Scattano i controlli dell’Agenzia delle Entrate se non prelevi e non effettui operazioni

di Antonio Ronsivalle

Il sistema di monitoraggio fiscale consente all’Agenzia delle Entrate di analizzare conti correnti e movimenti bancari, individuando anomalie anche nell’assenza di prelievi tramite algoritmi come l’Anonimometro. Questo sistema, che affonda le sue radici sin dalla riforma del 1973, ha gettato le basi per i poteri di accertamento del Fisco ne negli ultimi decenni si è trasformato radicalmente grazie alla spinta della digitalizzazione e alla nascita dell’Anagrafe Tributaria, uno strumento che ha permesso allo Stato di analizzare con precisione i rapporti finanziari tra i cittadini e gli istituti di credito.

I controlli fiscali, oggi, si avvalgono di un flusso ininterrotto di dati che banche e uffici postali trasmettono annualmente all’Agenzia delle Entrate, alimentando il Registro dei Rapporti Finanziari.

L’assenza di prelievi come indice di rischio

L’analisi dei comportamenti finanziari rivela come il Fisco non concentri la propria attenzione solo su chi movimenta grandi capitali, ma anche su chi non effettua alcuna operazione. L’assenza prolungata di prelievi in contanti o di pagamenti tracciabili da parte di un contribuente che percepisce un reddito regolare può innescare una presunzione di irregolarità. La logica dell’Agenzia delle Entrate si basa su una domanda semplice: come provvede il soggetto al sostentamento quotidiano se il suo stipendio rimane immobile sul conto? In assenza di movimentazioni in uscita, scatta l’ipotesi che il contribuente disponga di entrate occulte o di fonti di reddito non dichiarate che vengono utilizzate per le spese correnti, eludendo la tracciabilità del sistema bancario ufficiale.

Algoritmi e Anonimometro: la nuova frontiera dell’accertamento automatizzato

I controlli sui conti correnti vengono effettuati dal Fisco tramite un super algoritmo le cui regole sono state definite dall’Agenzia delle Entrate in un documento dello 19.05.2025, Nello specifico, sono stati individuati i criteri alla base del suo funzionamento e le metodologie che vengono adottate per analizzare il rischio evasione.

Il Fisco ricava i dati contenuti all’interno dell’Archivio dei Rapporti Finanziari e li incrocia con le altre informazioni in possesso dell’Amministrazione.

Questo strumento consente di effettuare una vera a propria analisi del rischio basandosi sui dati raccolti all’interno dell’Anagrafe dei Conti Correnti, il maxi-database delle Entrate con i dati di ogni singolo conto corrente dei contribuenti italiani.

Nell’Anagrafe vi sono gli estratti conto, le movimentazioni in entrata e in uscita e qualsiasi altro rapporto che i cittadini hanno con la propria banca.

Occorre specificare che i dati vengono trattati in maniera anonima e analizzati senza essere collegati immediatamente al loro titolare.

Per quanto riguarda i dati sensibili, essi vengono sostituiti con dei codici fittizi, in modo da garantire la protezione dei dati personali dei contribuenti che non vengono sottoposti a controlli fiscali.

Questo sistema di intelligenza artificiale permette di selezionare i profili a maggior rischio di evasione senza violare la privacy del singolo, attivando un controllo mirato solo quando l’incongruenza supera determinate soglie di allerta. Una volta che il sistema identifica un comportamento anomalo, come versamenti periodici non giustificati o un accumulo di risparmio eccessivo rispetto alla capacità reddituale, la procedura passa dalla fase automatizzata a quella istruttoria.

La finestra temporale del controllo e l’onere della prova

Gli accertamenti fiscali non sono però illimitati nel tempo, ma seguono scadenze stabilite dal legislatore per garantire la certezza del diritto. Normalmente, l’Agenzia delle Entrate può esaminare i movimenti bancari relativi agli ultimi 5 anni, qualora la dichiarazione dei redditi sia stata regolarmente presentata. Tuttavia, se il contribuente non presenta alcun modello dichiarativo, il termine di decadenza si estende fino a 7 anni. È fondamentale comprendere che, una volta avviato l’accertamento, si verifica un’inversione dell’onere della prova, per cui spetta al cittadino dimostrare che le somme contestate non costituiscono reddito imponibile. Il compendio probatorio che il contribuente è tenuto a fornire deve essere analitico e supportato da documentazione certa, come atti di donazione, risarcimenti esenti da tasse o prove che i fondi derivino da risparmi accumulati e già tassati in periodi precedenti.

Strategie difensive e conseguenze dell’accertamento induttivo

Di fronte a un questionario informativo o a un avviso di accertamento, il contribuente deve fornire giustificazioni puntuali per ogni singolo movimento sospetto. Non sono ammesse spiegazioni generiche, ma la prova deve essere specifica e riferibile ai singoli versamenti. Fonti legittime di reddito non tassabile possono includere eredità, vincite documentate o la vendita di beni personali, ma ogni operazione deve trovare riscontro in estratti conto o contratti aventi data certa. Se il contribuente non riesce a fornire questa ricostruzione analitica, il Fisco è autorizzato a procedere con un accertamento induttivo, trasformando le somme non giustificate in reddito imponibile soggetto a imposte dirette, con l’aggiunta di pesanti sanzioni amministrative per l’infedele dichiarazione.