Freddie Mercury, Sua Maestà, oggi avrebbe compiuto ottant’anni

di Denise Bentivegna

La leggenda dei Queen, la regina del rock mondiale Freddie Mercury, oggi avrebbe compiuto ottant’anni.

Nato a Zanzibar il 5 settembre 1946 con il nome di Farrokh Bulsara, Freddie Mercury si avvicinò alla musica e alle arti già durante gli anni al collegio trascorsi in India, dove studiò pianoforte e si esibì anche con una band scolastica che sarebbe stata poi identificata come The Hectics. Nel 1964, dopo la rivoluzione di Zanzibar, la sua famiglia si trasferì a Londra. Fu nella capitale inglese che Farrokh Bulsara iniziò lentamente a trasformarsi in Freddie Mercury.

Dopo alcune esperienze con diverse band, arrivò l’incontro con Brian May e Roger Taylor, allora componenti degli Smile. Freddie diventò il cantante solista in sostituzione di Tim Staffel, cofondatore della band. Mentre il bassista John Deacon sarebbe entrato successivamente nella formazione. Nel 1970 gli Smile cambiarono nome e nacquero ufficialmente i Queen. Nel 1973 arrivarono i primi successi, con l’omonimo album d’esordio, Queen, nel ’74 uscì Queen II, ma il successo internazionale arrivò nel 1975 con il disco A Night at the Opera e l’iconica Bohemian Rhapsody, che cambiò per sempre la storia del rock.

Una canzone lunga, complessa, con una struttura lontanissima dai tradizionali canoni radiofonici e con una forte componente teatrale e operistica. Una scelta rischiosa, tanto che anche la durata del brano sembrava renderlo difficilmente trasmissibile in radio. Ma Freddie e i Queen decisero di non scendere a compromessi. Fu il dj Kenny Everett, attraverso Capital Radio, a trasmettere integralmente Bohemian Rhapsody, contribuendo a trasformarla in un fenomeno. Quell’album che inizialmente fu aspramente criticato dagli stessi discografici per quella sperimentazione all’opera teatrale, invece definì la straordinaria ascesa musicale dei Queen, tra tournée in Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti, Giappone, fino a diventare una delle band più iconiche della storia della musica.

Con il passare degli anni la band continuò ad evolversi musicalmente, sfornando successi uno dopo l’altro…

Anche l’immagine di Freddie nel corso degli anni cambiò drasticamente. Dai look più glam degli anni Settanta passò ai capelli più corti e ai celebri baffi, mentre la sua vita privata diventava sempre più protetta. Le interviste si fecero rare e Freddie spesso giocava con la stampa, alimentando volutamente quella distanza tra il personaggio pubblico e l’uomo che viveva lontano dai riflettori.

 

Nel 1982 i Queen con l’album Hot Space azzardarono un passo “falso”, così come fu definito dalla stampa, il rock fu messo da parte per uno stile più sperimentale da club notturno. Ma da “quell’azzardo” uscì la perla firmata da John Deacon, con quel giro di basso ipnotico: Another One Bites the Dust.

Per riprendersi anche dalla delusione di questo album, che fu uno dei meno venduti della band privata, Freddie decise di fare qualcosa come solista, difatti, nel 1984 venne pubblicata Love Kills, realizzata con Giorgio Moroder per la colonna sonora di Metropolis.

Imperterriti e affamati di musica, i Queen nello stesso periodo uscirono con The Works, l’album dei Queen che avrebbe portato la band anche in Italia. A Milano, il 14 e il 15 settembre 1984, i Queen si esibirono nelle uniche due date italiane del The Works Tour.

Ed è sempre nel 1984 che Freddie iniziò a guardare con maggiore decisione anche a un possibile percorso solista. Decise di accettare un contratto milionario per provare un progetto completamente diverso da quello dei Queen. Nacque così Mr. Bad Guy, con brani come Living on My Own, Love Me Like There’s No Tomorrow e There Must Be More to Life Than This, quest’ultima legata anche alla collaborazione con Michael Jackson e alla celebre storia del celebre duetto rimasto per anni nel cassetto.

Ma Mr. Bad Guy non fu fortunato come gli album dei Queen e rappresentò un’enorme perdita economica per i produttori discografici. Freddie aveva provato a percorrere una strada diversa, ma il risultato non ebbe il successo sperato da chi aveva azzardato la scommessa che Freddie da solista avrebbe fatto una carriera esplosiva come quella di Michael Jackson.

