L’invecchiamento della popolazione siciliana
Nel De brevitate vitae, Seneca introdusse la sostanziale differenza tra quantità di anni vissuti e qualità della vita. Nel considerare l’epoca della compilazione del saggio, il 50 dell’era volgare, viene spontaneo, in automatico, stimare la maturità del pensiero filosofico romano non disgiunto dalla capacità di elaborazione culturale del senatore dell’impero, appunto Lucio Anneo Seneca, impegnato nel ruolo anche di questore.
Seneca e la qualità del tempo vissuto
Condannato a morte da Caligola, l’intellettuale di origine spagnola fu graziato riparando in esilio in Sardegna per essere richiamato a Roma dall’imperatore Claudio, il quale lo nominò precettore di Nerone, designato alla successione.
Ora, ad affrontare l’invecchiamento della popolazione siciliana nel terzo decennio del ventunesimo secolo, soccorre il paragone, da ricondurre a millenovecentosettantasei anni fa, risultando talmente sfavorevole alla postmodernità, ovvero al tempo in cui noi viviamo, da avvalorare la diagnosi di regressione sociale.
La solitudine degli anziani nella società contemporanea
Tra il progresso scientifico e gli strumenti di supporto alla popolazione, da lustri in Italia, come in Europa, tranne rare eccezioni, si è formato uno iato, per cui a Milano, o comunque nelle metropoli dove la vita ha le caratteristiche tipiche della frenesia, la tanto decantata e letale velocità, l’anziano, quando va bene, muore nella sua abitazione, senza alcuna assistenza. Anzi, in casi ormai frequenti, il cadavere viene scoperto dai vicini solo quando giunto a decomposizione.
Immagini forti, consone alla realtà odierna, funzionali a lanciare l’allarme a livello, in prima battuta, della regione Sicilia, parimenti, nel contesto nazionale, in direzione di approntare interventi di supporto domiciliare a persone avanti nell’età, non affette da significative infermità, ma a causa della vecchiezza con difficoltà di tenere normali relazioni quotidiane con i servizi indispensabili al proseguo dell’esistenza. In alternativa, e secondo logica, altrimenti bisognerebbe offrire, gratuitamente, il servizio di suicidio assistito.
Il welfare siciliano tra ritardi e criticità
In buona sostanza, se il principio della dignità, ma non potrebbe essere diversamente, presiede alla vita, non si può abbandonare un vecchio al suo destino soltanto perché non ha persone in grado da accudirlo e, peggio, non ha patologie, se non quelle legate allo scadimento delle funzioni fisiologiche, connesse all’avanzare dell’età. Emergenza sempre più pressante, fino a oggi ignorata a causa del risultato di una incapacità di registrare la realtà dei bisogni espressi in seno alla collettività, quantunque vi siano elaborazioni e dibattiti in sede culturale, nell’attuale contesto trascurati, quanto non vilipesi da quella congrega di partiti, convinti, benché si guardino dal dichiararlo pubblicamente, di mettere mano alla pistola non appena si avvicini chiunque, filosofo, intellettuale o ricercatore, indirizzato a esprimere una qualche idea asimmetrica rispetto al pensiero unico, soprattutto in direzione dell’ammodernamento e potenziamento dello stato sociale.
Privo dell’indispensabile supporto di adeguamento alle esigenze della società non solamente il welfare ha subito la sorte del graduale, inarrestabile smantellamento, ma i progressi in campo scientifico, segnatamente medico, invece di offrire, su vasta scala, il miglioramento delle prestazioni, hanno prodotto, necessita dirlo con chiarezza, il deposito degli anziani nelle residenze sanitarie assistite. Perché si domanderanno in tanti? In quanto l’allungamento della vita non è assecondato dai servizi indispensabili a gestire l’incedere della quarta età nel contesto della società odierna.
Assistenza domiciliare: un sistema ancora insufficiente
Per donne e uomini, in Sicilia, superare il limite dell’aspettativa di vita, fissata per i maschi a 80 anni e 2 mesi, per le femmine a 84 anni e 2 mesi, i sessanta giorni di proroga non mancano rispetto all’appuntamento con sorella Morte, chissà perché?, per ambi i sessi, non costituisce motivo di vanto o meglio di dignitosa conduzione del rimanente dell’esistenza. A campare a lungo, la fine è disastrosa.
Ora, se a contare sono gli anni, i mesi e i giorni a precedere la dipartita, il progredire dell’aspettativa di sopravvivenza appare, oggi, in netto contrasto con le strutture a disposizione degli ultra ottantenni. Nella complessa società siciliana, ancora più contraddittoria di quella nazionale, ad aggravare i ritardi nel campo della sanità pubblica si somma la mancanza quasi totale dell’assistenza denominata domiciliare integrata, in ogni caso fruibile solamente da anziani in condizioni di salute disastrose.
Dalla filosofia antica alle sfide del presente
Nella fattispecie, totalmente gratuita, erogata dalle aziende sanitarie provinciali, per l’attivazione è sottoposta a un percorso obbligatorio con quattro passaggi indispensabili lunghi, tortuosi, avendo il presupposto della infermità accertata dell’aspirante assistito.
Si inizia con la compilazione della richiesta formale del medico, per passare alla valutazione dell’unità multidimensionale dell’azienda sanitaria provinciale. Infine, per approdare al piano personalizzato, traguardato ai bisogni specifici del malato, da espletare presso l’abitazione del richiedente. Redatto il piano assistenziale sarà la famiglia a selezionare uno degli enti accreditati per avviare le cure. Alla solitudine non c’è rimedio. Chi non ha nessuno, crepi e non rompa gli zebedei.
In Sicilia, ma si legge in Italia, alla fragilità dell’individuo, nel disegno di cinico disinteresse delle istituzioni, si somma la fragilità sociale, cioè l’incuria dello stato nei confronti della salute dei cittadini.
