Bruno Contrada e la stagione di Tangentopoli
Per scrivere di Bruno Contrada, a maggior ragione in occasione del decesso, occorrerebbe il ricorso alla sensibilità del poeta in uno con lo sguardo penetrante e freddo dello storico.
A segnare lo spartiacque della transizione dell’Italia dal sistema dei partiti tradizionali, operanti fin dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, dal 1945, alla fase successiva, caratterizzata dal cambio della legge elettorale, dal proporzionale al prevalente maggioritario, con la convocazione del referendum del 18 e 19 aprile 1993, si frappone l’inchiesta denominata Tangentopoli.
L’arresto del 1992 e l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa
E, nondimeno, a segnare l’inversione di marcia, intervenne, nell’ottica coordinata dalle diverse procure, con lo spostamento dal recinto della politica a quello dei servizi segreti, prima di raggiungere i livelli industriali, l’arresto di Contrada, il 24 dicembre 1992. Considerato fosse già allora ai vertici del Servizio informazioni per la sicurezza democratica, in posizione di vice-direttore aggiunto. Nel contesto dello svilupparsi delle indagini, aperte dalla procura di Milano, con il fermo, in flagranza di reato, di Mario Chiesa, il 17 febbraio 1992.
Furono veri reati, quelli ascritti a Contrada oppure, come spesso avviene, lo spregiudicato funzionario di un tempo, passò nella categoria dei nemici dello stato al momento della sostituzione dell’emblema della legalità? Si badi, al riguardo, pur mutando i termini, il quesito affronta lo stesso tema trattato in parlamento da Bettino Craxi, riguardante il finanziamento illecito dei partiti, discorso pronunciato il 3 luglio 1992. Per cui, quella contro i rappresentanti dei partiti, nello svolgimento di Tangentopoli, fu una persecuzione oppure una legittima accusa per la violazione delle leggi, anche quelle sostituite dalle consuetudini?
Confido nella clemenza dei lettori, quantunque vietato dalle regole del giornalismo, ormai superate dalle dissennatezze dei costumi, per riesumare un ricordo personale di diversi anni trascorsi, quando ospite nello studio televisivo di La 7, dietro le quinte della trasmissione Atlantide, assistetti in diretta a una telefonata dell’avvocato Stefano Giordano, difensore di Contrada, al conduttore, Andrea Purgatori, nella quale il legale, con toni ultimativi, pretendeva da Purgatori, le scuse per avere citato, il vicedirettore aggiunto del Sisde tra le menti raffinatissime, a cui Giovanni Falcone addebitava il fatto …di orientare certe azioni della mafia.
Alla perentoria reazione di Purgatori, il quale si era avvalso dell’esercizio del diritto di cronaca, intervistando e, successivamente citando il collega, Saverio Lodato, depositario della confidenza del magistrato palermitano al riguardo della menzione di Contrada, il collegamento fu chiuso. In quella circostanza, compresi come il poliziotto, in seguito approdato al servizio segreto civile ci tenesse alla reputazione di investigatore, alla lealtà e alla devozione nei confronti dello stato, di cui si riteneva fedele servitore. E non esisteva nulla di artefatto nei suoi atteggiamenti.
Il ruolo dei pentiti nelle indagini
Solamente all’incredula opinione pubblica, dapprima sorpresa dall’arresto, in seguito meravigliata dalla sentenza, si prospettava in una ricostruzione basata sulle dichiarazioni dei pentiti, taluni prestigiosi, uno per tutti, Tommaso Buscetta, con il seguito di Francesco Marino Mannoia e di Giovanni Brusca, l’ipotesi del tradimento delle istituzioni attribuito a Contrada.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo
Dal suo punto di vista negato sdegnosamente. Dichiarazione d’innocenza, peraltro avvalorata dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, l’11 febbraio 2014. Di più, a un anno di distanza, il 13 aprile 2015, la medesima Corte aveva condannato lo stato italiano al risarcimento dei danni morali, a causa dell’ingiusta imputazione per concorso esterno in associazione mafiosa, in quanto all’epoca dei fatti (1978 – 1988) il reato non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non poteva conoscere le pene in cui sarebbe incorso.
Nel frattempo, a Forte Boccea, il carcere militare, tenuto aperto soltanto per lui, l’ex- dirigente della polizia di stato, destituito dai ruoli, aveva trascorso diversi mesi dietro le sbarre, prima di essere trasferito a Santa Maria Capua Vetere, tenuto in prigione, quantunque avesse perso ventidue chili, non mangiava più, e si fosse rifiutato di inoltrare la domanda di grazia, all’allora Capo dello stato, Giorgio Napolitano. A fronte della sua orgogliosa dichiarazione, Non ho mai chiesto, né chiedo, né chiederò mai la grazia a quello Stato da cui mi sarei aspettato un grazie e non una grazia, uno dei suoi difensori, il catanese Giuseppe Lipera avanzò lui, per conto del suo assistito, la petizione al Presidente della repubblica, preoccupato della prostrazione fisica e morale nella quale versava il detenuto.
