Groenlandia “non in vendita”: la Danimarca frena Trump e riapre il nodo dell’imperialismo moderno

di Redazione

Quando una premier europea è costretta a dire pubblicamente a un presidente degli Stati Uniti di «smettere con le minacce», significa che qualcosa si è rotto nel linguaggio della diplomazia. Mette Frederiksen non ha scelto mezzi termini: la Groenlandia non è in vendita e Washington non ha alcun diritto di annetterla.

La miccia è stata apparentemente simbolica: una mappa della Groenlandia colorata a stelle e strisce, accompagnata dalla parola “SOON”, pubblicata sui social da Katie Miller, moglie di uno dei più influenti consiglieri di Donald Trump. Ma dietro quel gesto c’è una strategia che da mesi non fa più mistero di sé: l’idea che gli Stati Uniti possano “prendere” territori ritenuti strategici, anche a costo di scavalcare alleanze storiche.

Groenlandia “non in vendita”: la Danimarca frena Trump e riapre il nodo dell’imperialismo moderno

Trump lo ha detto apertamente: la Groenlandia serve alla sicurezza nazionale americana. Lo ha ribadito persino dopo la presa di posizione ufficiale del governo danese. Un’affermazione che non riguarda solo un’isola artica, ma un principio più ampio: fino a che punto una superpotenza può spingersi nel ridefinire confini, sovranità e alleanze in nome della sicurezza?

La risposta di Copenaghen è stata netta. La Danimarca è membro della Nato, così come la Groenlandia rientra nelle garanzie dell’Alleanza. Esiste già un accordo militare che consente agli Stati Uniti di operare sull’isola. E negli ultimi anni, proprio la Danimarca ha rafforzato la presenza e gli investimenti nell’Artico. Parlare di “annessione” non è solo fuori luogo: è un atto ostile verso un alleato.

Groenlandia: autonomia, popolazione e diritto di decidere

Il contesto rende il quadro ancora più inquietante. Pochi giorni prima, gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare in Venezuela culminata con la cattura del presidente Nicolás Maduro. Trump ha poi dichiarato che Washington avrebbe “gestito” il Paese e che le compagnie americane avrebbero iniziato a trarne profitto. Groenlandia e Venezuela, così distanti geograficamente, finiscono improvvisamente dentro la stessa narrazione: territori da controllare, risorse da sfruttare, sovranità da ridisegnare.

La Groenlandia non è una colonia, né una terra vuota. Conta 57 mila abitanti, gode di un ampio autogoverno e, sebbene una parte della popolazione guardi con interesse all’indipendenza dalla Danimarca, l’idea di diventare americana è largamente respinta. Il punto, quindi, non è solo chi comanda, ma chi decide.

La durezza delle parole di Frederiksen segnala che l’Europa inizia a percepire il rischio di un ritorno a logiche imperiali travestite da sicurezza globale. E forse è proprio qui il nodo: se il XXI secolo sarà segnato da nuove annessioni “per necessità strategica”, o se le alleanze democratiche sapranno ancora porre un limite al potere dei più forti.

Per ora, la Groenlandia resta dov’è. Ma il messaggio lanciato da Washington è chiaro. E l’eco di quel “SOON” risuona ben oltre i ghiacci dell’Artico.