Il 1985 avrebbe però riportato Freddie e i Queen su un palcoscenico destinato a diventare leggenda.

I Queen attraversavano una fase di crisi, anche creativa, perché in quel periodo tutti e quattro i componenti si stavano dedicando alle proprie attività soliste. E proprio in quel momento, il 13 luglio 1985, i Queen saltarono sul treno in corsa del Live Aid, il grande evento benefico organizzato da Bob Geldof.

A Wembley, in circa venti minuti, Freddie e i Queen misero in scena una delle esibizioni più importanti della storia della musica. Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer to Fall, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You e We Are the Champions: una sequenza potentissima, capace di riconsegnare la band al mondo e di trasformare quella partecipazione in un momento leggendario.

Dopo il Live Aid, i Queen, euforici da quella magia che avevano ricreato, tornarono in sala di registrazione e diedero vita al brano One Vision, e successivamente inserito all’interno di A Kind of Magic.

Il 1986 sarebbe stato un altro anno fondamentale. I Queen furono chiamati da Russell Mulcahy per scrivere la colonna sonora del suo lavoro cinematografico Highlander. Da quella produzione nacque non un solo brano, ma un intero album, A Kind of Magic. Per il film Brian May scrisse Who Wants to Live Forever, erroneamente associata alla firma di Freddie, una delle canzoni più intense del repertorio dei Queen, legata a quell’interpretazione struggente e potente di Freddie capace di emozionare chiunque anche dopo il primo ascolto.

 

Dopo la pubblicazione dell’album i Queen ripresero il giro dell’Europa e non solo con il Magic Tour, una tournée destinata a entrare nella storia della band. Wembley, Budapest e infine Knebworth fu l’ultimo concerto dei Queen.

Proprio a Budapest, il 27 luglio 1986, i Queen scrissero una pagina della storia, che andava ben oltre la musica. Fu uno dei grandi concerti rock occidentali organizzati dietro la Cortina di ferro, in un momento storico nel quale un evento di quelle dimensioni rappresentava anche un’apertura verso un mondo che fino ad allora era rimasto separato dall’Occidente.

Nel 1987, dopo il Giappone, arrivò la diagnosi di HIV. Freddie, però, invece di chiudersi in se stesso, scelse di continuare a lavorare, a vivere e a dare il massimo alla propria musica, cambiando radicalmente il suo stile di vita per guadagnare più giorni e settimane da dedicare alla sua musica.

In quello stesso periodo arrivarono i brani da solista The Great Pretender, Time, In My Defence e prese forma sempre più concretamente il suo sogno di lavorare con il suo idolo, la diva Montserrat Caballé. Un desiderio che avrebbe portato Freddie verso una dimensione musicale completamente diversa.

Nel 1988 arrivò infatti la collaborazione con la grande soprano catalana. Un incontro che, nel mondo della musica, appariva quasi stravagante: da una parte la voce e il carisma della regina del rock, dall’altra una delle più grandi interpreti della lirica. Nacque Barcelona, un album di otto brani che mostrava un Freddie diverso, capace di avvicinarsi al canto lirico e di mescolare ancora una volta due mondi apparentemente lontani, quello dell’opera e quello del rock. L’omonimo brano, riscosse talmente successo nel paese della cantante catalana tanto da diventare inno dei giochi olimpici di Barcellona tenutosi nel 1992.

La passione di Freddie per l’opera, del resto, non era una scoperta dell’ultimo periodo. Era già dentro la sua formazione artistica e dentro la stessa storia dei Queen. A Night at the Opera aveva portato nel rock la magnificenza, la teatralità e la grandezza dell’opera, trasformandole in qualcosa di completamente nuovo.

E proprio in quegli anni arrivò quella che considero una delle chicche più belle della storia musicale di Freddie.

Alla fine degli anni Ottanta Andrew Lloyd Webber dominava Broadway e Londra con The Phantom of the Opera, un’opera capace di avvicinare ulteriormente il mondo della lirica a quello del rock e di diventare un fenomeno mondiale. Freddie ne era profondamente affascinato e aveva un sogno: registrare la celebre aria del Phantom of the Opera insieme a Montserrat Caballé.