I segreti dello Stato e il lavoro nei servizi di sicurezza
Ma prima di arrivare ai risarcimenti, statuiti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, quantificati dalle istanze nostrane in 10 mila euro per danni morali e 5 mila per spese processuali, da versare al recluso, l’esiguità dei rimborsi la dicono lunga sulla supposta colpevolezza, intravista dai magistrati italiani, Contrada, ingiustamente condannato e carcerato, almeno secondo la sentenza della Corte europea, ha dovuto lottare contro una filiera di pregiudizi.
Tale appare adesso, a distanza di lustri, quel cambio di registro, in sede di indagini, per cui gli inquirenti, prima di Tangentopoli potevano, anzi dovevano, servirsi di informatori interni al sistema mafioso, ottenendo indicazioni utili a difendere la pubblica utilità, in uno con la sicurezza, nello scambio, cosa offrire ai delatori, loro referenti?, mentre dopo, dal 1992 in avanti, avere agito così diventava reato, oggi per allora. Ai più accorti osservatori non sfuggirà fosse saltato, a opera di Totò Riina, con l’inaugurare la stagione delle stragi, anzi a decorrere dall’omicidio del deputato democristiano della corrente andreottiana, Salvo Lima, consumato il 12 marzo 1992, quel tacito patto di non belligeranza tra Stato e Cosa nostra. Va da sé, avrebbero pagato insieme con i politici, Andreotti in testa, i reggitori dei servizi, fino a quel momento garanti della pace sociale.
I misteri irrisolti tra mafia, politica e intelligence
Dal 1973 alla direzione della squadra mobile di Palermo, Contrada aveva indagato sul sequestro e la scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista del L’ora, rapito e ucciso da Cosa nostra, secondo lui e il suo sottoposto, Boris Giuliano, perché si era occupato dell’esplosione dell’aereo nel quale era perito Enrico Mattei, mentre, nella versione di Dalla Chiesa per il fatto avesse indagato sulle rotte della droga e sul conseguente riciclaggio delle somme derivanti dai proventi.
Nell’un caso, quello dell’attentato al velivolo, nel quale viaggiava il presidente dell’Ente nazionale idrocarburi, quanto nel rapimento e presunta esecuzione di De Mauro, il capo della squadra mobile di Palermo si era trovato, nel crocevia più trafficato di pallottole, bombe e cadaveri, del Secondo dopoguerra. Escluso l’affaire Moro.
La vicenda giudiziaria di Contrada nella storia della Repubblica
A nessuno sfuggirà la motivazione addotta da Contrada per la cattura del giornalista Mauro De Mauro, addebitata agli accertamenti per l’incidente occorso all’aeroplano di Mattei. Equivaleva a dire, trattarsi di rappresaglia, commissionata dagli americani della Cia a Cosa nostra, a causa della spietata concorrenza stravinta da Mattei a scapito delle sette sorelle, il consorzio per l’Iran (Iranian oil participants ltd), a guida statunitense. Chissà, se i lettori avranno maggiori elementi, adesso per allora, nel comprendere la guerra scatenata in Iran da Trump.
L’eventualità prospettata, invece dal prefetto Dalla Chiesa, rientrava in quel mistero, finora mai svelato del traffico di droga da Oltreoceano a Palermo, organizzato dai mafiosi americani in combutta con i picciotti siciliani, di cui la chiave di lettura era il personaggio di alto bordo titolare del riciclaggio del denaro sporco.
Di quest’ultima ipotesi permangono prove, sottratte dalla cassaforte di Dalla Chiesa a Palermo, presso la sede prefettizia, qualche minuto dopo l’uccisione del medesimo, della moglie, Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta, Domenico Russo. Sempreché non sia il movente per la strage, appunto, di via Isidoro Carini. Naturalmente, la vicenda di Contrada rientrerebbe, se la fantasia fertile, comunque con attitudini indispensabili al romanzo civile di un esiguo numero di scrittori fosse sollecitata, nel novero di un racconto sui fantasmi imprendibili nell’orizzonte della repubblica.
Ai tanti, insoddisfatti della sentenza della Corte di cassazione del 2017, la quale ha accolto l’istanza di revisione del processo, respinta dalla corte d’appello di Palermo, dichiarando chiusa la vicenda giudiziaria, in quanto la violazione non era prevista all’epoca degli eventi contestati, va ricordato quanto fosse profonda l’attitudine di Contrada a svolgere il ruolo di custode dei segreti, riservatezza pretesa ai massimi livelli dei servizi segreti. D’un tempo andato. Della sua lunga e travagliata vicenda, Bruno Contrada ha lasciato traccia nel volume. La mia prigione, edito da Marsilio.