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Saverio Sam Barbaro si racconta sull’intrigo di ‘Al di la delle onde’ – L’intervista

Lo scrittore calabrese articola un romanzo che conferma la sua bravura

Un giornalista arriva in un paesino di mare del Sud Italia per un’inchiesta su un Sindaco che molti anni prima, rinunciando a una carriera politica di successo, si era dimesso dal suo incarico scomparendo nel nulla. Nel paese vivono la moglie e il fratello, diventato un ricco imprenditore.

L’inchiesta, difficile e rischiosa, svelerà al giornalista un mondo di compromessi e affari ambigui. Troverà un valido aiuto nella nipote dell’ex sindaco la quale sfiderà un’intera comunità rischiando di pagare per questo un altissimo prezzo.

Il thriller indaga sui meccanismi clientelari e i rapporti di potere all’interno di quei complessi e opachi microcosmi che sono le amministrazioni locali.

Al di là delle onde (Emersioni) è il romanzo che segna l’esordio nell’editoria indipendente con quello che lo stesso autore definisce “il racconto lungo”, proprio perché Saverio Sam Barbaro è già noto per aver pubblicato un racconto breve edito dalla prestigiosa Nottetempo edizioni nel 2012, che sappiamo bene essere fondata da due eccelse quali Ginevra Bompiani con consulenza di Roberta Einaudi. Bompiani e Einaudi non sono nomi sconosciuti nel mondo dell’editoria e della cultura. Il mio racconto di Saverio Sem Barbaro fu inserito in un’antologia di storie brevi in quanto vincitore del premio letterario Racconti nella rete.

Riconoscimenti e debutti con certa editoria non indifferente: non crede?

«Incoraggiato da questo evento ho deciso di scrivere un romanzo e proporlo solo a editori di riconosciuta serietà: il gruppo Lit, che annovera case come Arcana, Castelvecchi, Elliot, Emersioni e Ombre è appunto tra questi. Sapendo che in Italia moltissimi scrittori propongono storie da pubblicare non ero molto fiducioso che avrebbero scelto la mia per darla alle stampe. Ma poi ho avuto la gradita notizia che l’avevano giudicata meritevole di pubblicazione».

Tenacia e gratificazione…

«Avevo lavorato al romanzo per ben quattro anni e adesso mi sento dire che si legge d’un fiato. Forse perché è solo di 200 pagine, o perché è scritto in modo semplice. Certo gratica».

Cosa ha ispirato “Al di la delle onde”?

«Il mio script nasce dalla confidenza di un noto personaggio della mia città che ha ricoperto importanti incarichi sia nel mondo politico che ai vertici delle amministrazioni

pubbliche. Le sue rivelazioni avevano al centro uno scandalo mai esploso, e che ormai nessuno ha interesse a farlo esplodere perché, se non ha piena rilevanza nel campo giuridico, reca in sé pesanti aspetti dal punto di vista morale. Ovviamente ho usato luoghi e tempi un po’ differenti da quelli che furono teatro di questi accadimenti».

Ardito nel proporlo: perché ne ha scritto in forma romanzata?

«L‘ho scritto proprio a proposito di morale; sentivo il dovere di far conoscere questa storia a tutti coloro che amano ciò che rimane sottocoperta e che però determina un cambio di vita di molti, sia nel bene che nel male».

Torniamo ai riconoscimenti: ve ne sono stati e pensa che ve ne saranno?

«Ho da qualche settimana appreso che sono tra i cinque premiati con targa al prestigioso ‘Milano International’. Una grande, insperata soddisfazione. Come lo fu nel 2012 quando fui premiato al concorso ‘Racconti nella rete’. Infatti ritengo importante sia il giudizio dei lettori che quello di chi si dedica in modo specialistico alla narrativa.

Tornando al romanzo, ‘Al di là delle onde’, resto spiazzato dalla richiesta di quelli che lo hanno letto e mi chiedono la continuazione. Vorrei essere già in grado di scriverla ma lo farò solo se riuscirò a trovare spunti interessanti. Per esempio, un altro scandalo mai esploso. Per quanto riguarda ‘Al di là delle onde’ potrebbe anche essere piaciuta la love story che vi è contenuta. Anche per quella mi sono ispirato a una storia vera. Ovviamente rendendo i protagonisti irriconoscibili».

