La moda è cultura. E noi l’abbiamo dimenticato: Valeria Magistro lo racconta in Styling and the City

di Erika Giacira

Al Catania Book Festival, tra incontri e riflessioni sul contemporaneo, la moda ha trovato uno spazio tutt’altro che superficiale. Valeria Magistro ha presentato “Styling and the City. Percorsi di ricerca per la progettazione del prodotto moda” (Edizioni Efesto), accompagnata da Fabiola Foti e Marco Fallanca, offrendo uno sguardo che ribalta una convinzione diffusa: la moda non è frivola, è linguaggio. Perché ciò che indossiamo, anche quando pensiamo di scegliere per comodità o praticità, racconta molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Ogni scelta estetica è in realtà un gesto culturale, una dichiarazione implicita di appartenenza, aspirazione o rottura.

Un’analisi sociologica che passa anche dall’armadio: dai tessuti ai tagli, fino ai colori. Vi basti questo esempio: Il colore del lutto in Italia è il nero… vi sorprenderebbe scoprire che in Cina nessuna sposa potrebbe mai incamminarsi verso l’altare con un abito bianco. Porterebbe il lutto in una cerimonia gioiosa.  Codici diversi, significati opposti, che dimostrano quanto anche ciò che sembra più immediato sia in realtà costruito e condiviso.

Cosmopolite ma identitarie: le città dove la moda parla lingue diverse

Il libro attraversa le grandi capitali della moda, Parigi, Milano, Londra, New York, Tokyo, Copenaghen e Dubai, costruendo un vero e proprio itinerario di ricerca. Non semplici città, ma sistemi simbolici, ciascuno con un proprio codice. Londra è punk, ribelle, e trova nella rivoluzione di Vivienne Westwood e del tartan uno dei suoi momenti più dirompenti: un cambio di prospettiva così radicale da essere oggi quasi invisibile, assimilato al punto da non essere più riconosciuto come tale.

New York parla il linguaggio dello streetwear, diretto e globale, mentre Tokyo lo estremizza in una chiave sperimentale, trasformando lo street style in ricerca continua. Milano resta la culla del prêt-à-porter, cuore produttivo e industriale, mentre Parigi, per l’autrice, appare quasi ingessata, prigioniera di una classicità che rischia di diventare prevedibile. Dubai, invece, riesce a fondere tradizione e modernità in un equilibrio sorprendente, e Copenaghen mette al centro la funzionalità senza rinunciare al design, dimostrando che estetica e praticità possono convivere senza compromessi.

Italia, tra eredità e immobilismo: il rischio di vivere (solo) di rendita

Magistro insiste su una distinzione cruciale quando si parla del Belpaese: “La cultura è una cosa. La tradizione è un’altra.” Un’affermazione che apre una riflessione sull’identità italiana. L’Italia, spesso celebrata come culla del buongusto, dello stile, non possiede, secondo l’autrice, un abito iconico universalmente riconosciuto. I grandi sarti sono nati in Francia, mentre il Made in Italy è stato a lungo “decontestualizzato”, svuotato di un legame diretto con il territorio e trasformato in un marchio più che in un racconto.

Eppure, il ruolo dell’Italia resta, furbamente, centrale: “Noi siamo i pionieri dell’industria. Noi siamo i primi ad aver fatto i prodotti in serie.” Un primato che oggi rischia di trasformarsi in immobilismo. “Campiamo di rendita”, osserva Magistro con lucidità, sottolineando come l’italiano sia stato storicamente “un bravo marchettaro”: capace di vendere, di costruire valore simbolico, ma forse meno incline oggi a rimettere in discussione il proprio sistema.

Styling and the City non è quindi solo un viaggio nella moda, ma un invito a leggere ciò che indossiamo come parte di una narrazione più ampia. La moda, in fondo, non parla di vestiti: parla di noi.

Erika Giacira