Angelo Onorato, il DNA che riapre le domande: quando un suicidio non basta a spiegare una morte

di Redazione

Ci sono casi che non si chiudono perché non vogliono chiudersi. Non per ostinazione emotiva, ma perché i fatti continuano a produrre domande. La morte dell’architetto Angelo Onorato, avvenuta il 25 maggio 2024 a Palermo, appartiene a questa categoria: una vicenda che, a distanza di mesi, torna a imporsi all’attenzione pubblica non per clamore mediatico, ma per il peso crescente delle incongruenze.

Onorato, 54 anni, imprenditore e architetto, viene trovato morto nella sua auto, un SUV, fermo sul bordo di viale Regione Siciliana, in un tratto privo di telecamere. È seduto al posto di guida, con la cintura di sicurezza allacciata. Al collo una fascetta da elettricista. L’ipotesi che prende forma nelle prime ore è quella del suicidio. Ma fin dall’inizio qualcosa non torna.

Una scena che non si lascia leggere in un solo modo

Le immagini delle telecamere raccontano una mattinata tutt’altro che lineare. Angelo Onorato si ferma nello stesso punto due volte. La prima, intorno alle 10.40: le portiere si aprono e si chiudono più volte, come se qualcuno salisse e scendesse dall’auto. Poi riparte, compie un giro senza una meta apparente, e torna nello stesso luogo alle 11.04.

È qui che accade l’ultimo movimento registrato: lo sportello posteriore destro si apre alle 11.07. Verrà ritrovato ancora aperto. Poco dopo, Onorato risponde a una telefonata di un collaboratore e dice una frase che pesa come un macigno: “Devo chiudere, sono con persone”.

Non da solo, dunque.

Il DNA come elemento narrativo, non risolutivo

Per mesi l’indagine sembra arenarsi. La procura apre un fascicolo per omicidio contro ignoti, ma in assenza di indagati concreti viene avanzata una richiesta di archiviazione. È qui che entra in scena l’elemento che oggi rimette tutto in discussione: il DNA.

Le nuove analisi condotte dalla consulente della famiglia hanno estrapolato profili genetici che non appartengono né ad Angelo Onorato, né alla moglie, né ad altri familiari noti. Tracce biologiche rinvenute all’interno dell’abitacolo, nella parte posteriore dell’auto, e soprattutto un profilo maschile ignoto individuato sullo zigomo destro della vittima, in prossimità di un’escoriazione.

Dal punto di vista medico-legale, quella posizione non è neutra. È una zona compatibile con una colluttazione, con un contatto diretto. Un dettaglio che, per chi si occupa di scienze forensi, non può essere archiviato come casuale.

Ancora più rilevante è il fatto che questi profili risultino tecnicamente comparabili con la banca dati del DNA: non frammenti inutilizzabili, ma sequenze potenzialmente riconducibili a persone reali.

Le incongruenze che resistono

Accanto al DNA, restano elementi difficili da ignorare. Sulla fascetta da elettricista non sono state trovate impronte digitali. L’autopsia, pur non rilevando segni eclatanti di colluttazione, segnala ecchimosi sul volto, lividi ed escoriazioni su braccia e gambe, e non esclude uno strangolamento “retro-indotto”.

C’è poi la dinamica: cintura allacciata, portiere chiuse, una sola portiera posteriore aperta. E la centralina dell’auto che registra quell’apertura come ultimo gesto prima del silenzio.

In questo contesto, continuare a parlare di suicidio non appare più come una spiegazione, ma come una scorciatoia.

L’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di archiviazione del caso, è stata rinviata al 21 gennaio per un difetto di notifica. Sarà in quella data che il gip dovrà decidere se chiudere definitivamente l’indagine sulla morte di Angelo Onorato, trovato senza vita nella sua auto a Palermo il 25 maggio 2024, soffocato da una fascetta di plastica, oppure se disporre nuovi approfondimenti alla luce delle evidenze emerse.

La voce della famiglia e il peso del non detto

A tenere aperta la ferita è anche la testimonianza della moglie, Francesca Donato. Non una battaglia mediatica, ma una richiesta di coerenza. Racconta di timori espressi dal marito negli ultimi tempi: “Qualcuno mi vuole fare del male”. Paure poi ridimensionate, quasi negate, come spesso accade quando si tenta di normalizzare l’anomalia.

Il rimorso più grande, dice, è non aver chiesto di più. Ma la responsabilità non è di chi ascolta: è di un sistema che, davanti a troppe domande, ha preferito fermarsi.

Quando la verità è una responsabilità pubblica

Ora la decisione torna al Tribunale di Palermo: archiviare o riaprire. Ma questa non è solo una scelta procedurale. È una scelta che riguarda il rapporto tra giustizia e verità.

Il DNA non è una sentenza, ma è un linguaggio. Dice che sulla scena c’erano altre presenze. Dice che qualcuno ha toccato, forse affrontato, forse aggredito Angelo Onorato. Dice che la storia non è finita nel punto in cui si è tentato di chiuderla.

In un tempo in cui le morti rischiano di diventare statistiche e le indagini formule, questo caso ricorda una cosa semplice e scomoda: non tutte le vite si spiegano con una parola sola. E quando una spiegazione non basta, fermarsi non è prudenza. È rinuncia.