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Potrebbe sembrare quasi una storia di mafia, ma…

«Magari all’inizio si penserà che anche la storia raccontata da me sia uno storia di mafia. Ma la criminalità organizzata potrebbe non c’entrarci nulla. Non aggiungo oltre per non togliere il gusto al lettore che si pone la più classica delle domande: come andrà a finire?

Se a un thriller togli l’incertezza, gli hai tolto l’anima».

Molte fiction hanno mitizzato personaggi della mala (Romanzo criminale, Il capo dei capi, et alii), cosa ne pensa lei?

«Sono d’accordo con chi dice che parlare di criminalità organizzata (ad esempio il giudice Gratteri) rischia di mitizzare alcuni personaggi che non lo meritano. Vedi il Padrino di Mario Puzo».

Per scrivere Al di la delle onde, ha approfondito anche dinamiche socio ambientali di diversi luoghi?

«Da quando sono in pensione, non amo molto nemmeno uscire… e allora non mi resta che l’hobby della lettura e della scrittura non essendo tra l’altro molto attratto dalla televisione. In genere mi limito ad assistere a qualche dibattito, qualche documentario di genere storico, qualche telegiornale quando ho bisogno di approfondire una notizia e televideo non mi basta. Gli ambienti li ho scoperti anche da questi mezzi»

Ha un rimpianto?

«Il mio cruccio aver studiato una vita l’inglese e non riuscire a capirne una parola quando lo sento parlare. Ma sono stato molte volte in Usa».

Motivi diversi?

«Mio padre nacque in Italia perché mio nonno voleva sposare un’italiana, venne per sei mesi, prese moglie, la mise incinta, poi partì in attesa di richiamare lì moglie e figlio. Poi successe che la moglie morì poco dopo il parto e mio padre restò in Italia sempre in attesa di ricongiungersi con il padre una volta divenuto più adulto».

Dalla tragedia a te: protagonista del romanzo?

«Forse, però è vero che lo scoppio della seconda guerra mondiale, nonché altri eventi come il matrimonio di mio padre con la donna che divenne mia madre, resero impossibile il ricongiungimento tra mio padre e mio nonno che morì alcuni anni dopo la fine del conflitto. Per cui i due non si conobbero mai. Forse è stato questo che mi ha indotto a scegliere un americano come protagonista del mio romanzo. Da piccolo ricevevo doni da mio nonno spediti dagli Usa e ancora ne conservo alcuni, come una macchina fotografica munita di flash. In seguito anche un binocolo. Comunque sono cresciuto nel clima del Piano Marshall, dove l’egemonia culturale degli Usa sull’Italia era evidente e sancita per contratto. E Rintintin imperversava sullo schermo della prima televisione assieme ai tanti Pecos Bill. Ancora sono particolarmente attento ai fenomeni politici, sociali, culturali e di costume degli Usa. Al punto che nel mio romanzo ‘Al di là delle onde’ cito il senatore del Vermont Bernie Sanders che era candidato alle presidenziali e di cui ero un entusiasta ‘tifoso’ sia pur da remoto».

Scorre bene il tuo romanzo e incalza facendo riflettere

«Ho scelto uno stile semplice e un ritmo intenso. Preferisco raccontare ispirandomi alla moderna tecnologia quindi rappresentando le scene con stile visivo. Alcuni lo definiscono postmoderno.

Del resto, sono dell’opinione che una storia non deve essere letta con sofferenza: deve farsi leggere.

Dalla critica letteraria ho appreso che alcuni scrittori, magari bravi, procedono con trame che stentano ad andare avanti. Talvolta, per descrivere cosa mangia il cagnolino, riempiono numerose pagine. A me piace raccontare eventi che si succedono interessando il lettore e, se possibile, spingendolo a riflessioni».

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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