Quel progetto, però, non riuscì mai a diventare realtà. Rimase soltanto una demo di Montserrat. Durante l’ultimo periodo della vita di Freddie, la soprano gliela fece ascoltare anche al telefono. Freddie poté quindi sentirla, ma non ebbe mai la possibilità di partecipare alla registrazione vera e propria.

Intanto i Queen si erano riuniti in studio e stavano lavorando a The Miracle. Era il 1988 e le voci sulla salute di Freddie diventavano sempre più insistenti. Freddie confidò la sua condizione agli altri componenti della band, che decisero di proteggerlo dalle indiscrezioni e dall’invadenza della stampa, accompagnandolo negli ultimi tre anni della sua attività musicale.

The Miracle uscì nel 1989 e segnò anche una scelta particolare: tutti i brani furono accreditati all’intera band, senza più distinguere il singolo autore. Non fu soltanto una questione di diritti o di royalties. In quella decisione si può leggere anche una forma di pace, di serenità e di unità raggiunta dai quattro dopo anni di tensioni e percorsi individuali.

Anche i videoclip cambiarono. I Queen continuarono a essere colorati, dinamici, spettacolari, ma l’immagine di Freddie iniziava inevitabilmente a raccontare qualcosa di diverso.

In I Want It All, Freddie appariva diverso, più sofisticato. I baffi lasciavano spazio a una leggera barba, che contribuiva anche a nascondere i primi segni visibili della malattia.

Nel video di The Miracle sono dei bambini a interpretare i componenti della band, ripercorrendone la carriera fino a incontrare, alla fine, i Queen adulti. Un modo quasi fiabesco di raccontare una storia ormai diventata leggenda.

Tutti si aspettavano un nuovo tour, ma quel tour non sarebbe mai arrivato. Freddie non poteva più affrontare la vita frenetica di una tournée. Lui stesso spiegò di non essere più nelle condizioni, a quarant’anni, di correre da una parte all’altra del palco come aveva fatto in passato. Era diventato più riservato, e quelle dichiarazioni alimentarono ulteriormente le voci sulle sue condizioni di salute.

Nel 1990 i Queen si trasferirono a Montreux, in Svizzera, un luogo che Freddie amava profondamente, per lavorare a Innuendo. Sarebbe stato l’ultimo grande capitolo della sua carriera.

Innuendo può essere considerato la seconda grande colonna portante della sua storia musicale dopo A Night at the Opera. Molti dei brani contenuti nell’album sembrano oggi veri e propri testamenti, ma sopra tutti c’è The Show Must Go On, scritta da Brian May.

La storia della registrazione è una delle più potenti. Freddie era ormai quasi completamente privo della vista, aveva la febbre ed era debilitato. Bevve due bicchieri di vodka, entrò in studio e registrò il brano in un’unica take. In quella voce c’era tutto. C’era il dolore, la consapevolezza, ma soprattutto c’era ancora la volontà di cantare. È il suo canto del cigno, il modo con cui Freddie riversò dentro una canzone tutto l’amore e tutta l’energia che gli erano rimasti.

Innuendo uscì nel febbraio 1991 e conquistò le classifiche mondiali. Ma ormai le condizioni di Freddie erano sotto gli occhi di tutti. Le apparizioni pubbliche mostravano un uomo sempre più dimagrito e provato, lontanissimo dall’immagine del frontman invincibile che aveva dominato i palcoscenici del mondo.

Freddie si ritirò nella sua villa londinese, Garden Lodge. Il 23 novembre 1991 arrivò il comunicato ufficiale con il quale dichiarò pubblicamente la propria malattia. Il giorno successivo, il 24 novembre, nel tardo pomeriggio, Freddie Mercury morì a Londra.

Il mondo della musica piombò in uno stato di assoluto sgomento. Freddie aveva deciso di parlare della propria malattia soltanto quando non poteva più essere altrimenti, proteggendo fino all’ultimo la sua privacy e le persone che amava. Aveva affrontato anche la superstizione e il pregiudizio che circondavano l’AIDS, scegliendo di non vergognarsi della propria condizione.

I Queen gli rimasero accanto e lo protessero fino alla fine. Un mese dopo la sua morte, i membri superstiti della band sarebbero tornati anche in televisione per mettere a tacere le voci, le insinuazioni e le maldicenze che avevano accompagnato gli ultimi anni del loro frontman.

