A poche ore dall’inizio del carnevale entriamo dentro il cuore vero della manifestazione. Ad Acireale la cartapesta non è mai diventata davvero una scelta culturale ed economica di fondo. È rimasta legata al tempo del Carnevale, a un periodo circoscritto dell’anno, a una dimensione eccezionale. La città l’ha celebrata come spettacolo, come evento, ma non l’ha mai assunta come linguaggio stabile, come materia capace di fondare un sistema produttivo continuo.
Eppure la cartapesta è tutt’altro che marginale.
È un materiale che tiene insieme progetto, manualità, sostenibilità, economia circolare. Richiede competenze tecniche alte, visione spaziale, capacità narrative. È una materia contemporanea, che potrebbe vivere ben oltre il tempo della festa. Qui, invece, resta confinata a una parentesi annuale. E questo ha conseguenze molto concrete.
I carri del Carnevale di Acireale sono opere complesse e costose. Un carro può superare i 38.000 euro di materiali, senza considerare il lavoro umano. Decine di motori, sistemi elettrici avanzati, strutture articolate che richiedono competenze precise e responsabilità elevate. Eppure, nella maggior parte dei casi, chi lavora a queste opere non può vivere di questo lavoro. La cartapesta non diventa una professione: resta una parte della vita che si incastra con altro.
In questo contesto non esiste un “di più” possibile.
Non perché manchi la capacità, ma perché manca una progettualità che permetta di pensare oltre il carro. Tutto è assorbito dalla scadenza, dalla produzione concentrata, dall’urgenza di arrivare in tempo. Non c’è spazio per sviluppare altro, per immaginare applicazioni diverse, per trasformare il sapere in continuità.
Questo squilibrio produce anche un certo clima nei cantieri.
I carristi sono chiusi nei propri iter di produzione. Ognuno lavora sul proprio carro, sul proprio metodo, sul proprio risultato. Non c’è molta apertura verso altro, né tempo per farlo. Non è cattiveria, non è mancanza di intelligenza: è che fare il carro occupa tutto. Le energie, il pensiero, l’orizzonte. Quando il lavoro è così totalizzante e non ha sbocchi, il carattere si irrigidisce.
Dentro questo quadro, però, esistono percorsi diversi.
C’è chi ha sentito il bisogno di affiancare al fare una riflessione più ampia. Matteo Raciti è uno di questi casi. Cresciuto nei cantieri di Acireale, ha studiato architettura mentre lavorava alla cartapesta. Ha continuato a costruire carri, ma portando con sé un approccio più progettuale. A un certo punto ha scelto di lavorare in un contesto in cui questo tipo di visione potesse svilupparsi con maggiore continuità. Non ha smesso di fare cartapesta: ha continuato a farla in un sistema che permetteva di pensare il lavoro anche fuori dal tempo stretto del Carnevale.
C’è anche chi ha fatto una scelta diversa, restando. Dopo anni di lavoro diretto nei cantieri, qualcuno ha deciso di non sostenere più una struttura propria, troppo difficile da portare avanti da soli. Ha continuato a lavorare sulla cartapesta collaborando, progettando per altri, disegnando, insegnando. La materia è rimasta centrale, ma inserita in un percorso culturale più ampio. Anche in questo caso, non si tratta di abbandono, ma di adattamento.
Questi esempi fanno capire una cosa semplice: quando non esiste un humus culturale che accompagna il fare, chi lavora sulla cartapesta resta spesso bloccato in un unico gesto. Fare il carro. Rifarlo. Migliorarlo tecnicamente. Ma senza riuscire a pensarlo come altro. Senza riuscire a immaginare applicazioni diverse, tempi diversi, ruoli diversi.
E così la cartapesta, pur essendo una materia ricchissima, continua a consumarsi tutta lì, nello stesso punto, nello stesso momento. A ogni Carnevale.
Il Carnevale di Acireale non è pronto. Domani, però, la magia prenderà vita