Robin Williams, dodici anni senza il genio che trasformava il dolore in un sorriso

di Denise Bentivegna

Dodici anni sono trascorsi da quel giorno in cui Hollywood ha perso uno dei suoi interpreti più imprevedibili, ironici e profondi. L’11 agosto 2014 Robin Williams si è spento a 63 anni, lasciando dietro di sé una filmografia capace ancora oggi di attraversare generazioni e raccontare, con registri completamente diversi, la fragilità, la solitudine, l’amore e la voglia di vivere.

Il suo talento sembrava non conoscere confini. Una battuta improvvisata, una voce cambiata all’improvviso, un’espressione del volto erano sufficienti per trasformare una scena e conquistare il pubblico. Eppure, dietro quella straordinaria capacità di far ridere, esisteva un uomo molto più complesso, segnato da fragilità che per anni erano rimaste lontane dagli occhi degli spettatori.

Nato a Chicago il 21 luglio 1951, Williams si avvicinò inizialmente al teatro e alla stand-up comedy, costruendo proprio attraverso le esibizioni dal vivo quella libertà espressiva che sarebbe diventata il suo marchio di fabbrica. La grande popolarità arrivò con Mork nella serie televisiva Mork & Mindy, personaggio che gli permise di portare sullo schermo un’energia completamente fuori dagli schemi.

Poi arrivò il cinema e, con esso, una delle carriere più versatili della sua generazione. Good Morning, Vietnam, L’attimo fuggente, La leggenda del re pescatore, Mrs. Doubtfire, Jumanji, Patch Adams e Will Hunting – Genio ribelle sono soltanto alcuni dei titoli che hanno contribuito a costruire il suo straordinario percorso.

Ma esiste un personaggio che non ha avuto bisogno del suo volto per diventare immediatamente riconoscibile. Nel 1992, Robin Williams prestò la propria voce al Genio di Aladdin, il grande classico Disney diretto da Ron Clements e John Musker. Un’interpretazione travolgente, fatta di cambi di voce, imitazioni, ritmo e improvvisazione, che trasformò il Genio in uno dei personaggi più iconici dell’animazione.

Williams riuscì a fare qualcosa di raro: non si limitò a doppiare un personaggio, ma gli diede una personalità completamente nuova. Il Genio divenne così irriverente, tenero, esagerato e imprevedibile, con quella velocità verbale che apparteneva inconfondibilmente all’attore. Una parte talmente legata alla sua voce da rendere difficile, ancora oggi, immaginare quel personaggio in un’altra versione.

Dopo il successo di Aladdin, Williams tornò a prestare la voce anche nei successivi capitoli legati al personaggio, contribuendo a rendere il Genio una presenza amatissima da chi era bambino negli anni Novanta e da tutte le generazioni che hanno riscoperto il film negli anni successivi.

Nel 1998 arrivò finalmente l’Oscar come miglior attore non protagonista per Will Hunting – Genio ribelle, dopo tre precedenti candidature. Sul palco dell’Academy veniva premiato l’attore drammatico capace di dimostrare che dietro quella comicità incontenibile esisteva una profondità altrettanto potente.

La sua storia personale, però, era molto più complessa di quella raccontata sul grande schermo. Williams affrontò problemi legati alle dipendenze e alla salute mentale e, negli ultimi mesi della sua vita, dovette confrontarsi con una grave condizione neurologica.

Dopo la sua morte, l’autopsia rivelò la presenza di una demenza a corpi di Lewy, una malattia neurodegenerativa che può provocare alterazioni cognitive, disturbi del movimento, problemi del sonno, cambiamenti dell’umore e allucinazioni. Una diagnosi che contribuì a comprendere meglio alcune delle difficoltà vissute dall’attore negli ultimi mesi.

Ma Robin Williams non può essere raccontato soltanto attraverso la sofferenza degli ultimi anni.

Resta Mork, resta il professor Keating, resta il papà di Mrs. Doubtfire, resta Patch Adams. E resta soprattutto quella voce che, nel 1992, diede vita al Genio di Aladdin, trasformando un personaggio animato in una creatura capace di parlare direttamente al cuore di chi guardava.

Sono trascorsi dodici anni dalla sua morte, ma basta far partire uno dei suoi film perché quella voce torni immediatamente familiare.

Robin Williams non è più sullo schermo, ma il suo Genio continua a ridere, cantare e parlare attraverso una delle opere più amate della Disney. E forse è proprio questa la forma più bella dell’immortalità per un artista: continuare a vivere nell’immaginazione di chi lo ha incontrato attraverso una storia.

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