Successione ereditaria 2026: novità, esenzioni e cosa dichiarare

di Antonio Ronsivalle

Dal primo gennaio 2026 il quadro normativo relativo alla successione ereditaria, spesso percepita come complessa dal punto di vista procedurale, appare più chiaro grazie a una serie di semplificazioni introdotte nell’ambito della riforma fiscale. Avere chiaro cosa deve essere dichiarato e cosa no diventa necessario per evitare errori e gestire correttamente il patrimonio ereditato.

I beni che non devono essere dichiarati

Uno dei primi aspetti da chiarire riguarda i beni che non devono essere dichiarati. Non tutti i beni ereditati, infatti, rientrano nell’attivo ereditario rilevante ai fini fiscali. Restano esclusi i beni di modico valore, ossia quelli che non esprimono una reale capacità contributiva, come oggetti personali o somme contenute. Inoltre, la normativa esclude espressamente alcune categorie, tra cui i titoli di Stato, le indennità di fine rapporto e le somme derivanti da polizze vita. Questi beni non devono essere indicati nella dichiarazione di successione, in quanto non concorrono alla formazione della base imponibile. Restano inoltre operative le agevolazioni per la “prima casa”, che consentono di ridurre sensibilmente il carico fiscale in presenza dei requisiti previsti.

Successione e donazione

Accanto a queste esclusioni, è necessario distinguere le agevolazioni già esistenti da quelle chiarite dalla normativa di cui al D.Lgs 123/2025 entrata in vigore nel 2026. Tale novella riguarda l’abolizione del coacervo successorio tra le somme donate e quelle ereditate, in linea con il consolidato orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte di Cassazione. In base alla disciplina previgente, infatti, l’art. 4, comma 4, del T.U.S. imponeva che il valore dell’asse ereditario fosse aumentato considerando le donazioni effettuate in vita dal de cuius, opportunamente rivalutate al momento dell’apertura della successione.

Tale previsione incideva sulla determinazione della franchigia in sede successoria, in quanto richiedeva il cumulo tra il patrimonio effettivamente lasciato dal defunto e il valore delle donazioni pregresse (c.d. coacervo). Oggi, successione e donazioni sono considerate separatamente, con un effetto favorevole per gli eredi, che possono beneficiare più agevolmente delle franchigie. Le attribuzioni effettuate in vita dal defunto, se regolarmente formalizzate, non devono essere nuovamente dichiarate nella successione. La novità del 2026 consiste proprio nel fatto che tali donazioni non incidono più sul calcolo dell’imposta successoria, grazie all’eliminazione del coacervo. Questo rende più efficace la pianificazione patrimoniale e offre maggiore certezza agli eredi.

Quando non è necessaria la successione

Un ulteriore profilo riguarda i casi in cui non è necessario presentare la dichiarazione di successione. La legge prevede che l’adempimento venga meno quando l’eredità è devoluta esclusivamente al coniuge e ai figli, non sono presenti beni immobili e il valore complessivo del patrimonio non supera i 100.000 euro. In queste ipotesi, il legislatore ha ritenuto di esonerare gli eredi da un obbligo formale che risulterebbe sproporzionato rispetto all’entità del patrimonio.

Anche quando la dichiarazione è dovuta, non è detto che si debba pagare l’imposta. I figli beneficiano infatti di una franchigia particolarmente elevata: fino a un milione di euro per ciascun erede non si applica l’imposta di successione. Si tratta di una soglia che, nella pratica, esclude dalla tassazione la maggior parte delle successioni familiari, pur lasciando fermo l’obbligo dichiarativo nei casi previsti.

È quindi essenziale non confondere l’esenzione dall’imposta con l’esonero dalla dichiarazione. La dichiarazione di successione deve essere presentata entro un anno dall’apertura della successione, cioè dalla data del decesso. L’omessa presentazione, quando dovuta, comporta sanzioni rilevanti, che possono arrivare anche a superare l’imposta stessa.

Per questo motivo, conoscere con precisione quali beni non devono essere dichiarati e quando l’adempimento è obbligatorio rappresenta uno strumento indispensabile per evitare rischi e gestire correttamente il procedimento successorio.

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