Dal Venezuela alla contea di Modica: un viaggio nel tempo

di Angelo Mattone

A seguire i consigli degli antichi — così venivano definiti gli antenati nell’intercalare siciliano — di fronte al montare di una tempesta è saggio attenderne, al riparo, la fine. Nella più pessimistica delle ipotesi, invece, guai alla pecora costretta dal padrone a dare la lana: metafora di un popolo schiavo degli invasori.

Riflessione indotta dalla fine di un’era irta di scontri sanguinosi, comunque di virulenza parossistica, in cui America, Russia e Cina intendono dividersi le spoglie del mondo. Con l’Europa, l’Ucraina, la Palestina, il Sud America, la Groenlandia e Taiwan a fungere da preda per i vincitori di un’incredibile competizione strategica su scala planetaria: una mappa del globo suddivisa per zone d’influenza, in cui sono in palio la libertà e perfino la vita dei cittadini di quelle sfortunate terre. No, sicuramente no: non quella degli autocrati ordinatori delle invasioni.

Dal Venezuela al Mediterraneo: il ritorno degli imperi

Nel viaggio di cui riferirò — agevolato dalla macchina del tempo — lungo i crinali della contea di Modica, nel rivivere i fasti passati messi a paragone con gli accadimenti dell’attualità, è stato complice un fine settimana dei primi giorni del 2026. Anzi, per essere pignoli, la sollecitazione del direttore (l’uso del maschile indica nondimeno la donna a guida de L’Urlo), la quale, con lo stile asciutto della manager adusa a catturare i momenti dell’arte, i furori dei tempi, i movimenti nell’orbe terracqueo, ha suggerito due mete: la ducea di Nelson oppure la contea di Modica.

Nessuna esitazione: di fronte all’avviso di narrare una tre giorni da cronista, vissuta in groppa all’auto lungo i tornanti di Modica, Pozzallo, Ispica, Scicli. Niente voli pindarici, oggi virtuali, raccontati cavalcando il computer. Esclusivamente un reportage vissuto di persona.

Alla guida, in una giornata fredda e soleggiata di inizio gennaio, immesso sulla Catania–Siracusa–Modica con uscita obbligatoria per fine corsa, dovetti fermarmi a causa del trillo del cicalino del portatile: l’agenzia Ansa annunciava un blitz americano a Caracas, in Venezuela. Addirittura, il presidente Nicolás Maduro insieme alla moglie, Cilia Adele Flores, prelevati nel cuore della notte dal letto matrimoniale per essere ammanettati, bendati e trasportati negli United States.

Tre immagini si presentarono alla mente appena letta l’agenzia: il presidente venezuelano assonnato in pigiama; la consorte stralunata in camicia da notte; il bendaggio dell’ostaggio operato per impedire di vedere chi fossero i catturatori, verisimilmente dei traditori. Infine, la gioia infantile del presidente americano, Trump, felice di avere superato in bravura nel Risiko il suo idolo e alleato, a capo della Federazione russa, Vladimir Putin.

Nel gettare le fondamenta dello stato teocratico, la democrazia americana da trasformare in autocrazia, il passo più importante era compiuto. La conquista del Venezuela — primo produttore di petrolio al mondo — portava nelle casse di Trump, quelle sue personali, le risorse necessarie per vincere o almeno acquisire consensi nelle imminenti elezioni di novembre 2026, le cosiddette midterm elections.

La Sicilia come specchio della storia

Fermo sul marciapiedi ad ammirare, in quel di Scicli, palazzo Beneventano, riandavo indietro con la memoria al saggio dedicato da Giulio Carlo Argan al barocco siciliano, dal titolo Immagine e persuasione. Dei simboli del potere — icone giocate sull’estetica — la bellezza dei luoghi, la natura rigogliosa arricchita da costruzioni di strepitosa magnificenza, sono piene Ragusa Ibla, Modica, Scicli. A testimonianza di quella concezione del potere risalente a secoli addietro, tale da fare impallidire di vergogna non solamente Trump, irredimibile speculatore, quanto quel Putin, nativo di San Pietroburgo.

Eppure proprio lì si sono rifugiati, attratti dallo splendore della città, Puškin e Dostoevskij, solo per citare due giganti non tanto della letteratura quanto della gloriosa storia russa, ampiamente travisata da un dittatore, purtroppo uomo piccolo non solamente di statura.

Accanto a me la guida, esperta di storia locale, mentre ci inerpicavamo sui tornanti di Modica alta rammemorava la storia della contea: donata quattro anni prima dello scoccare del 1300 a Manfredi Chiaromonte, assumendo il ruolo del più potente stato del regno di Sicilia.

Da lassù, in cima, dal punto di osservazione di pizzo Belvedere, a fianco della chiesa di San Giovanni Evangelista, laggiù, in basso, il duomo di San Giorgio, illuminato dal sole cadente, sembrava volesse trasmettere la malinconia di un Medioevo di ritorno, incombente non tanto sulla Sicilia quanto sull’intero pianeta.

Autocrazie, simboli e democrazia europea

Risalito in macchina, leggevo sul sito dell’agenzia Reuters le dichiarazioni di Trump in conferenza stampa: “Governeremo il Paese” — e in un accesso di verità — “le compagnie americane si recheranno in Venezuela per sfruttare le riserve petrolifere…”. Poi, il suo smisurato e incontenibile ego a prendere il sopravvento: “In Venezuela assalto senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale…”. Surreale.

Con l’incombere delle ombre, non solo quelle serotine, il viaggio di ritorno verso Catania avrebbe tenuto botta nel confronto con quello narrato da Cesare Pavese ne La luna e i falò, quando Anguilla, tornando a casa, nelle mitiche Langhe, non trovò nulla potesse ricordargli i fasti del passato.

Nella necessità di difendere libertà e democrazia, l’Europa si dovrà convincere a prendere posizione contro i predatori, ricordando agli americani per primi qual è il simbolo della civiltà: Liberty enlightening the world.