Nel tornare indietro nel tempo, si fruisce di termini di paragone fondamentali per valutare il livello di civiltà della società attuale. Appunto, nel contesto dell’impero romano, ma anche prima, ai tempi della guerra civile tra Gaio Giulio Cesare e Gneo Pompeo, quando i due condottieri si contesero la guida dell’agonizzante repubblica, negli ultimi cinquant’anni avanti l’era volgare, a prevalere, al riguardo della vecchiaia conclamata, era l’idea, secondo la quale vivere a lungo è una iattura, in funzione della contaminazione avvenuta con la filosofia di matrice greca.
L’aspettativa di vita e il problema della non autosufficienza
A prendere in esame simili considerazioni, si devierebbe dal solco dell’argomento sconfinando in campo storico-sociologico, distante dalla gestione dell’articolo. Ci si accontenti della constatazione del cambio di prospettiva occorso tra il periodo dell’antichità, preso in esame, in cui, sia detto apertis verbis, con parole inequivoche, la sopravvivenza, oltre la soglia dei sessant’anni, età media di allora, costituiva un’eccezione e l’acquisizione in chiave moderna, per cui la vita è sacra, può essere tolta solo da Dio. Vale a dire, per i non credenti, la natura va assecondata nel suo corso.
Salvo a constatare, sempre più frequentemente, come il proposito sia disumano, a causa di malattie in fase terminale o, comunque in anziani ormai non più autosufficienti, senza nessuno ad accudirli, divorati da dolori lancinanti o, peggio, dalle piaghe da decubito.
Ma per tornare al passato, l’avanzare dell’età, oltre il limite dei parametri, calcolati oggi per allora, cinquantacinque, massimo sessanta anni, andava gestita dal singolo individuo, al punto tale, accadeva ai cittadini più accorti, in genere filosofi o comunque soggetti acculturati, costoro non assumevano, superata la soglia dell’autosufficienza, in cui non bastavano a sé stessi, né cibo, né liquidi, lasciandosi morire.
Quantunque la citazione iniziale del trattato di Seneca, pensatore tra i più influenti dello stoicismo eclettico, afferisca all’incitamento operato dall’autore nei confronti dei lettori di non dissipare il tempo in occupazioni futili, ma di dedicarsi all’otium foriero di saggezza, quindi allo studio, si apprezza l’elaborazione teorica indicativa della temperie culturale del periodo preso a confronto.
E, sì, non solo nel mondo classico, segnatamente al compiersi dell’impero, a Roma, regnante Caligola, ricordate?, il tiranno megalomane, dedito a eleggere il suo cavallo, Incitatus, senatore di Roma, fino agli anni appena trascorsi, la capacità della politica di servire i bisogni della popolazione era legata all’elaborazione del pensiero, anche in tempi di modernità.
Onorare la vecchiezza equivaleva a salvare l’esperienza del passato per offrirla, nel proseguo, alle generazioni, avvicendatesi sul pianeta. Differenza cancellata dal passaggio di Dio è morto di nietzschiana memoria, a Dio non esiste, il motto delle generazioni operanti in atto, le quali ignorando la storia, inconsapevoli dell’incidenza del sapere nello svolgersi delle umane vicende, affidano ai denari, leggasi ricchezze, alla chirurgia estetica il tentativo di mascherare la vecchiezza, mentre provano a morire aggrappati all’esercizio del potere.
Al consolidarsi di una simile prospettiva vanno vagliati due fondamentali ostacoli: il tentativo sconsiderato della scienza di allungare indiscriminatamente l’esistenza e il ribellarsi della natura agli stravolgimenti dell’uomo, in quanto refrattaria a qualsiasi manipolazione, segnatamente quella genetica, atta a modificare la mortalità in immortalità.
A celebrare questo principio, nel De senectute, Marco Tullio Cicerone, lontano dalla preveggenza della propria fine violenta, decapitato da sicari di Marco Antonio nella sua villa di Formia nel 43 avanti l’era volgare, anzi, per nulla presago della violenza con la quale si sarebbe conclusa la sua esistenza, nel Cato maior de senectute, scrisse; La vecchiaia, specialmente un’onorata vecchiaia ha una sua così grande autorevolezza che ha un valore più grande di tutti i piaceri della gioventù.
Perché serve una nuova politica per gli anziani
A riprova di una condizione culturale, dentro la quale si inscriveva l’invecchiamento, Platone in uno dei dieci libri della Repubblica, riporta una riflessione di Socrate della serie, la vecchiaia possiede davvero una grande pace e libertà quando le passioni allentano la presa, che un animo sereno e felice sentirà a malapena il peso dell’età.
Ecco, la differenza tra quel periodo della storia e l’attualità consiste sicuramente nello speciale prodromo del pensiero, secondo il quale l’esercizio del potere risiede nell’intelletto e non nella sicumera di morire arrancando dietro al comandamento del comandare è meglio di fottere.
Tranne a dare ragione a Trump, dedito all’ultima delle sue trovate becere, risultato di una mentalità irresponsabile del tipo, dopo di me il diluvio, gli iraniani vogliono uccidermi? Ho firmato l’ordine, in caso succedesse, di distruggere l’Iran.
Qualora, chiunque tra i politici, attualmente in carica, fosse capace di penetrare la famosa frase di Nietzsche, Dio è morto, godrebbe del vantaggio nei confronti della massa dei propri attuali colleghi di discernere come gli odierni comportamenti, conformati a Dio non è mai esistito, ma sono i potenti del globo le nuove divinità dominanti nei secoli a venire, sia all’origine della rovinosa decadenza. Da fermare, se non si volesse annientare la vita sulla terra.