George A. Romero, il regista che diede un’anima ai morti viventi

di Tindaro Guadagnini

Oggi, nel giorno che avrebbe segnato il suo compleanno, il cinema e la cultura popolare rendono omaggio a George Andrew Romero (1940–2017), uno degli autori più influenti e radicali della storia del cinema moderno. Regista, sceneggiatore e produttore indipendente, Romero non si limitò a reinventare l’horror, lo trasformò in uno strumento di analisi sociale, politica e morale. Quando nel 1968 uscì La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead), girato con mezzi ridottissimi e attori non professionisti, nessuno poteva immaginare che quel film in bianco e nero avrebbe riscritto per sempre il mito dello zombie. Romero ruppe con il folklore haitiano del morto controllato dalla magia e introdusse una figura nuova, ossia il morto che ritorna per fame, contagio e istinto. Ma soprattutto, lo fece parlare del presente.

L’orrore come specchio della società

Fin dall’inizio, il cinema di Romero fu profondamente politico. La notte dei morti viventi è attraversato dalle tensioni razziali dell’America degli anni Sessanta. Il protagonista Ben, uomo afroamericano, è forte, razionale e coraggioso, ma viene ucciso non dai morti, bensì da una milizia bianca. Un finale gelido, ancora oggi disturbante, che fece del film un manifesto più che un semplice horror. Con Zombi (Dawn of the Dead, 1978), Romero portò i morti viventi in un centro commerciale, trasformandoli in una metafora esplicita del consumismo. Gli zombie che vagano tra negozi e scale mobili non sono solo mostri, ma l’immagine deformata di una società prigioniera delle proprie abitudini. In Il giorno degli zombi (Day of the Dead, 1985), invece, il bersaglio diventa il militarismo e l’arroganza del potere, mentre la scienza tenta, invano, di dominare l’inevitabile.

Un autore indipendente fino in fondo

Romero fu sempre un outsider. Anche quando Hollywood cercò di assorbirlo, difese con tenacia la propria indipendenza creativa. Il suo cinema, spesso ruvido e imperfetto sul piano formale, era però coerente, onesto e profondamente umano. I veri mostri, nei suoi film, non sono mai solo i morti, sono i vivi incapaci di cooperare, di fidarsi, di rinunciare al controllo. Negli anni Duemila tornò più volte al genere che lo aveva reso celebre (Land of the Dead, Diary of the Dead, Survival of the Dead), adattando il mito zombie all’epoca della sorveglianza, dei media digitali e della paura globale. Anche quando la critica si divise, Romero continuò a usare l’horror come lente critica sul mondo contemporaneo.

Un’eredità culturale immensa

Senza George Romero, la cultura pop così come la conosciamo oggi sarebbe impensabile: dai fumetti alle serie TV, dai videogiochi al cinema d’autore. The Walking Dead, 28 giorni dopo, Resident Evil e innumerevoli altre opere esistono perché Romero ha tracciato il sentiero, dimostrando che l’horror può essere sociale, filosofico e profondamente politico.

Nel giorno del suo compleanno, ricordare George A. Romero significa ricordare un autore che ha saputo guardare la paura negli occhi e usarla per raccontare le contraddizioni dell’umanità. I suoi morti camminano ancora, non perché non riescano a morire, ma perché continuano a parlarci di noi.