Oggi, 29 agosto, il mondo della musica celebra la nascita di uno dei suoi protagonisti più grandi: Michael Jackson. Il Re del Pop avrebbe compiuto 68 anni e questa data torna a essere un’occasione per ricordare un artista che ha cambiato per sempre la storia della musica, ma anche un uomo che, dietro le luci dei palcoscenici, ha cercato per tutta la vita di costruire un mondo un po’ più gentile.

La sua potrebbe sembrare una favola.
Una di quelle storie che cominciano con un bambino dotato di un talento straordinario e arrivano fino ai palcoscenici più importanti del pianeta. Solo che, nel caso di Michael, quel bambino crebbe troppo in fretta. La musica arrivò quando avrebbe dovuto esserci ancora spazio per i giochi, la spensieratezza e le piccole scoperte dell’infanzia.
Michael imparò presto a stare davanti al pubblico, a provare, a lavorare, a essere perfetto.

Eppure quella parte di sé non scomparve mai.
Rimase dentro l’uomo che il mondo avrebbe conosciuto come il Re del Pop, custodita nella fantasia, nelle favole, nei colori, nell’amore per gli animali e nei mondi immaginari che sembravano permettergli di ritrovare quella leggerezza che la vita gli aveva chiesto di lasciare andare troppo presto.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della sua storia: mentre il mondo lo trasformava in una leggenda, Michael continuava a cercare di proteggere quel bambino.


E quella sensibilità finì per riflettersi anche nel modo in cui guardava agli altri.
Una parte della sua sensibilità verso chi soffriva nacque anche da una ferita che avrebbe portato con sé per tutta la vita. L’incidente durante le riprese dello spot Pepsi nel 1984 lasciò segni profondi, ma Michael seppe trasformare quella sofferenza in qualcosa di diverso: una maggiore attenzione verso le persone più fragili, i bambini malati, le vittime di tragedie e chi aveva bisogno di una mano.
La sofferenza non lo rese indifferente. Al contrario, sembrò insegnargli a riconoscerla negli altri e a provare, attraverso la solidarietà, a regalare un po’ di quella luce che lui stesso cercava.
Nel 1985 arrivò We Are the World, scritta insieme a Lionel Richie e interpretata da alcuni dei più grandi nomi della musica americana per raccogliere fondi destinati alla popolazione africana colpita dalla carestia. Un gesto che racconta molto più di una semplice canzone.

Racconta l’uomo.
Quello che aveva conosciuto il dolore e che, invece di chiudersi dentro di esso, aveva scelto di trasformarlo in qualcosa da donare agli altri.
E poi c’era Neverland.
Un luogo che sembrava uscito da un libro di fiabe.
Giostre, giardini, animali, cinema, spazi per giocare: un mondo costruito intorno all’idea che l’infanzia dovesse essere soprattutto meraviglia. Michael aveva immaginato Neverland anche come uno spazio nel quale bambini meno fortunati potessero trascorrere momenti di serenità, dimenticando per qualche ora la sofferenza.
È quasi impossibile non vedere, dietro quella scelta, il bambino che era stato.
Un bambino al quale era mancata una parte di quella spensieratezza e che aveva deciso di provare a regalarla agli altri.
Nel frattempo, il mondo continuava ad applaudire l’artista.
Off the Wall, Thriller, Bad, Dangerous, HIStory. Album che hanno segnato epoche, infranto record e cambiato il modo di concepire la musica pop. Michael non si limitava a cantare: costruiva mondi. I videoclip diventavano piccoli film, le coreografie entravano nella storia e il palcoscenico si trasformava in un luogo nel quale tutto sembrava possibile.
Il moonwalk diventò leggenda.

