Il significato politico del risultato referendario
Quantunque in pochi l’abbiano capito in seno alla classe dirigente, ostacolati da opinionisti protesi a difendere il proprio punto di vista, anziché decifrare gli umori dell’elettorato, e, di sondaggisti preoccupati di mostrare l’affidabilità dei loro dati, il referendum ha ancora una volta dimostrato come gli italiani abbiano smesso di fidarsi e, soprattutto, di affidarsi ai partiti, tali come si sono configurati in questi anni due del terzo millennio.
Affluenza e comportamento elettorale
Financo la straordinaria corsa alle urne di un numero alto di votanti nel caso del referendum, un rotondo 58,93% degli aventi diritto, necessita di una chiave di lettura articolata. Sul piano della semplice aritmetica, il centrodestra ha confermato le adesioni ricevute nelle passate elezioni politiche del 25 settembre 2022, mentre la coalizione a sostegno del No è stata, ancora una volta, costretta a constatare l’esigenza di marciare compatta per sconfiggere gli antagonisti. Alle novità provenienti dal Sud, stranamente avulso dal voto legato alla coalizione di governo, il più vistoso cambiamento giunge dai giovani, consapevoli di volere imprimere una svolta alla loro più assoluta precarietà, contrassegnata dalla corsa a lasciare l’Italia in favore di nazioni, maggiormente accoglienti.
Il ruolo dei giovani nel voto
Anche l’inverno demografico, nella sua attuale drammaticità, è tanto segnato dalla disaffezione delle giovani generazioni nei confronti di una mancata tutela, applicata dai diversi governi della Repubblica, succedutisi negli anni, nei riguardi di chi, le nuove leve, ha in mano il futuro della nazione.
Detto a chiare lettere, se i giovani lasciano l’Italia, lo si deve unicamente a politiche di inesistente tutela della ricerca, di disinteresse per la scuola, di mancata protezione del personale operante nella sanità, senza affrontare il capitolo dei salari più bassi d’Europa, per cui guadagnare 1.200 euro a Milano o a Roma equivale a vivere all’addiaccio. Ecco, senza volere per questo gravare di significati nascosti, giacché sono palesi, il risultato del referendum del 22 – 23 marzo, i cittadini hanno giudicato inadeguato il metodo adottato dal governo Meloni di riformare la giustizia, modificando a maggioranza semplice la Costituzione.
Governo e riforma della giustizia: cosa non ha convinto
Anzi lo hanno classificato tout-court, autoritario. Peggio, continuare su questa strada, puntando, per la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, sulla riforma della legge elettorale, tale da consegnare alla coalizione vincitrice la maggioranza assoluta in parlamento, potrebbe metterla definitivamente ai margini di questa stagione di cambiamenti, intervenuta, se l’istinto non inganna, con i profondi mutamenti in corso sullo scenario internazionale. Primo, in quanto la fissità della suggestione autoritaria, legata all’attuale decorso della politica americana, la porterebbe in una deriva, già oggi, di ardua gestione.
A seguire, percorso talmente intricato da diventare un labirinto. In seconda battuta, perché il giudizio dei cittadini sul governo, da esprimere nel segreto dell’urna, a fine mandato, sarà incentrato sulla politica interna, nella quale, gli assi portanti, sanità, salario d’ingresso, sostegno ai redditi bassi, controllo dei prezzi dei generi alimentari, gas, luce e benzina, in uno con i profitti extra di banche e telefonia sono totalmente sfuggiti al controllo dell’esecutivo.
E, dunque?
Sul versante, invece, squisitamente attinente alla mancata riforma della giustizia, in quanto di questo sarebbe corretto parlare, non solo della semplice separazione delle carriere, si dovrà tornare, poiché talune esigenze di terzietà e imparzialità della magistratura sono irrimediabilmente compromesse. E non da ora. Naturalmente, elaborare una proposta di legge articolata, rispettosa del percorso costituzionale e parlamentare, per cui la convocazione della bicamerale dovrà precedere il voto a maggioranza dei due terzi in duplice lettura delle Camere, sarà l’unica traccia da seguire.
Le prospettive per maggioranza e opposizione
Nella ipotesi di campo largo, con l’agglomerato del centrosinistra proteso a costruire un’alternativa all’attuale maggioranza di governo, si lavora, stante alle dichiarazioni di Elly Schlein, a un programma in grado di coinvolgere un arco di forze politiche il più largo possibile. Comunque omogeneo.
Per non cadere nell’errore più clamoroso compiuto dal centrodestra, ovvero presentare la proposta di riforma della Costituzione, schierando, Forza Italia, partito di chiara e indubitabile matrice garantista, anche solo per il fatto di avere fondatore e presidente Silvio Berlusconi, erede delle istanze di riforma del potere giudiziario, ereditate dal Partito socialista, schierata accanto alla Lega, un tempo Lega Nord per l’indipendenza della Padania, allora guidata da Umberto Bossi, la quale vanta, da sempre, nella propria azione, un connotato, per non definirlo un rigurgito, giustizialista.
Tra crisi sociale e nuove priorità politiche
Infine, le incertezze mostrate da Fratelli d’Italia, a metà del guado, tra le due fondamentali opzioni di in dubio pro reo (nel dubbio a favore del colpevole) o all’estremo opposto, in dubio contra reum (nel dubbio contro il reo) hanno sicuramente contribuito al fallimento della missione assegnata dalla Meloni all’attuale coalizione di governo. A completamento dell’opera, Antonio Di Pietro, designato a testimonial del Si al referendum, avrebbe dovuto rinnegare per rendersi credibile all’opinione pubblica più attempata di avere svolto il ruolo di pubblico ministero nel processo all’intera classe dirigente italiana con Tangentopoli, azzerandola. Artefice … della disfatta.
Cosi è (se vi pare).