Il 2 settembre 1840, a Catania, nasceva Giovanni Verga. Una data che appartiene alla storia della letteratura italiana, ma che per Catania ha un significato ancora più profondo, perché il nome dello scrittore è rimasto legato alla città e, più in generale, a quella Sicilia che Verga seppe raccontare come pochi altri.
La sua non fu una Sicilia da cartolina. Nei suoi romanzi non troviamo soltanto paesaggi e tradizioni, ma soprattutto persone. Uomini e donne alle prese con il lavoro, con la famiglia, con la necessità di sopravvivere e con il desiderio, spesso difficile da realizzare, di cambiare la propria condizione.
Verga guardava la realtà che aveva davanti e la trasformava in racconto. E quella realtà aveva radici ben precise: Catania, la sua provincia, i paesi affacciati sul mare, le campagne, le persone incontrate nel corso della sua vita.
Nato in una famiglia di origine agiata, Verga trascorse a Catania gli anni della formazione, prima di lasciare la Sicilia per seguire la propria strada letteraria. Firenze e poi Milano rappresentarono tappe fondamentali della sua carriera e della sua maturazione artistica, ma il legame con la terra d’origine non venne mai meno.
Nel 1893 tornò stabilmente a Catania. Fu nella sua casa di via Sant’Anna che trascorse gli ultimi anni della sua vita, fino alla morte avvenuta nel 1922. Quella casa, oggi Casa-Museo Giovanni Verga, conserva ancora la memoria dello scrittore: i suoi libri, i manoscritti, gli arredi e gli oggetti personali raccontano la quotidianità dell’uomo che, attraverso le sue opere, avrebbe portato la Sicilia ben oltre i confini dell’Isola.
Ma c’è un altro luogo che, quando si parla di Verga, diventa quasi impossibile non nominare: Aci Trezza.
Il piccolo borgo marinaro è indissolubilmente legato a I Malavoglia, il romanzo pubblicato nel 1881 e considerato uno dei capolavori del Verismo.
Qui Verga racconta la storia della famiglia Toscano, conosciuta da tutti come i Malavoglia. Una famiglia di pescatori che vive nella casa del nespolo e che affida alla Provvidenza, la propria barca, il lavoro e la possibilità di mantenere in piedi una vita costruita con sacrificio.
Attorno alla famiglia si muove l’intero paese. Le persone si incontrano, osservano, commentano, giudicano. Il paese diventa quasi un personaggio del romanzo, con le sue voci e le sue regole non scritte.
Il naufragio della Provvidenza, la morte di Bastianazzo e tutto quello che ne consegue… Da quel momento l’equilibrio della famiglia comincia a rompersi e ogni tentativo di risollevarsi sembra portare con sé nuove difficoltà.
È una storia ambientata nell’Ottocento, ma alcuni sentimenti raccontati da Verga sono rimasti sorprendentemente vicini a noi.
Il bisogno di proteggere la propria famiglia. La paura di perdere il poco che si possiede. Il desiderio di avere qualcosa in più. La fatica di ricominciare dopo una perdita. E quel rapporto con il luogo in cui si è nati che, per i Malavoglia, diventa quasi impossibile da spezzare.
In questo senso Aci Trezza eparte della storia, non solo lo sfondo del romanzo.
Il mare che Verga mette nelle sue pagine è quello reale del borgo, con i suoi Faraglioni e le sue barche. È un mare che dà lavoro e che, allo stesso tempo, può portare via tutto. Un elemento del paesaggio che diventa parte integrante della vita dei protagonisti.
Ancora oggi, passeggiando per Aci Trezza, il rapporto con I Malavoglia appare quasi naturale. Non serve immaginare un luogo lontano: basta guardarsi intorno. È proprio questo uno degli aspetti più affascinanti dell’opera di Verga. Aver trasformato un paese siciliano, con la sua gente e le sue vicende quotidiane, in un luogo riconoscibile anche da chi non ha mai messo piede in Sicilia.
Il Verismo di Verga nasce proprio da questo modo di osservare la realtà. Al centro non ci sono eroi straordinari, ma persone comuni. Non ci sono grandi imprese, ma piccole battaglie quotidiane. E spesso non c’è un lieto fine, perché la vita raccontata dallo scrittore non ne concede facilmente uno.
Verga non cerca di giudicare i suoi personaggi. Li osserva, li lascia parlare attraverso i loro gesti e le loro scelte e racconta il mondo nel quale sono costretti a vivere.
Ed è proprio per questo che la sua opera continua a essere letta e studiata.
Per Catania, Verga rappresenta qualcosa in più di un grande, difatti è parte della memoria della città. La sua casa di via Sant’Anna, i luoghi della sua formazione e il rapporto con il territorio costituiscono un patrimonio che continua a parlare anche alle nuove generazioni.
Quella che Verga raccontò era una Sicilia povera e difficile, segnata da profonde disuguaglianze. Ma era anche una Sicilia fatta di legami, di appartenenza e di identità. Una Sicilia che lo scrittore non ebbe bisogno di abbellire per renderla importante, gli bastò semplicemente raccontarla.
Giovanni Verga morì a Catania nel 1922, nella città in cui era nato ottantadue anni prima. Oggi, nel giorno dell’anniversario della sua nascita, il modo migliore per ricordarlo forse non è soltanto ripercorrere le tappe della sua carriera, ma tornare idealmente nei luoghi che hanno dato forma alla sua scrittura.
A Catania, nella casa di via Sant’Anna.
E poi verso il mare, ad Aci Trezza.
Una terra che non fu soltanto la sua origine, ma la materia attraverso cui riuscì a raccontare l’Italia intera.