Giornata Mondiale della Lingua Romanì

di Tindaro Guadagnini

La lingua romanì, patrimonio di memoria e identità: preservare le parole significa custodire la storia di un popolo

Il 5 novembre si celebra la Giornata mondiale della lingua romanì, riconosciuta dall’UNESCO nel 2015. Una ricorrenza dedicata alla tutela di una lingua antica, alla valorizzazione della cultura romanì e alla lotta contro pregiudizi e discriminazioni.

Ci sono lingue che custodiscono la storia di un popolo anche quando quella storia non è stata scritta nei libri. Lingue tramandate attraverso racconti, canti, tradizioni familiari e testimonianze orali, capaci di attraversare generazioni e confini geografici.

Tra queste c’è la lingua romanì, patrimonio culturale di una comunità diffusa in numerosi Paesi del mondo, alla quale è dedicata la Giornata mondiale del 5 novembre.

La ricorrenza è stata proclamata dall’UNESCO nel 2015, accogliendo un’iniziativa nata in Croazia e sostenuta dalle organizzazioni e dai rappresentanti delle comunità romanì.

L’obiettivo è promuovere la conoscenza e la conservazione della lingua, riconoscendone il valore storico, culturale e identitario.

La lingua romanì, conosciuta anche come romanès o romani čhib, appartiene alla famiglia delle lingue indoarie e conserva legami storici con il subcontinente indiano. Nel corso dei secoli si è sviluppata in numerose varianti, arricchendosi attraverso il contatto con le lingue e le culture dei territori attraversati dalle comunità romanì.

Non esiste un’unica varietà parlata indistintamente da tutti: le diverse comunità hanno sviluppato forme linguistiche proprie, espressione di una storia complessa e di una presenza geografica molto ampia.

Una lingua è molto più di un insieme di parole

Racconta le origini, conserva la memoria collettiva e permette di trasmettere conoscenze, valori e tradizioni. Per questo la tutela della lingua romanì rappresenta anche uno strumento fondamentale per contrastare la marginalizzazione culturale e i pregiudizi nei confronti delle comunità rom e sinte.

Per lungo tempo, infatti, la cultura romanì è stata raccontata prevalentemente attraverso stereotipi e rappresentazioni riduttive. Una narrazione che ha contribuito ad alimentare discriminazioni e ostacoli all’inclusione sociale.

Riconoscere il valore della lingua significa anche restituire visibilità a una cultura che fa parte della storia europea e del patrimonio culturale internazionale.

La sfida riguarda soprattutto le nuove generazioni. In diversi contesti, la trasmissione della lingua tra genitori e figli si è progressivamente indebolita, anche a causa di fenomeni di discriminazione, marginalizzazione e perdita degli spazi nei quali poterla utilizzare liberamente.

Per questo motivo, istituzioni, scuole, associazioni culturali e comunità locali sono chiamate a sostenere iniziative di insegnamento, documentazione, produzione letteraria e valorizzazione delle tradizioni linguistiche.

La lingua deve poter trovare spazio non soltanto all’interno delle famiglie, ma anche nella scuola, nella cultura, nei mezzi di comunicazione e nella vita pubblica.

Dalla memoria al riconoscimento dei diritti

La Giornata mondiale della lingua romanì invita anche a riflettere sul rapporto tra diversità culturale e uguaglianza. La tutela di una lingua minoritaria non rappresenta un privilegio, ma un elemento essenziale del rispetto dei diritti culturali e linguistici.

In una società realmente pluralista, le differenze non devono diventare motivo di esclusione, ma occasioni di conoscenza reciproca.

Il 5 novembre diventa così un invito ad ascoltare, conoscere e riconoscere una cultura troppo spesso relegata ai margini del dibattito pubblico.

Perché quando una lingua scompare, non si perdono soltanto parole: rischiano di andare smarrite storie, tradizioni e modi di interpretare il mondo.

Preservare la lingua romanì significa, dunque, custodire una parte della memoria collettiva dell’umanità e riconoscere il diritto di ogni comunità a mantenere viva la propria identità.

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