Negli ultimi anni le corti europee hanno emesso una serie di decisioni che rafforzano la tutela della libertà religiosa dei Testimoni di Geova, riaffermando principi fondamentali sanciti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Le pronunce più recenti, provenienti sia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo sia da tribunali supremi nazionali, rappresentano un importante banco di prova per il rapporto tra Stati e minoranze religiose nel continente.
La sentenza che riguarda l’Italia
L’11 giugno 2026 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso una decisione destinata a fare discutere nel caso Congrégation chrétienne des Témoins de Jéhovah c. Italie.
I giudici di Strasburgo hanno esaminato la lunga vicenda dell’intesa tra lo Stato italiano e la confessione religiosa dei Testimoni di Geova. Sebbene il testo dell’accordo fosse stato sottoscritto in diverse occasioni da successivi governi, il procedimento non era mai giunto alla definitiva approvazione parlamentare.
Secondo la Corte, questa situazione di stallo protrattasi per decenni ha determinato una disparità di trattamento rispetto ad altre confessioni religiose che hanno invece ottenuto il riconoscimento previsto dall’articolo 8 della Costituzione. I giudici hanno ravvisato una violazione del divieto di discriminazione in combinazione con la libertà religiosa, sottolineando l’assenza di una giustificazione oggettiva e ragionevole per il mancato completamento della procedura.
La decisione assume particolare rilievo perché riguarda direttamente l’ordinamento italiano e richiama l’attenzione sulla necessità di garantire pari trattamento alle diverse comunità religiose presenti nel Paese.
Il lungo contenzioso con la Russia
Le decisioni più numerose e significative degli ultimi anni riguardano tuttavia la situazione in Russia.
Nel 2022 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza storica stabilendo che il divieto imposto alle attività dei Testimoni di Geova nel 2017 era incompatibile con la Convenzione europea. La Corte ha ritenuto illegittime le misure che avevano portato allo scioglimento delle organizzazioni religiose, alla confisca di proprietà e all’avvio di procedimenti penali contro migliaia di fedeli.
Quella decisione è diventata il punto di riferimento per numerose sentenze successive. Nel marzo 2026 Strasburgo ha nuovamente condannato la Russia per avere classificato come “estremiste” pubblicazioni religiose dei Testimoni di Geova, affermando che la legislazione utilizzata era troppo ampia e incompatibile con gli standard europei sulla libertà di espressione e di religione.
Sempre nel 2025 e nel 2026 la Corte ha accolto ulteriori ricorsi di singoli fedeli e organizzazioni religiose, censurando perquisizioni, arresti, limitazioni della libertà personale e altri provvedimenti adottati nei confronti dei credenti per il semplice esercizio della loro fede.
Il caso Norvegia
Anche la Norvegia è stata recentemente teatro di una controversia significativa.
Nell’aprile 2026 la Corte Suprema norvegese ha dato ragione ai Testimoni di Geova in una causa relativa alla registrazione come comunità religiosa e all’accesso ai finanziamenti pubblici. Il governo aveva sostenuto che alcune pratiche interne della confessione fossero incompatibili con la tutela dei diritti dei minori e con la libertà di lasciare la comunità religiosa.
La maggioranza dei giudici ha tuttavia ritenuto che le prove presentate dallo Stato non fossero sufficienti a dimostrare violazioni tali da giustificare l’esclusione dai benefici previsti dalla legge per le confessioni religiose riconosciute. La decisione ha annullato i provvedimenti contestati e riaffermato il principio di neutralità dello Stato nei confronti delle diverse fedi.
Libertà religiosa e pluralismo
Le recenti decisioni europee non rappresentano soltanto una serie di vittorie giudiziarie per i Testimoni di Geova. Esse si inseriscono in un dibattito più ampio sul pluralismo religioso, sul ruolo dello Stato e sulla tutela delle minoranze confessionali nelle società democratiche.
Le corti europee continuano infatti a ribadire che eventuali limitazioni alla libertà religiosa devono essere fondate su motivazioni concrete, proporzionate e compatibili con i diritti fondamentali. In assenza di elementi che dimostrino comportamenti violenti, discriminatori o contrari alla legge, il semplice carattere minoritario o impopolare di una confessione religiosa non può costituire motivo sufficiente per limitarne le attività.
In questo senso, le sentenze degli ultimi anni contribuiscono a consolidare una giurisprudenza che pone la libertà di coscienza e di religione tra i pilastri essenziali della democrazia europea.