Tuo figlio è tornato a scuola da poche settimane e qualcosa sembra essere cambiato. Si avvicina molto al quaderno. Perde il segno mentre legge. Copia lentamente dalla lavagna. Dopo un po’ si stanca, si distrae oppure dice di avere mal di testa. La prima spiegazione è spesso la più immediata: deve ancora riabituarsi ai ritmi scolastici.
Ma siamo sicuri che sia sempre così? Con il ritorno tra i banchi, alcune difficoltà visive possono diventare più evidenti proprio perché gli occhi tornano a essere impegnati per molte ore tra lettura, scrittura, lavagna e dispositivi digitali.
Ne parliamo con l’oculista Giovanni Moschitta.
«Un bambino non sempre è in grado di dire “non vedo bene”. Soprattutto quando un difetto visivo è presente da tempo, quella può essere semplicemente la sua normalità. Sono spesso i comportamenti quotidiani a suggerirci che è necessario approfondire».
Non dice di vedere male. Quindi vede bene?
È uno degli equivoci più frequenti. Un adulto possiede un termine di paragone: se la propria vista cambia, generalmente se ne accorge. Per un bambino può essere diverso.
«Se ha sempre visto in un certo modo, non necessariamente sa che dovrebbe vedere diversamente. Per questo non possiamo aspettare sempre che sia lui a lamentare spontaneamente una difficoltà», spiega Moschitta.
Ed è proprio il ritorno a scuola a mettere maggiormente alla prova la funzione visiva. Passare continuamente dal quaderno alla lavagna richiede di utilizzare la visione da vicino e quella da lontano. Leggere significa mantenere l’attenzione su lettere e righe per periodi prolungati. A questo si aggiungono computer, tablet e altri strumenti digitali. Una difficoltà prima poco evidente può quindi iniziare a interferire con la quotidianità.
Quando la “distrazione” potrebbe raccontare altro
Immaginiamo un bambino che non riesce a leggere chiaramente ciò che l’insegnante scrive alla lavagna. Potrebbe chiedere al compagno, copiare più lentamente, strizzare gli occhi o perdere interesse. Da fuori potrebbe sembrare semplicemente distratto.
«Questo non significa che dietro una difficoltà di attenzione ci sia necessariamente un problema visivo. Sarebbe una semplificazione. Ma quando compaiono determinati comportamenti, verificare anche la vista permette di escludere una possibile componente oculare».
Lo stesso può accadere durante la lettura. Se un’attività richiede uno sforzo eccessivo, il bambino può stancarsi più facilmente o cercare di evitarla.
Quali comportamenti dovrebbero osservare i genitori?
Non esiste un singolo segnale che permetta di diagnosticare un difetto visivo a casa. Ci sono però comportamenti che, soprattutto quando diventano frequenti, meritano attenzione.
«Avvicinarsi eccessivamente a libri e quaderni, strizzare gli occhi per guardare lontano, assumere posizioni particolari con la testa, lamentare frequentemente mal di testa durante le attività visive o riferire difficoltà nel vedere la lavagna sono tutti elementi che possono suggerire l’opportunità di una visita».
Anche avvicinarsi molto alla televisione può attirare l’attenzione dei genitori, ma nessun comportamento preso isolatamente permette di stabilire la presenza di un problema. Serve una valutazione.
E se da vicino vede benissimo?
Anche questo può trarre in inganno. Un bambino miope, per esempio, può riuscire a svolgere senza particolari problemi alcune attività a distanza ravvicinata e avere invece difficoltà quando deve guardare lontano.
«È possibile che il problema emerga soprattutto a scuola perché è lì che il bambino deve continuamente spostare lo sguardo dal banco alla lavagna. A casa questa difficoltà può essere meno evidente». In questo caso, può capitare che sia proprio un insegnante ad accorgersi per primo di alcuni comportamenti.
Smartphone e tablet: sono loro il problema?
Quando si parla di bambini e vista, la domanda arriva quasi inevitabilmente. Moschitta invita però a non ridurre tutto a una guerra contro gli schermi.
«Oggi le attività da vicino sono molte e non riguardano soltanto smartphone e tablet: ci sono libri, compiti e computer. È importante alternarle con pause e favorire anche il tempo trascorso all’aperto. L’obiettivo non deve essere demonizzare uno strumento, ma costruire abitudini visive equilibrate».
Il tempo trascorso all’aperto durante l’infanzia è inoltre uno dei fattori associati a un minor rischio di sviluppare miopia, motivo per cui le attività all’esterno hanno un ruolo importante all’interno di uno stile di vita sano.
Vedere dieci decimi basta?
Non sempre la salute visiva di un bambino può essere riassunta nella capacità di leggere le lettere più piccole di un tabellone. La visita oculistica permette di valutare il sistema visivo in maniera più completa e di individuare eventuali alterazioni che, soprattutto durante lo sviluppo, è importante riconoscere precocemente.
«L’infanzia è una fase fondamentale per lo sviluppo della vista. La prevenzione non dovrebbe iniziare soltanto quando compare un problema evidente», sottolinea Moschitta.
Il vero Back to School passa anche dagli occhi
A settembre controlliamo che nello zaino ci siano libri, quaderni, astuccio e tutto ciò che servirà per affrontare il nuovo anno. Ma c’è uno strumento che il bambino utilizzerà praticamente in ogni ora trascorsa a scuola e che non entra nello zaino: la vista.
Per questo un comportamento insolito non deve diventare automaticamente motivo di preoccupazione, ma nemmeno essere sempre liquidato come stanchezza o distrazione.