Il sistema della riscossione italiana convive da decenni con un problema enorme: milioni di cartelle esattoriali intestate a persone senza redditi né patrimoni, destinate a restare “congelate” negli archivi fiscali per anni, se non per sempre. Con l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 110/2024, attuativo della delega fiscale prevista dalla Legge n. 111/2023, questo scenario cambia in modo sostanziale.
La nuova normativa si applica a tutti i debiti affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione a partire dal 1° gennaio 2025 e introduce un principio semplice quanto rivoluzionario: se non ci sono beni da aggredire, il debito non può restare in eterno nel limbo della riscossione.
La procedura di discarico
Il cuore della riforma è la procedura di discarico, cioè la restituzione della pratica all’ente creditore originario (un Comune, l’Inps o altro ente pubblico), con la contestuale sospensione di ogni azione di recupero nei confronti del debitore. Per attuarla ci sono due alternative.
La prima è il discarico automatico, che scatta inderogabilmente il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui il debito è stato affidato all’agente della riscossione. La seconda è il discarico anticipato, molto più rapido: si attiva quando emergono situazioni di insolvenza conclamata, come la chiusura di una liquidazione giudiziale (il vecchio fallimento), la totale assenza di beni aggredibili, oppure l’esito negativo di precedenti azioni esecutive senza che siano emersi nuovi patrimoni.
Cosa succede a chi non ha beni
Con il vecchio sistema l’ente creditore avrebbe continuato a notificare solleciti e avvisi per anni, magari decenni, con un costo enorme per le casse pubbliche in termini di spese postali e procedurali, a fronte di un recupero pressoché impossibile. Con la riforma, appena l’agente della riscossione verifica l’assenza di patrimonio aggredibile, la cartella viene discaricata anticipatamente; se la situazione non è immediatamente evidente, il discarico scatta comunque in automatico trascorsi cinque anni. Il debito, a quel punto, torna nelle mani dell’ente locale, che dovrà decidere come procedere.
Ricevuto indietro il carico discaricato, l’ente creditore ha tre possibilità:
- gestire la riscossione con personale e uffici propri;
- affidarla a Concessionari privati iscritti nell’apposito albo nazionale;
- richiedere un nuovo affidamento all’Agenzia delle Entrate-Riscossione per un periodo ulteriore di due anni.
Quest’ultima strada, però, era vincolata a una scadenza precisa, ma ormai trascorsa: gli enti pubblici dovevano aderire alle nuove condizioni di servizio entro l’8 agosto 2026. Chi non ha rispettato il termine non ha perso soltanto tempo: il riaffidamento diventerà valido solo per i crediti trasmessi a partire dal 1° gennaio dell’anno successivo, con la conseguente perdita di tutela per tutti i debiti precedenti a quella data.
Il riaffidamento del carico
Riaffidare la pratica, però, non significa riattivare come prima le vecchie procedure di recupero. Per i carichi discaricati automaticamente dopo i cinque anni, l’esattore può agire solo in tre casi specifici:
- la compensazione con eventuali rimborsi fiscali dovuti al contribuente;
- il blocco dei pagamenti della pubblica amministrazione superiori a € 5.000,00;
- l’incrocio con nuovi debiti riferiti alla stessa persona.
Per i carichi con discarico anticipato le regole sono ancora più severe: l’ente creditore non può limitarsi a una delega generica, ma deve segnalare all’Agenzia elementi reddituali o patrimoniali nuovi e concreti in assenza dei quali la macchina della riscossione resta ferma in modo definitivo, a tutela del cittadino che davvero non ha nulla da versare.