Esistono mondi che non hanno bisogno di essere spiegati, perché basta attraversarli per riconoscerne l’anima. Quello di Tim Burton è uno di questi. Nato a Burbank il 25 agosto 1958, il regista americano compie oggi 68 anni e continua a custodire, attraverso il cinema, quella capacità rara di trasformare l’inquietudine in poesia, il diverso in bellezza e l’ombra in una casa nella quale sentirsi finalmente accolti.
Prima ancora di diventare regista, Burton è stato un bambino che guardava il mondo da una prospettiva tutta sua. Disegnava, immaginava creature impossibili, si lasciava affascinare dal cinema fantastico e da quelle atmosfere gotiche che, negli anni, sarebbero diventate la sua firma. Quella fantasia non è mai rimasta soltanto sulla carta. È cresciuta insieme a lui, fino a trasformarsi in un linguaggio cinematografico inconfondibile.

Da Beetlejuice a Batman, da Edward mani di forbice a Big Fish, ogni suo film sembra aprire una porta su un universo sospeso tra il sogno e la malinconia. Un luogo nel quale i mostri non sono necessariamente cattivi e gli esseri umani, talvolta, possono essere molto più spaventosi delle creature che abitano la notte.
Edward con le sue mani di forbice, Jack Skellington nella sua città di Halloween, la sposa cadavere, Willy Wonka, i personaggi solitari e fuori dagli schemi che popolano la sua filmografia hanno tutti qualcosa in comune. Sono creature che cercano un posto nel mondo senza voler rinunciare alla propria identità. Ed è forse proprio questa la grandezza del cinema di Burton, aver raccontato la diversità non come una condanna, ma come una possibilità.

Le sue immagini sembrano appartenere a un libro di fiabe dimenticato in una soffitta. Case deformate, cieli lividi, alberi spogli, città sospese e personaggi dagli occhi grandi e malinconici compongono una tavolozza nella quale il gotico incontra la tenerezza. Anche quando racconta la morte, Burton riesce a trovare una forma di dolcezza. Anche quando parla di solitudine, lascia sempre socchiusa una porta verso la speranza.
In questo universo la musica di Danny Elfman ha rappresentato una presenza quasi inseparabile dalle immagini, mentre il sodalizio con Johnny Depp ha dato volto a molti dei personaggi più iconici della sua carriera. Due collaborazioni che, come accade nelle grandi storie artistiche, hanno finito per diventare parte stessa della sua identità cinematografica.

Tim Burton non ha mai cercato di rendere normale ciò che normale non era. Ha fatto esattamente il contrario. Ha preso ciò che appariva strano, fragile, oscuro e lo ha portato al centro della scena, mostrando che anche nelle crepe può entrare la luce.
A 68 anni il suo cinema continua così a parlare a chi, almeno una volta, si è sentito fuori posto, diverso, troppo fragile o semplicemente incapace di adattarsi alle regole di un mondo che sembrava scritto da qualcun altro.
Forse è proprio questo il segreto della sua eternità artistica. Tim Burton non ci ha mai chiesto di avere paura delle ombre. Ci ha insegnato a guardarci dentro e a scoprire che, qualche volta, proprio lì dove pensavamo abitasse la paura si nasconde la forma più autentica della meraviglia.