Nel 1992 Brian May, Roger Taylor e John Deacon tornarono sul palco di Wembley, la loro casa, il loro tempio del rock, per il Freddie Mercury Tribute Concert. Accanto a loro salirono alcuni dei più grandi artisti e amici di Freddie. I proventi dell’evento furono destinati alla ricerca sull’AIDS.

Ma la storia dei Queen non finì con Freddie.

Nel 1995 arrivò Made in Heaven, l’album postumo costruito utilizzando le registrazioni che Freddie aveva realizzato durante l’ultimo periodo, tra Innuendo e materiale rimasto inedito dagli anni precedenti. Fu un piccolo miracolo capace di conquistare nuovamente il pubblico e le classifiche.

C’erano Let Me Live, interpretata dai componenti del gruppo con l’eccezione di John Deacon, la nuova versione di I Was Born to Love You e soprattutto Mother Love.

Mother Love è una delle canzoni più dolorose e potenti lasciate da Freddie. È l’immagine di un uomo che, nel momento più difficile della propria esistenza, sembra cercare quell’amore materno che può ritrovare anche nella persona amata o in un’amicizia. Freddie non riuscì a completare la registrazione a causa della malattia e l’ultima strofa fu cantata da Brian May.

È un brano che racconta un prima e un dopo Freddie.

Eppure i Queen non si fermarono. John Deacon scelse di ritirarsi dalla vita pubblica, mentre Brian May e Roger Taylor continuarono a portare avanti l’eredità musicale della band. Arrivò anche il musical We Will Rock You, che avrebbe raggiunto un pubblico enorme a Londra e nel resto del mondo.

Ci fu poi la reunion con Paul Rodgers, una scelta che divise profondamente i fan. Per alcuni fu difficile accettare un nuovo frontman sul palco dei Queen, quasi fosse un tradimento della memoria di Freddie. Ma la storia dei Queen continuò, con Brian e Roger impegnati a custodire quella musica e quel patrimonio che Freddie aveva contribuito a rendere immortale.

Freddie Mercury non è stato soltanto il frontman capace di tenere in mano un palco davanti a folle immense. Dietro quell’immagine c’era un uomo molto più privato di quanto il pubblico abbia mai realmente conosciuto.

Della sua vita lontana dalle scene sappiamo soprattutto ciò che hanno raccontato le persone che gli sono state accanto. E forse uno dei modi più autentici per comprendere la sua anima passa proprio dalla sua viscerale passione per i gatti, che considerava quasi come dei figli e che accudiva amorevolmente nella sua villa Garden Lodge, la casa nella quale Freddie aveva costruito il proprio mondo. Una casa che molti vorrebbero vedere trasformata in un museo dedicato a lui, ma che per Freddie era soprattutto un luogo privato, intimo, profondamente legato alla sua arte e alla sua dimensione interiore. Un luogo nel quale rimaneva qualcosa di quella sensibilità, di quella bellezza e di quella formazione artistica che aveva coltivato negli anni londinesi.

Freddie Mercury ci ha lasciato un’eredità musicale immensa, ma la sensazione, ancora oggi, è che qualcosa ci sia stato portato via troppo presto, lasciandoci un po’ orfani.

Ce lo siamo sentiti tutti rubati. E forse, soprattutto davanti a una ricorrenza come questa, viene spontaneo chiedersi come sarebbe oggi Freddie Mercury.

Oggi avrebbe ottant’anni.

Probabilmente non sarebbe più il frontman che abbiamo conosciuto, quello capace di correre da una parte all’altra del palco e di dominare una folla con un solo gesto. Ma basterebbero poche apparizioni pubbliche, magari rare e imprevedibili, per lasciare ancora una volta senza parole milioni di persone.

Avrebbe potuto continuare a comporre. Diventare un produttore artistico. Portare avanti quella sua inesauribile curiosità musicale. E chissà, forse in età più avanzata avrebbe scritto persino un’opera teatrale, tornando a quel mondo lirico che tanto amava, oppure avrebbe trovato ancora una volta il modo di rivoluzionare il rock.

Questo non possiamo saperlo.

Quello che sappiamo è che Freddie Mercury è rimasto immortale. Nella musica, nell’immagine, nella voce, nella teatralità e in quella capacità unica di trasformare la propria esistenza in qualcosa che continua a vivere anche dopo la morte.

È morto giovane ed è diventato una leggenda del rock.

E oggi, a ottant’anni dalla sua nascita, resta ancora Sua Maestà.
God save the Queen

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