Ci sono fotografie che non immortalano soltanto un istante. Raccontano un’intera epoca, il prezzo pagato da chi ha scelto di servire lo Stato e il dolore di chi è rimasto. L’immagine scattata il 6 agosto 1985 davanti all’abitazione del vice questore Antonino Cassarà, a Palermo, è una di queste.
In quella fotografia c’è una donna inginocchiata sul corpo del marito, appena assassinato dalla mafia. È la moglie di Antonino Cassarà, stretta in un abbraccio disperato all’uomo con cui aveva condiviso la vita. Un’immagine che ancora oggi, a oltre quarant’anni di distanza, continua a colpire la coscienza del Paese.
Antonino Cassarà non fu una semplice vittima della criminalità organizzata. Fu uno dei protagonisti della lotta a Cosa Nostra negli anni più bui della Sicilia. Vice questore della Polizia di Stato, lavorava a stretto contatto con il pool antimafia, contribuendo alle indagini che avrebbero gettato le basi per il maxiprocesso contro i vertici mafiosi. Per questo era diventato uno degli obiettivi principali dei boss.
Nel pomeriggio del 6 agosto 1985, un commando di killer lo attese sotto casa, in viale Croce Rossa, a Palermo. Quando Cassarà rientrò insieme all’agente della scorta Roberto Antiochia, i mafiosi aprirono il fuoco con decine e decine di colpi di arma automatica. Un’esecuzione pianificata nei minimi dettagli.
Dalla finestra, la moglie vide il marito arrivare e, pochi istanti dopo, assistette all’inferno. Le raffiche di mitra squarciarono il silenzio del quartiere. Le sue urla disperate non trovarono risposta. Corse giù per le scale, bussò con forza alle porte dei vicini chiedendo aiuto, ma nessuno aprì.
Quando raggiunse l’ingresso del palazzo, trovò Antonino Cassarà ancora vivo. Ferito gravemente, era riuscito a trascinarsi fino alla prima rampa delle scale. Lì la moglie si inginocchiò, lo abbracciò e rimase accanto a lui fino all’ultimo respiro.
Fu così che gli uomini della Polizia di Stato la trovarono all’arrivo dei soccorsi. La fotografia realizzata dalla Polizia Scientifica restituisce tutta la forza di quel momento: non solo il dolore di una donna, ma il volto umano della guerra dichiarata dalla mafia allo Stato.
Nell’agguato perse la vita anche il giovane agente Roberto Antiochia, appena ventitré anni, che aveva scelto volontariamente di tornare a fare da scorta a Cassarà nonostante fosse stato destinato a un altro incarico. Anche lui pagò con la vita il senso del dovere e la fedeltà alla divisa.
Quel duplice omicidio rappresentò uno degli attacchi più feroci sferrati da Cosa Nostra contro le istituzioni. Ma non riuscì a fermare il lavoro degli investigatori e dei magistrati che, proprio grazie anche alle indagini di Cassarà, avrebbero portato pochi mesi dopo all’apertura del maxiprocesso.
Ricordare Antonino Cassarà significa ricordare un uomo che scelse di non piegarsi ai boss, consapevole dei rischi che correva. Significa onorare il coraggio di chi ha difeso lo Stato con il proprio lavoro e, infine, con la propria vita.
Quella fotografia non mostra soltanto una tragedia familiare. È il simbolo del prezzo pagato da tanti servitori dello Stato e dalle loro famiglie nella lotta contro la mafia. Un’immagine che continua a interrogare le coscienze e che ricorda a ogni generazione che la libertà e la giustizia hanno avuto un costo altissimo.
Per questo, il 6 agosto non è soltanto la data di un assassinio. È il giorno in cui l’Italia è chiamata, ancora una volta, a rendere omaggio a due eroi: il vice questore Antonino Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Perché il loro sacrificio appartiene alla memoria di tutti.