tra il Garante dei diritti dei detenuti della Sicilia Giovanni Fiandaca, il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria Cinzia Calandrino, le Università di Palermo, Catania, Messina ed Enna “Kore”, con l’intervento della Regione tramite l’assessorato dell’Istruzione guidato da Roberto Lagalla.

L’intesa, sottoscritta a Palazzo Orléans, è avvenuta alla presenza del governatore Nello Musumeci, di Fiandaca, Calandrino, dei delegati degli atenei Fabio Mazzola (Palermo), Fabrizio Siracusano (Catania), Anna Maria Citrigno (Messina), Agata Ciavola (Enna), e del presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari, Franco Prina.

“Istruzione primo elemento del trattamento educativo”

“È un evento al quale attribuisco un alto valore morale-afferma Musumeci- La Sicilia si intesta una battaglia, che diventa punto di riferimento per altre regioni e per il futuro. In questi tre anni, come governo regionale, abbiamo dedicato particolare attenzione a tutta la popolazione penitenziaria”. La Regione Siciliana, infatti, dopo la Toscana, è la seconda istituzione locale che si inserisce a pieno, fornendo un supporto economico, nel dialogo fra atenei e Provveditorato. Fiandaca evidenzia, inoltre, che “l’ordinamento penitenziario prevede espressamente una sorta di obbligo di promozione e agevolazione dell’istruzione universitaria negli istituti penitenziari, oltre a riconosce l’istruzione come primo elemento del trattamento rieducativo. Questo vale specialmente nelle regioni meridionali, dove la popolazione carceraria statisticamente presenta un livello di istruzione e di scolarità più basso”.
G.G.

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Redazione

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