La foresta del Nord di Daniel Mason: il romanzo che racconta il tempo, la natura e la memoria delle vite umane

di Giuseppe Quattrocchi

Cari lettori,
Questa settimana ho deciso di condurvi dentro una foresta. Attorno a voi soltanto alberi, vento e il rumore dell’acqua che scorre tra le pietre. Nessuna città. Nessuna strada. Nessuna traccia del mondo così come lo conoscete. Adesso immaginate di raccogliere una pietra dal letto di un torrente e di posarla a terra. È un gesto semplice, quasi insignificante. Eppure, senza saperlo, avete appena scelto il luogo in cui si svolgeranno centinaia di vite. Perché quella pietra diventerà una casa. E quella casa attraverserà i secoli. Vedrà nascere bambini e invecchiare uomini. Assisterà ad amori, lutti, guerre, scoperte e ossessioni. Alcuni dei suoi abitanti resteranno soltanto per poche pagine, altri vi accompagneranno più a lungo. Ma tutti, inevitabilmente, se ne andranno. Tutti tranne la casa stessa, che rimarrà in attesa di nuove vite.

È da questa intuizione tanto semplice quanto straordinaria che prende vita “La foresta del Nord” di Daniel Mason. Tutto comincia nel Seicento, quando due giovani innamorati fuggono dalla comunità puritana a cui appartengono e cercano rifugio in una radura nascosta del New England. Vogliono lasciarsi alle spalle il mondo che li ha respinti e costruirne uno nuovo, fatto soltanto di loro due, della foresta e della libertà che credono di aver trovato. Ma ben presto capirete che questa non è soltanto la loro storia. Perché Daniel Mason allarga lentamente lo sguardo. Gli anni diventano decenni. I decenni diventano secoli. Nuovi abitanti arrivano, trasformano la casa, lasciano tracce del proprio passaggio e poi scompaiono. E mentre gli esseri umani entrano ed escono dalla scena, qualcosa continua a osservare tutto dall’esterno. La foresta.

Gli alberi crescono. I sentieri cambiano direzione. Le stagioni si rincorrono. Gli animali costruiscono tane, migrano, ritornano. La natura non fa da sfondo agli eventi, partecipa alla storia, la accompagna e talvolta sembra persino custodirne la memoria. Così, quasi senza accorgervene, smetterete di chiedervi chi sarà il prossimo abitante della casa. La vera domanda diventerà un’altra: Che cosa rimane di noi quando non ci siamo più?

Una fotografia dimenticata? Un nome inciso su una trave? Un racconto tramandato da qualcuno che ci ha conosciuti? Oppure soltanto una piccola modifica lasciata nel paesaggio, un segno quasi invisibile che continuerà a esistere molto tempo dopo la nostra scomparsa?

Pagina dopo pagina, Mason costruisce un romanzo che sembra sfidare il tempo stesso. Cambiano le epoche, cambiano le voci, cambiano perfino le forme del racconto. Eppure tutto rimane sorprendentemente armonioso, come se ogni storia fosse il ramo di un unico grande albero le cui radici affondano nella stessa terra.

Vi sorprenderete a riflettere sul rapporto che abbiamo con i luoghi che abitiamo. Sulle case che consideriamo nostre e che in realtà ci ospitano soltanto per un breve tratto del loro cammino. Sui paesaggi che crediamo immutabili e che invece si trasformano continuamente sotto i nostri occhi, seguendo ritmi molto più lenti dei nostri.

Leggendo questo romanzo , attraverserete quattro secoli di storia senza quasi accorgervene. Ogni capitolo vi lascerà addosso la sensazione di essere parte di qualcosa di immensamente più grande della vostra singola esistenza. E così, mentre noi passiamo, la terra continua a conservare le nostre storie, intrecciandole alle proprie in modi che spesso non siamo nemmeno in grado di vedere. Ma forse, ci basta solo fermarci un attimo, in silenzio, per riuscire ad ascoltarle.