Che li si chiami fumetti, comics o manga, le storie raccontate attraverso immagini e parole sono oggi un linguaggio globale. Ma dietro questi tre termini, ormai di uso quotidiano, si nasconde un percorso etimologico affascinante, che riflette non solo differenze linguistiche, ma anche culturali e storiche.
Fumetto: quando le parole “fanno fumo”
Il termine italiano fumetto nasce da un’immagine visiva molto concreta. La parola deriva infatti da fumo, con il diminutivo -etto, e fa riferimento alla nuvoletta che contiene i dialoghi dei personaggi (nel gergo fumettistico chiamata balloon). Nei primi esempi di stampa umoristica e satirica tra fine Ottocento e inizio Novecento, quelle forme tondeggianti che uscivano dalla bocca dei personaggi ricordavano piccoli sbuffi di fumo. È proprio questo elemento grafico (la “nuvoletta parlante”) a dare il nome all’intero medium. Non a caso, in origine, fumetto indicava più la forma del dialogo che il racconto in sé. Solo con il tempo il termine ha ampliato il suo significato, arrivando a identificare l’intero linguaggio narrativo fatto di sequenze di immagini, testi e ritmo visivo.
Comic: la risata all’origine del racconto disegnato
Diversa è la storia del termine inglese comic. La parola deriva dal greco kōmikos, che significa “comico, relativo alla commedia”, ed è passata al latino comicus prima di approdare all’inglese moderno. Alla base, dunque, c’è l’idea della comicità e dell’intrattenimento leggero. Negli Stati Uniti, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, le prime strisce illustrate pubblicate sui giornali erano prevalentemente umoristiche. Da qui l’espressione comic strip, ovvero “striscia comica”. Anche quando le storie iniziarono a diventare avventurose, drammatiche o supereroistiche, il termine comic rimase, perdendo progressivamente il suo legame esclusivo con il riso. Oggi, infatti, comics indica un universo narrativo vastissimo, che va ben oltre la commedia, ma che conserva nel nome la memoria delle sue origini popolari e satiriche.
Manga: immagini libere e spontanee
Il termine manga arriva dal Giappone e affonda le sue radici nella lingua e nella cultura nipponica. La parola è composta da due kanji: man (che può significare “involontario”, “libero”, “bizzarro”) e ga (“immagine”, “disegno”). Il significato complessivo può essere tradotto come “immagini libere” o “disegni spontanei”. Il termine divenne popolare all’inizio dell’Ottocento grazie al celebre artista Katsushika Hokusai, che intitolò Hokusai Manga una raccolta di schizzi e studi. In quel contesto, manga non indicava ancora storie strutturate, ma una forma di disegno immediato e istintivo. Solo nel Novecento il termine assunse il significato attuale, andando a definire i fumetti giapponesi come li conosciamo oggi, un linguaggio narrativo codificato, ma estremamente vario, capace di raccontare ogni aspetto dell’esperienza umana.
Tre parole, un unico linguaggio globale
Fumetto, comic e manga raccontano tre approcci diversi allo stesso mezzo espressivo. La forma grafica del dialogo, la funzione comica originaria e la libertà del disegno sono diventate, nel tempo, chiavi di lettura di una narrazione che ha superato confini geografici e culturali. Oggi questi termini convivono e si contaminano, proprio come le storie che rappresentano: un segno evidente di come il fumetto, in tutte le sue declinazioni, sia diventato una lingua universale.