Trump, Venezuela e Groenlandia: la nuova dottrina della forza

di Redazione

L’intervista concessa da Donald Trump all’Atlantic segna un punto di non ritorno nella politica estera statunitense. Non tanto per il contenuto delle minacce rivolte al Venezuela, quanto per la chiarezza con cui il presidente collega scenari lontani — Caracas e la Groenlandia — dentro una stessa visione strategica.
Non più interventi episodici, ma una dottrina che torna a parlare apertamente di controllo, sicurezza e dominio.

L’intervista che cambia l’orizzonte della politica estera

Il Venezuela come laboratorio dell’intervento americano

Durante la conversazione telefonica, Trump non usa giri di parole. Avverte la nuova leader venezuelana Delcy Rodríguez che «pagherà un prezzo molto alto» se non accetterà le conseguenze dell’intervento militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, oggi detenuto a New York.
Il messaggio è chiaro: l’operazione su Caracas non è chiusa, né reversibile. E soprattutto non è negoziabile.

La reazione di Rodríguez — «non saremo mai più una colonia» — riporta nel lessico politico un termine che si pensava archiviato. Ma è proprio qui che il linguaggio di Trump cambia passo: il Venezuela non è più uno Stato sovrano in crisi, bensì un Paese “fallito” da gestire.

Fine del tabù sul regime change

Per anni Trump aveva costruito il proprio consenso opponendosi al nation building e ai cambi di regime, prendendo le distanze dalle guerre in Iraq e Afghanistan. Nell’intervista, però, quel principio viene apertamente superato.

«Ricostruire è meglio di quello che c’è adesso», afferma, liquidando le obiezioni della sua stessa base politica. Il fallimento interno di uno Stato diventa così la giustificazione morale e politica dell’intervento esterno. Non importa come lo si chiami: occupazione, amministrazione temporanea, ricostruzione. Il risultato è lo stesso.

Groenlandia: da provocazione a necessità strategica

La vera novità dell’intervista arriva quando Trump collega esplicitamente il caso venezuelano alla Groenlandia. «Abbiamo bisogno della Groenlandia, assolutamente», dice, descrivendola come circondata da navi russe e cinesi.
Non una battuta, non una provocazione: una dichiarazione di necessità.

La Groenlandia è un territorio autonomo della Danimarca, Stato membro della Nato. Ma questo dato, nel discorso presidenziale, passa in secondo piano rispetto alla sicurezza americana e all’accesso alle risorse strategiche. La sovranità diventa un dettaglio quando entra in gioco la difesa.

La retorica del fallimento di Stato

La “Donroe Doctrine” e il controllo dell’emisfero

Trump rivendica apertamente una sua versione aggiornata della Dottrina Monroe, ribattezzata “Donroe Doctrine”. Non più un principio contro il colonialismo europeo, ma una legittimazione del primato statunitense nell’emisfero occidentale.

Eppure, nell’intervista, Trump precisa che non si tratta solo di geografia: «Non è l’emisfero. Sono i singoli Paesi». Una frase che apre uno scenario inquietante, perché trasforma ogni Stato giudicato instabile o ostile in un potenziale bersaglio.

Un cambio di paradigma che riguarda anche l’Europa

Venezuela e Groenlandia diventano così due estremi dello stesso ragionamento: dove c’è un interesse strategico americano, la forza può sostituire la diplomazia.
Il rischio non è solo regionale. Agendo senza un chiaro consenso internazionale, gli Stati Uniti offrono un precedente che altre potenze — Russia e Cina in primis — possono usare per giustificare le proprie ambizioni.

L’Europa, per ora, osserva. Ma l’intervista di Trump segna la fine di una fase ambigua: la politica estera americana torna a parlare il linguaggio della potenza esplicita. E quando il linguaggio cambia, anche la storia accelera.