Malanga e le piramidi di Giza: scoperta impossibile o verifica mai davvero concessa?

di Tindaro Guadagnini

La presunta rete sotterranea sotto la piramide di Chefren è stata accolta con scetticismo e dure contestazioni. Ma una domanda resta sul tavolo: prima di archiviare tutto come una bufala, non sarebbe stato più corretto verificare fino in fondo i dati?

Ci sono storie che dividono immediatamente il pubblico in due. Da una parte chi grida alla scoperta che potrebbe riscrivere la storia dell’antico Egitto. Dall’altra chi liquida tutto come pseudoscienza, bufala o fantasia.

La vicenda delle presunte strutture sotterranee individuate sotto la piramide di Chefren, al centro del lavoro del gruppo guidato da Corrado Malanga e Filippo Biondi, appartiene esattamente a questa categoria.

Secondo quanto presentato dal team nel marzo 2025, attraverso l’analisi di dati radar SAR sarebbero state individuate strutture geometriche nel sottosuolo della piramide, tra cui pozzi e camere che si svilupperebbero a grande profondità.

Un’affermazione enorme. Talmente enorme da meritare, forse, non soltanto scetticismo, ma anche un supplemento straordinario di verifica.

Il problema non è credere a Malanga

Qui è necessario essere chiari.

Non occorre credere alle conclusioni di Malanga e dei suoi collaboratori. Non occorre nemmeno considerare autentiche le strutture da loro ricostruite.

Il punto è un altro: come si stabilisce che un’ipotesi sia sbagliata?

La risposta dovrebbe essere attraverso la verifica dei dati, la riproduzione dell’analisi, il confronto con metodologie indipendenti e, possibilmente, nuovi esperimenti.

Ed è proprio su questo terreno che la vicenda diventa interessante.

Le principali contestazioni rivolte al gruppo riguardano infatti la metodologia utilizzata e l’interpretazione dei dati SAR. Diversi esperti hanno sottolineato che il SAR è principalmente una tecnologia utilizzata per l’osservazione della superficie terrestre e hanno espresso forti dubbi sulla possibilità di ricavare da quei dati strutture tridimensionali situate a centinaia di metri di profondità.

Obiezioni tutt’altro che irrilevanti

Ma una cosa è dire “questa interpretazione presenta problemi scientifici enormi”. Un’altra è dire “non c’è nulla da verificare”.

Una conferenza non è una prova. Ma nemmeno una sentenza

Una delle critiche più fondate riguarda il fatto che, al momento dell’annuncio, non fosse disponibile un paper scientifico specificamente dedicato alla presunta scoperta sotto Chefren e sottoposto a peer review.

È una lacuna importante.

Ma proprio per questo sarebbe stato interessante vedere la comunità scientifica impegnata non soltanto nella demolizione dell’ipotesi, bensì anche nel tentativo di metterla definitivamente alla prova.

Se i dati sono sbagliati, dimostrarlo dovrebbe essere relativamente semplice: si analizzano i dati originali, si ricostruisce il procedimento, si verifica matematicamente la trasformazione delle immagini e si confrontano i risultati con quelli ottenuti da altri gruppi.

Se invece il metodo non funziona, la questione è chiusa.

Ma se funziona?

È questa la domanda che una parte del dibattito pubblico sembra aver dimenticato.

Il rischio di confondere lo scetticismo con la liquidazione

La scienza non è credere a tutto. È, al contrario, dubitare.

Ma dubitare significa anche essere disposti a mettere alla prova ciò che non ci convince.

Nel caso Chefren, diversi esperti hanno espresso giudizi molto severi. Lawrence Conyers, esperto di radar dell’Università di Denver, ha definito le conclusioni una «enorme esagerazione», mentre l’archeologo egiziano Zahi Hawass ha respinto categoricamente le affermazioni del gruppo.

Posizioni legittime, soprattutto davanti a una tesi tanto straordinaria.

Ma proprio perché la tesi è straordinaria, sarebbe altrettanto straordinario poterla confutare attraverso una verifica sperimentale altrettanto straordinaria.

E qui sta la provocazione.

Prima di chiudere il caso, perché non controllare?

La domanda che L’URLO pone non è: “Malanga ha ragione?”

Non abbiamo elementi sufficienti per sostenerlo.

La domanda è: “Abbiamo fatto tutto ciò che era necessario per stabilire definitivamente se ha torto?”

Sono due domande molto diverse.

Le critiche metodologiche esistono e sono numerose. Gli studi precedenti con altre tecniche geofisiche hanno inoltre prodotto risultati che non sembrano sostenere lo scenario descritto dal progetto Chefren.

Ma una scoperta, se davvero fosse così clamorosa, meriterebbe una verifica indipendente di livello altrettanto clamoroso.

Una campagna di misurazioni. Un confronto tra tecnologie differenti. Dati grezzi messi a disposizione degli studiosi. Analisi effettuate da gruppi che non abbiano alcun rapporto con i ricercatori originari.

È davvero troppo chiedere questo?

E oggi c’è un elemento in più

Il dibattito ha assunto una nuova dimensione nell’agosto 2026, dopo la ritrattazione da parte della rivista Remote Sensing di un precedente lavoro del 2022 firmato da Biondi e Malanga sulla Grande Piramide di Cheope. La ritrattazione riguarda formalmente quel lavoro e non costituisce, quindi, una smentita diretta della presunta scoperta sotto Chefren. Secondo la comunicazione riportata sulla vicenda, il paper presentava problemi metodologici e statistici.

È un elemento che va considerato, ma senza fare un salto logico: Chefren e Cheope sono due vicende scientifiche distinte.

E proprio per questo sarebbe importante non trasformare la ritrattazione di un lavoro precedente nella scorciatoia per archiviare automaticamente ogni altra ricerca degli stessi autori.

Il vero punto: il metodo prima dei protagonisti

Forse è questo il passaggio che manca maggiormente al dibattito.

Non dovrebbe essere importante se a formulare un’ipotesi è Malanga, un professore universitario, un archeologo famoso o uno sconosciuto.

Bisognerebbe guardare i dati.

Se i dati sono errati, lo si dimostri.

Se il metodo non è valido, lo si dimostri.

Se le immagini non possono contenere le informazioni che i ricercatori sostengono di aver estratto, lo si dimostri.

E se invece esiste anche solo una possibilità concreta che quelle anomalie meritino ulteriori indagini, allora sarebbe la ricerca stessa a doverlo stabilire.

Non una difesa di Malanga, ma una difesa della verifica

Prendere le distanze dalle conclusioni più spettacolari del progetto Chefren non significa necessariamente chiedere che la vicenda venga chiusa.

Al contrario.

Significa chiedere più scienza, non meno.

Perché il vero errore sarebbe trasformare una controversia scientifica in una guerra tra tifoserie: da una parte i “creduloni”, dall’altra gli “esperti”. In mezzo dovrebbero esserci soltanto dati, strumenti, esperimenti e verifiche.

La presunta città sotterranea di Giza potrebbe rivelarsi un’interpretazione sbagliata. Potrebbe trattarsi di anomalie geologiche. Potrebbe esserci un errore nell’elaborazione dei dati.

Oppure, molto più semplicemente, potrebbe non esserci nulla di straordinario.

Ma se davvero non c’è nulla, perché non dimostrarlo una volta per tutte?

Questa, forse, è la domanda più interessante lasciata sul tavolo dalla vicenda Malanga.

Perché la scienza non dovrebbe avere paura delle ipotesi sbagliate.

Dovrebbe avere paura, semmai, di non verificarle abbastanza.

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