Il mio nome è Carlo, la storia del giovane santo raccontata in tv

di Denise Bentivegna

Il film tv di Giacomo Campiotti, trasmesso ieri sera su Canale 5, racconta l’adolescenza, la fede e le passioni del giovane santo attraverso uno sguardo intimo e contemporaneo

Carlo Acutis torna a parlare attraverso lo schermo. Ieri sera Canale 5 ha trasmesso in prima visione Il mio nome è Carlo, il film tv diretto da Giacomo Campiotti e interpretato, nel ruolo di Carlo adolescente, da Samuele Carrino.

Una storia ormai conosciuta da milioni di persone, ma che il film prova a riportare a una dimensione più quotidiana. Prima del santo, infatti, torna al centro il ragazzo. Un adolescente con la passione per l’informatica, i videogiochi e il calcio, immerso nella normalità della sua età e, allo stesso tempo, capace di vivere la fede in maniera profonda.

Prima del santo, Carlo

Il film segue Carlo in tre momenti della sua crescita, dall’infanzia all’adolescenza, mostrando il percorso di un ragazzo che cambia insieme alle persone che incontra.

La famiglia occupa un posto centrale, a partire dalla madre Antonia, interpretata da Lucia Mascino, e dal padre Andrea, interpretato da Flavio Parenti. Accanto a loro trovano spazio gli amici, i compagni di scuola e figure che contribuiscono a costruire il percorso personale di Carlo.

Tra queste emerge Rajesh, un giovane immigrato accolto dalla famiglia Acutis. Il suo personaggio permette al film di raccontare anche il rapporto di Carlo con chi vive una condizione di fragilità o di marginalità.

Una fede vissuta nella quotidianità

La spiritualità di Carlo non viene separata dalla sua vita quotidiana. La fede convive con la scuola, le amicizie, il calcio, i videogiochi e quella curiosità verso il mondo che caratterizza la sua adolescenza.

È proprio questo uno degli elementi su cui il film insiste maggiormente. Carlo non viene presentato soltanto attraverso la dimensione religiosa, ma come un ragazzo capace di coltivare passioni molto vicine a quelle dei suoi coetanei.

La sua fede, allo stesso tempo, diventa una parte profonda del modo in cui guarda alle persone e alle situazioni che lo circondano.

La tecnologia come strumento

L’informatica rappresenta un altro elemento importante della storia. Carlo comprende presto le possibilità offerte dalla rete e decide di utilizzare la tecnologia anche per comunicare la propria esperienza religiosa.

Internet diventa così uno strumento, non un semplice passatempo. Una scelta che ha contribuito a costruire negli anni l’immagine di Carlo come il primo santo dell’era digitale.

Il film porta questo aspetto all’interno della sua quotidianità, mostrando il rapporto tra un adolescente cresciuto insieme alle nuove tecnologie e una fede che cerca nuovi modi per essere comunicata.

Il rapporto con gli altri

Nella storia raccontata da Campiotti assume un peso particolare anche il modo in cui Carlo si relaziona con gli altri.

Le amicizie, la famiglia e l’incontro con persone provenienti da esperienze diverse permettono di mostrare una sensibilità rivolta soprattutto verso chi si trova in una posizione più fragile.

Il personaggio di Rajesh si inserisce proprio in questa parte della narrazione, diventando uno dei punti attraverso i quali il film affronta il tema dell’accoglienza e dell’attenzione verso gli altri.

La malattia e gli ultimi giorni

La malattia arriva quando Carlo ha soltanto quindici anni. Nell’ottobre del 2006 una leucemia fulminante interrompe la sua vita, trasformando improvvisamente un percorso ancora agli inizi in una storia destinata a essere ricordata ben oltre la sua generazione.

Il film arriva anche a questo passaggio, senza fare della malattia l’unico elemento attraverso cui leggere la sua vicenda. Prima di quel momento resta il ragazzo, con le sue passioni, le relazioni e il modo personale di vivere ciò in cui credeva.

Un ragazzo diventato santo

Il 7 settembre 2025 Carlo Acutis è stato canonizzato, entrando ufficialmente nella storia della Chiesa come santo.

L’arrivo di Il mio nome è Carlo in televisione, a un anno dalla canonizzazione, riporta quindi la sua figura davanti a un pubblico ancora più ampio. La pellicola non propone però una ricostruzione documentaristica della sua vita.

Il film è infatti liberamente e parzialmente ispirato alla vita di Carlo Acutis e a fatti realmente accaduti, rielaborati per esigenze sceniche dell’opera. Una precisazione che permette di distinguere la ricostruzione cinematografica dalla biografia del giovane santo.

Resta così al centro una domanda che va oltre la dimensione religiosa. Che cosa può lasciare una persona nella vita degli altri anche quando la sua esistenza si interrompe troppo presto?

Carlo aveva quindici anni quando è morto. Aveva giocato a calcio, usato il computer, coltivato amicizie, vissuto la propria famiglia e costruito, giorno dopo giorno, una propria idea del mondo.

Il mio nome è Carlo prova a partire proprio da quel ragazzo per raccontare l’uomo che sarebbe diventato e, successivamente, il santo.

 

 

 

 

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