Il cinema come i jazz bar? Leonardo DiCaprio e il futuro delle sale cinematografiche

di Sveva Scocco

Questa settimana Leonardo DiCaprio ha lanciato una riflessione che scuote l’anima stessa della settima arte. In un’intervista con The Times, l’attore ha confessato la sua inquietudine per il destino delle sale cinematografiche: “È un momento di grande transizione: prima i documentari sono scomparsi dalle sale, poi i drammi hanno avuto solo pochi giorni, e il pubblico aspetta lo streaming. Mi chiedo se le persone abbiano ancora l’appetito. O se i cinema diventeranno come jazz bar”.

La metafora del jazz bar è potente: evoca un luogo speciale, intimo, frequentato da appassionati, ma non più centro della cultura di massa. Alla soglia del 2026, questo pensiero non è solo un vezzo da celebrità, ma un segnale di come l’industria stia davvero cambiando sotto i nostri occhi.

Il cinema come esperienza collettiva e perché conta

Per chi ama il cinema, l’esperienza della sala è insostituibile. È il rimbombo della colonna sonora, lo schermo enorme che cattura lo sguardo, l’energia di una sala piena di spettatori: emozioni che né la TV né lo streaming possono replicare. Pensiamo a pellicole come Inception, Interstellar o Dune viste in IMAX :momenti in cui la sala sale a protagonista. Oppure a classici che generazioni hanno condiviso negli anni, come The Wolf of Wall Street, che ha segnato intere conversazioni culturali provenienti dal grande schermo.

Eppure la sala non è più l’unico luogo possibile. Con il consolidamento delle piattaforme digitali e la diffusione istantanea di contenuti su Netflix, Amazon Prime o HBO Max, molte storie, anche potenti, vengono consumate comodamente dal divano di casa.

One Battle After Another: un esempio di cinema che vuole durare

La preoccupazione di DiCaprio arriva in un momento particolare: il suo ultimo film, One Battle After Another di Paul Thomas Anderson, ha già superato i 200 milioni di dollari al box office mondiale, ma non ha ancora raggiunto il pareggio produttivo. Questo equilibrio precario tra successo critico e rendimento economico rivela un fatto interessante: anche film con grandi interpreti e registi visionari faticano a garantire guadagni sicuri per la sala cinematografica tradizionale.

Pellicole di questo tipo rappresentano l’essenza del cinema: storie complesse, personaggi profondi, regia autorevole. Ma il mercato attuale premia soprattutto contenuti che funzionano su piattaforme domestiche o che si trasformano rapidamente in fenomeni virali, lasciando poco spazio alle uscite che richiedono un pubblico in sala.

Una riflessione personale: nostalgia o necessità di evoluzione?

«Quando penso alle mie esperienze migliori al cinema: il brivido di una scena in Inception, il silenzio totale per il finale di un grande film drammatico, l’ironia di una sala che ride all’unisono, mi rendo conto di quanto sia dirompente la perdita di questo rituale collettivo. Il cinema non è un semplice contenuto da consumare, è un atto sociale: una comunità seduta al buio che respira insieme la stessa storia».

«Ma il mondo cambia. Le abitudini si spostano, la tecnologia avanza, lo spettatore si divide tra contenuti on-demand e grandi eventi cinematografici. Forse il futuro non è la scomparsa delle sale, ma una ridefinizione del ruolo del cinema come esperienza culturale esclusiva. Come successe alla musica jazz, che non è morta ma è diventata esperienza di nicchia profondamente apprezzata, così il cinema potrebbe trasformarsi: non più cuore centrale dell’intrattenimento di massa, ma spazio dedicato a chi cerca esperienze intense e condivise».

In questo senso, l’avvento degli eventi speciali (proiezioni in 70mm, rassegne, film restaurati, festival) potrebbe essere non una risposta nostalgica, ma una strategie di sopravvivenza culturale. Il cinema, insomma, potrebbe non sparire, ma trasformarsi in qualcosa di diverso, di più selettivo, di artisticamente più ambizioso, proprio come una piccola sala jazz in una grande città: non il centro del mondo, ma un luogo dove il mondo si guarda con occhi nuovi.