Con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, la rottura degli equilibri globali, ha spinto l’opinione pubblica mondiale all’euforia, nondimeno, spazzando via, con l’irrompere di elementi nuovisti, il passato. Per raccontare questa vicenda, il ricorso più calzante risulta essere, a Oriente, l’implosione dell’Unione sovietica, verificatasi il 25 dicembre 1991. Mentre, in Italia, l’atto di avvio dell’inchiesta giudiziaria di Tangentopoli, innescata dall’arresto di Mario Chiesa, avvenuto il 17 febbraio 1992, ne riassume il profilo più squisitamente mediterraneo.
Se non fosse per quel ritornare sui propri passi, tipico della storia, verisimilmente qualcosa di somigliante è accaduto in questi anni due del terzo millennio, in ultimo con la riproposizione del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, pochi giorni fa con il decesso di Umberto Bossi e la conseguente rammemorazione della sua figura. In ambedue le occasioni si colgono quelle orme di eventi appartenuti a quella fatidica coda degli anni Ottanta, soprattutto agli inizi del successivo decennio, origine di tanti cambiamenti nei destini planetari.
Nell’articolo non si parlerà né dell’implosione dell’impero sovietico, tantomeno della Tangentopoli nostrana, nella sua dinamica d’impatto e di svolgimento, quanto all’origine dell’abbattimento dei partiti di governo, capisaldi della repubblica dalla fine della Seconda guerra mondiale fino alla data delle dimissioni del governo presieduto da Giuliano Amato, esattamente il 29 aprile 1993 e l’insediamento del primo governo tecnico, guidato da Azeglio Ciampi, fino all’espletamento del voto del 27 marzo 1994, data del passaggio dal sistema proporzionale a quello misto maggioritario/proporzionale.
Elezioni vinte dal centro destra, all’epoca, Polo delle libertà, capofila Forza Italia, partito neonato, guidato da Silvio Berlusconi, in contrapposizione alla gioiosa macchina di guerra escogitata da Achille Occhetto, a sua volta segretario del Partito democratico della sinistra.
In quella vicenda, nota a coloro fossero in età adulta nel biennio di forzosa, meglio indotta, trasformazione del sistema politico italiano, impropriamente definito, fine della prima repubblica, ribattezzato erroneamente, inizio della seconda repubblica, pur non essendoci modificazioni della costituzione, solo queste in condizione di autorizzare l’impiego del termine, a svolgere il ruolo centrale furono principalmente tre soggetti, la procura di Milano, il Partito democratico della sinistra e la Lega Nord.
E, benché ancora non si affacciassero all’orizzonte le sirene dei tecnocrati del capitalismo digitale, la recita sul palcoscenico della politica, premiò il vecchio dipinto a nuovo, la Lega Nord; arrise salomonicamente ai comunisti mascherati da socialisti, consentendogli di occupare l’area ideologica di pertinenza della socialdemocrazia, rappresentata fino ad allora dal disciolto Partito socialista; liquidò una volta per tutte la Democrazia cristiana, cardine della ricostruzione della penisola sulle macerie lasciate dal fascismo.
Perché si verificò tale metamorfosi, alla riprova dei fatti penalizzante per l’Italia, in quanto il paese retrocesse da quinta potenza mondiale ai più bassi gradini della scala geopolitica, con danno primario per i cittadini della penisola, con la nazione successivamente approdata in seno all’Unione europea con un cambio della lira in euro, disastroso, non è semplice da valutare, peggio da esporre nel breve volgere di qualche rigo.
Solamente con una constatazione di carattere sociale si potrebbe spiegare il fenomeno, consistente nella comunità raccolta sotto il tricolore, funzionante ad antagonismo interno, di gruppi, peggio se ammantati da ideologia politica a copertura, l’uno contro l’altro armato. In simile scenario, il ruolo svolto dalla Lega Nord per l’indipendenza della Padania, segnatamente da Umberto Bossi da Cassano Magnago, comune in provincia di Varese, funzionò da grimaldello per seppellire, sotto la valanga giudiziaria l’intero gruppo dirigente fino a quel momento in funzione di governo in Italia, grazie all’appoggio offerto all’azione giudiziaria del pool di Milano.
Per il successo di Bossi, risultò determinante la rielezione in parlamento nelle politiche del 5/6 aprile 1992, con 240 mila preferenze. A quel punto l’azione della Lega s’intensificò per fungere da supporto di massa all’operato della magistratura milanese. Si arrivò così al processo Enimont per la cosiddetta maxi-tangente, nell’autunno del 1993 e si scoprì essere il segretario della Lega Nord destinatario di una tangente di 200 milioni di lire. Nell’udienza giudiziaria del 5 gennaio 1994, Bossi ammise il finanziamento illecito, a lui versato dalla Montedison. Alla fine dell’iter processuale sarà condannato dalla Cassazione a otto mesi di carcere. Ma qui termina la vicenda, in quanto il Senatur, così inteso nel dialetto milanese, non riporterà danni di ordine e immagine politica dalla condanna.
A pagare saranno i partiti di governo, in primo luogo la Democrazia cristiana e il Partito socialista. Anzi, a distanza di anni durante un’intervista ad Antonio Di Pietro, all’epoca pubblico ministero, a cui toccava di perseguire il reato di appropriazione indebita dell’imputato Bossi, definirà Lega di cuore, testuali parole, il movimento creato nel lontano 1980 dal futuro ministro per le riforme istituzionali, approdato al governo nel 2001, nel secondo esecutivo presieduto da Berlusconi.
Ricomposta la frattura con il Cavaliere, anni prima apostrofato alla stregua di colluso, la mafia è ad Arcore, fino a rivolgere dalle colonne del quotidiano Padania l’accusa di collusione con Cosa nostra per via della assunzione come dipendente di Vittorio Mangano, condannato per reati di mafia, l’ascesa di Bossi fu fermata da un ictus la mattina dell’11 marzo 2004, in ogni caso ripresa dopo lunga convalescenza quasi un anno, giacché tornò alla politica nella primavera del 2005. Ma a quel punto, carriera e destino del Senatur erano tracciati.
Di maggiore e più semplice interpretazione, sul versante del Partito comunista italiano la primazia esercitata nella destabilizzazione degli equilibri governativi nel biennio ’92, ’94. È accaduto, benché si trattasse del più importante partito comunista d’Occidente, appunto quello italiano, alla Bolognina, il 3 febbraio 1991, di archiviare falce e martello in fretta e furia per evitare di essere trascinato, attraverso il conto gabbietta nel vortice di Tangentopoli. Anche grazie all’omertà del compagno G., al secolo Primo Greganti, il quale oppose, secondo gli inquirenti, un silenzio impenetrabile.
Ma le prove inoppugnabili delle tangenti intascate dai dirigenti comunisti, Di Pietro e compagni, non li approfondirono. Perché, dunque, non seguirono le tracce per risalire ai fruitori? In una fetta della pubblica opinione, l’idea inespressa vi fosse stata una benevola condiscendenza del pool di Milano, benché inespressa pubblicamente, determinò per anni il successo del Cavaliere, perseguitato dalle toghe rosse e di Forza Italia, quantunque il partito di riferimento fosse costretto a essere garantista, giacché il suo fondatore e presidente rischiava di perire anche lui come Craxi e Andreotti sotto i forconi dei contadini.
Qualora si volesse fornire un qualche riscontro, ai quesiti appena accennati, sicuramente impegnativi, ma pacificanti delle opposte idee di tanti cittadini dubbiosi, probabilmente, sarebbe più chiaro perché la storia la scrivono i vincitori, mentre i vinti sono costretti ad abbozzare.