I saldi non sono soltanto una stagione di sconti: sono un rito collettivo e, quest’anno più che mai, un test di verità sull’economia italiana. In una fase di contrazione dei redditi e di incertezza diffusa, la corsa agli acquisti di inizio anno diventa un indicatore reale – più affidabile di molti sondaggi – della capacità di spesa degli italiani e della tenuta del sistema economico.
Se fosse vero, come lo è, il costrutto dell’intelligenza collettiva che l’umanità esprime fin dall’antichità, si comprenderebbe perché i rituali, pur restando identici nella loro essenza, cambino soltanto forma con il passare del tempo. Nell’antica Grecia erano gli oracoli a interpretare il futuro: a Delfi il dio Apollo parlava attraverso la voce della sacerdotessa Pizia, a Dodona Zeus affidava i suoi responsi al fruscio delle foglie di quercia. Oggi, nella postmodernità, la consultazione si è fatta laica e collettiva: si chiama stagione dei saldi.
La consuetudine degli sconti di inizio anno si inserisce infatti in una fase di evidente contrazione dei redditi. Da un lato i commercianti confidano in un rilancio delle vendite, dall’altro i consumatori si muovono con estrema cautela, disposti ad acquistare solo a fronte di un reale vantaggio economico. Inutilmente il marketing continua a proporre il prezzo “psicologico” con il 99 finale: 14,99 al posto di 15 euro. Una strategia ormai logora e spesso controproducente, che non tranquillizza più l’acquirente ma, al contrario, lo rende diffidente, spingendolo a valutare con maggiore attenzione il prodotto e la reale convenienza.
Con un giro d’affari stimato intorno ai 6 miliardi di euro, i saldi non riguardano soltanto i negozianti. Nell’Italia segnata dalla controversa legge di bilancio 2026, l’intero sistema economico si gioca una partita decisiva: rilanciare i consumi o certificare una crisi di liquidità, una stagnazione della circolazione del denaro che rischia di compromettere la crescita.
I numeri parlano chiaro. Sono circa 16 milioni gli italiani interessati allo shopping dei saldi: una massa critica che rende questo appuntamento un’indagine sociale di fatto, molto più attendibile dei sondaggi tradizionali. È, in sostanza, un test di straordinaria delicatezza per il governo. Secondo le stime Ipsos, il 92% dei potenziali acquirenti comprerà solo a patto di trovare un vero affare, cioè di disporre di risorse sufficienti. Se una parte significativa di questa platea dovesse rinunciare, il segnale sarebbe inequivocabile.
Non è un’ipotesi astratta. Le polemiche dell’estate scorsa lo dimostrano: di fronte all’aumento dei prezzi nei servizi turistici, dai lidi alle strutture ricettive, gli operatori del settore avevano denunciato la scarsa attenzione dell’esecutivo verso una crisi strisciante, legata al mancato incremento dei redditi da lavoro dipendente, fermi – nei fatti – dagli anni Novanta.
Circa 2 milioni di italiani hanno già anticipato gli acquisti prima dell’avvio ufficiale dei saldi, rivolgendosi a quei negozi che aggirano le date previste anticipando gli sconti. Restano però 14 milioni di potenziali consumatori: di questi, il 53% deciderà solo davanti alla vetrina o online, valutando in tempo reale se il prezzo giustifica la spesa.
È qui che il rito si compie. In questo primo test del 2026, gli italiani dichiareranno, senza bisogno di parole, le loro reali intenzioni. Se spenderanno, contribuiranno a rimettere in moto l’economia. Se si fermeranno, accetteranno – forse senza dirlo – di vivere in un clima di recessione prolungata.
Come ogni oracolo, anche questo non mente. Si limita a restituire ciò che gli viene offerto.