La sua voce divenne inconfondibile.
Il suo modo di concepire lo spettacolo influenzò intere generazioni di artisti.
Eppure, dietro il guanto bianco, il cappello, le luci e i milioni di persone che lo guardavano, continuava a esserci quel bambino che voleva semplicemente meravigliarsi e meravigliare.
La storia di Michael Jackson, però, non è una favola dal lieto fine.
Il mondo che aveva imparato ad amarlo seppe anche essere molto duro con lui. La sua vita privata venne continuamente esposta, analizzata e trasformata in materia di dibattito e speculazione. La fama, quella stessa fama che gli aveva permesso di raggiungere ogni angolo del pianeta, finì spesso per diventare una gabbia.
Eppure Michael, nella sua sofferenza, sembrava continuare a cercare la favola nel quotidiano.
La cercava nella musica.
Nel sorriso di un bambino.
Nella possibilità di regalare qualche ora di felicità a chi aveva conosciuto il dolore troppo presto.
La cercava in un luogo come Neverland, in una canzone, in un palco, in un gesto di solidarietà.
Come se avesse deciso di trasformare le proprie ferite in qualcosa di luminoso.
Anche quando si preparava a tornare sul palco con This Is It, Michael aveva ancora voglia di creare. Le immagini delle prove raccontano un artista completamente immerso nel proprio lavoro, attento a ogni dettaglio, desideroso di rendere quello spettacolo qualcosa di speciale.
Aveva già dato al mondo tantissimo.
Ma non sembrava averne abbastanza.
Voleva ancora cantare.
Ancora ballare.
Ancora creare.
Ancora fare cose belle.
Ancora meravigliare il mondo.
Ed è forse per questo che il suo mito non ha mai smesso di vivere.
Quest’anno il cinema lo ha riportato sul grande schermo con Michael, il biopic diretto da Antoine Fuqua e interpretato dal nipote Jaafar Jackson. Un film che ha riacceso l’attenzione sulla sua storia, sulla sua musica e sulla figura dell’artista, permettendo anche alle nuove generazioni di incontrare Michael.
E la storia continuerà con un sequel già annunciato.
His Story Continues.
Una frase che sembra quasi raccontare ciò che accade ogni giorno.
La sua storia continua nelle sue canzoni, nei bambini che imparano il moonwalk davanti allo specchio, nei ragazzi che scoprono Billie Jean per la prima volta, nei fan che organizzano flash mob dall’altra parte del mondo.
Continua anche nella maniera particolare con cui chi lo ama cerca ancora oggi piccoli segnali.
Una coincidenza.
Una frase.
Un’immagine.
Un evento che arriva nel momento giusto.
Quest’anno, a Londra, durante un flash mob dedicato a Michael sulle note di Earth Song, un arcobaleno è comparso nel cielo sopra i fan riuniti per celebrarlo. Per molti è stato impossibile non pensare a un saluto, a una piccola carezza arrivata da chissà dove.
Forse era soltanto un arcobaleno.
Forse no.
Ma le favole non hanno bisogno di essere dimostrate.
Hanno bisogno di essere sentite.
E forse Michael, più di chiunque altro, sapeva quanto fosse importante continuare a credere nella magia.
La sua favola non ha avuto il lieto fine.
Ma il bambino che aveva cercato per tutta la vita di proteggere continua a vivere nella sua musica, nei suoi sogni, nella fantasia che ha lasciato a chi lo ha amato.
Oggi avrebbe compiuto 68 anni.
E forse il modo più bello per ricordarlo non è soltanto contare i record, gli album, i premi e i concerti che hanno fatto la storia.
È ricordare l’uomo.
Quello che ha conosciuto il successo, ma anche la solitudine.
Quello che ha conosciuto la sofferenza e ha scelto, per quanto possibile, di trasformarla in qualcosa di buono.
Quello che ha costruito un regno immaginario per regalare ai bambini un po’ di quella felicità che lui stesso aveva inseguito.
Quello che, nonostante tutto, aveva ancora voglia di sognare.
Michael Jackson voleva ancora fare cose belle.
E forse è proprio questo il motivo per cui, ogni volta che parte una sua canzone, il tempo sembra fermarsi per qualche secondo.
La luce si accende.
La musica comincia.
E quel bambino torna ancora a cercare la sua favola, in quella magia che il tempo non ha mai saputo spegnere.