Frana di Niscemi, l’analisi di Legambiente Sicilia
Come accaduto dopo il ciclone Harry anche dopo la frana di Niscemi Legambiente Sicilia alza la voce ponendo l’attenzione sul problema dell’urbanizzazione e sugli eventi storici passati.
«I drammatici fatti di Niscemi, con la gigantesca frana che ne sta inesorabilmente divorando il versante Ovest, non possono che esser letti come il risultato del combinato disposto tra la condizione geologica dell’area e il modo in cui si è costruito e urbanizzato nell’area oggi interessata dal fenomeno».
I precedenti storici: le frane del 1790 e del 1997
«A questa conclusione si arriva intanto osservando quanto accaduto nel passato. Quella porzione dell’abitato collinare di Niscemi fu interessata nel 1790 da una potente frana che obbligò la gente ad abbandonare precipitosamente il quartiere delle Sante Croci con le case e la chiesa che era stata costruita subito dopo il sisma del 1693».
«La descrizione della frana di allora, condita dal racconto delle esalazioni sulfuree, delle paure ancestrali, dei rumori e dei sinistri boati ci descrive perfettamente un andamento identico a quello odierno. Stessa cosa nel 1997, il 12 ottobre di quell’anno, infatti, Niscemi dovette precipitosamente scappare dal suo ciglio occidentale perché la terra si aprì e grandi porzioni dell’abitato dei quartieri di Sante Croci, Pirillo e Canalicchio, vennero interessati da un potente movimento franoso. Nel 1997 il fenomeno finì per decretare l’abbandono di ben 48 edifici e la demolizione degli stessi e della chiesa delle Sante Croci che la frana aveva letteralmente tagliato in due dall’alto in basso. Niscemi dovette da un lato cambiare la sua urbanistica e dall’altro, purtroppo, attendere anni ed anni per i ristori a chi venne colpito dall’evento».
Perché il territorio di Niscemi è a rischio geomorfologico
Il fenomeno geologico in corso è comunque sotto gli occhi di tutti: «Quella di oggi è la terza edizione della stessa identica fenomenologia: una frana di rotazione innescata dal sistema geologico su cui poggia l’abitato niscemese. Qui, infatti, uno spesso strato di roccia arenacea, costituita da sabbie recenti plio e pleistoceniche, con comportamento rigido, poggia direttamente su strati argillosi a comportamento plastico e impermeabile».
«In occasione di copiose piogge, l’acqua penetrata nello strato arenaceo permeabile finisce per creare lungo la linea di contatto con le argille una sorta di superficie di scorrimento lubrificata e, quindi, per gravità vedere scivolare verso il basso intere porzioni degli strati di roccia arenacea sovrastante. Il movimento è tale che la coltre rocciosa scende in molti casi rimanendo intera, tant’è che si può osservare come quello che era posato sulla superficie superiore del banco roccioso, auto, furgoni, pavimentazioni, oggetti vari, sia rimasto fermo ma una ventina di metri più in basso».
«Probabilmente il movimento franoso verificatosi oggi è ancor più vasto di quello del 1997 ed infatti l’area sin qui interdetta si estende ad una larga fetta dell’abitato comprendendo persino un istituto scolastico. Bisogna però ribadire alcune cose che rendono l’evento quasi prototipale rispetto a come l’acuirsi del cambiamento climatico possa rendere instabile la nostra isola».
Urbanizzazione e PAI: cosa non ha funzionato
«L’area di cui si parla è inserita nel PAI della Regione Siciliana come Rischio geomorfologico 3 e 4 che sono i massimi gradi di rischio, quelli, cioè, che dovrebbero indicarci la necessità di intervenire per mitigare quanto più possibile la possibilità del rischio stesso. Lì, invece, al di là di quanto era stato fatto nei secoli passati, la città ha continuato ad abitare ed usare sino ai lembi più esposti del ciglio del colle. Le attività umane hanno cambiato il modo in cui le acque meteoriche entrano in contatto con la roccia sottostante, le case si sono affastellate lungo un versante praticamente in “certezza di frana”».
Cambiamento climatico e dissesto idrogeologico in Sicilia
«La situazione di Niscemi è grave ma rappresenta quello che pare essere il destino del Bel Paese, in cui, se ne rese conto Leonardo Da Vinci quando scrisse: “Li monti sono disfacti dalle piogge e dalli fiumi, L’acqua riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potessi…”, la pericolosità e la rischiosità geomorfologiche e idrogeologiche sono il contraltare della bellezza montana del paesaggio.
In poco più di un secolo, l’Italia ha subito 17.000 gravi frane in 14.000 luoghi e con quasi 6000 vittime dirette. Diversi sono i paesi e le porzioni di abitati abbandonati a causa dei movimenti franosi e l’instabilità del sistema italiano rappresenta di gran lunga la principale emergenza idrogeologica dell’intera Europa».
«Tutto questo viene ad essere acuito, e in maggior modo in Sicilia, a causa degli effetti del cambiamento climatico che, nella sola nostra isola ci ha colpito con 48 eventi meteo estremi nel solo 2025 tutti seguiti da danni importanti alle infrastrutture pubbliche e private. Va immediatamente messa mano al Piano Nazionale per l’Adattamento al Cambiamento Climatico e vanno scelte politiche urbanistiche completamente diverse, a volte così dirompenti da essere inizialmente invise alla popolazione, per garantire una vivibilità sostenibile nel futuro. A Niscemi come sulla costa ionica non possiamo immaginare che si possa ricostruire come prima e, come chiedono alcuni, più di prima».