Le buone parole salveranno il mondo. Le «7 parole che parlano troppo», approfondite dallo studioso-filosofo Riccardo Sambataro, aiutano tutti noi a rompere il muro di ridicola autoreferenzialità, nel quale ci illudiamo di essere sicuri.

di Marco Leonardi

Il nuovo libro di Riccardo Sambataro

«L’intelletto funge da luogo per tutte le cose, e così avviene che esso rimanendo uno diventa in atto tutte le cose poiché di tutte è il luogo». Le lezioni di Storia della Filosofia Medievale lasciavano, a noi in illo tempore studenti di discipline storiche, quella percezione di conoscenze eteree, affascinanti quanto vuoi ma ineffabili, per quanti erano abituati ad interpretare quell’intarsio di Spirito, Idee, carne e sangue, azioni, sentimenti, economia, chiamato Storia.

Un viaggio filosofico tra parole e significato

Leggevi e rileggevi il «De unitate intellectus» del filosofo domenicano Alberto Magno e ti arrovellavi per pomeriggi interminabili, al fine di comprendere pienamente un trattato, da noi irriso, con ritrovata foga puberale, ricorrendo ad esondazioni verbali da brivido: «tra le tante noiosissime elucubrazioni che ci fanno obbligatoriamente studiare, era davvero necessario rimpinzarci la testa con l’ennesima farfugliata di riflessioni eteree e così ineffabili da non capirci un tubo, risalenti al biennio 1263-1264? Non bastava il Vattimo di turno ad allietare la frequenza di inevitabili corsi di filosofia? Dapprima sbottavi, poi ti calmavi, infine ti pentivi per aver deprezzato, così grossolanamente, uno dei giganti della Scolastica, il Dottore della Chiesa Alberto di Lauingen (1206-1280), oggi venerato come illustre Patrono degli scienziati! Pentimento o contrizione a parte, nei lustri dell’apprendistato saremmo stati ben lieti di fruire dell’ultima creazione di Riccardo Sambataro.

Le sette parole che parlano troppo

Ecco a voi la sua ultima creazione: «7 parole che parlano troppo. Prefazione a cura di Giovanna Rita Giardina, Carthago edizioni, Catania 2026, pp. 81, Euro13». L’autore è un pensatore-escursionista di genuina matrice etnea. Classe 1979, nato e residente a Belpasso, una vita divisa tra l’amore per la famiglia, la vocazione per gli studi filosofici e la percorrenza di itinerari che vanno dai Monti Rossi alle più ostiche ascese alle alture più conosciute e misteriose d’Europa, quelle del monte Etna. Dal quaderno sul quale viene vergato il presente articolo alla disamina delle parole che perimetrano un intero modo di concepire la vita, sul tavolo ligneo dello scrivente è aperto un grande classico del pensiero antimoderno.

Mi accosto al secondo capitolo de «Il regno della quantità e i segni dei tempi», dal 1945 il capolavoro più letto e osteggiato di René Guenon, per ricevere un’illuminazione dalla rara forza persuasiva: «La quantità è una base e nient’altro, e non bisogna dimenticare che la base, per definizione, è ciò che è situato al livello più basso». Messa da parte ogni remora sull’estensione del libro, ci accorgiamo che in questa pubblicazione la brevitas sia stata egregiamente assimilata dalla frequentazione con i classici, sulla scia del De Oratore di Cicerone.

Già nel 1° sec. a.C. il poeta latino Orazio lasciava ai posteri una “consegna”, ben raccolta dal “Malpassotu” Riccardo Sambataro: in breve cogere, ovvero compendiare quanto si scrive o si dice in poche parole. La forza “arcaica e semplice” di quest’opera, parafrasiamo dall’eplicit che conclude l’esperita prefazione della studiosa Giovanna Giardina, risiede nel fare meditare quanti leggono, con inserti di studiata brevità, su parole che, di buona regola, richiederebbero una Treccani per essere dipanate come Dio comanda! Ogni singola voce dell’opera assomiglia a un cammeo, finemente lavorato da un artigiano del pensiero, in grado di dare forma artistica a quel corallo grezzo, denominato «concetto», fino a renderlo un manufatto esclusivo.

La cattedratica Giovanna Giardina osserva, sulla scia di una profondissima conoscenza dello Stagirita, che il fruitore di questo lavoro assimila parole che «parlano troppo perché sono vive, perché sono radici, perché non smettono di generare significato». 7 parole per un’estensione massima di 7 “paginette”, risentono appieno, senza mai esserne apertamente sfoggiate, dell’impianto peculiare di diffusione del sapere umanistico, a noi originariamente pervenuto tramite l’«Organon» di Aristotele. Il viaggio conoscitivo intrapreso dall’autore ha inizio con la parola Filìa.

Il pensiero filosofico tra tradizione e modernità

Non avremmo mai immaginato di ricorrere al duo Mina-Cocciante con il loro brano «Questione di feeling», per rinverdire la padronanza di un lemma in grado di unire, accomunare, cementare quanto l’intelligenza artificiale (usate pure l’acronimo I.A. o A.I. a seconda del vostro tasso di autocolonizzazione linguistica) disconosce del tutto! Cosa dire sul Daimón? I mangaka si tranquillizzino, il personaggio di «Doraemon» non c’entra, in questo caso riscontriamo solo un’involontaria assonanza! Con il secondo lemma presentato nel libro, il filosofo tra le vette (etnee) allude a quella chiamata, un tempo compresa da tutti come vocazione, nel mondo secolarizzato di oggi parola che indica quanti vivono la propria esistenza come una missione.

Sei talmente immerso nel presente da scambiare la diacronia con un nuovo brand di orologi? Riprendi il lemma Teorenica e apri il tuo cuore alla dimensione dell’eternità. Quante volte abbiamo sentito parlare di Metodo? Televendite della Vanna Marchi di turno a parte, sarebbe ora di iniziare un «percorso ordinato verso la conoscenza», l’esatta antitesi a quanti sfoderano ogni metodo possibile per fottere il prossimo! Nel decifrare il lemma a seguire, il proverbiale umorismo di Ennio Flaiano non ci aiuta per nulla. L’unica assonanza che vorremmo bandire dalla pronuncia di Epistème è data dal duetto di fantasia “Einstein-Epstein”: onore al primo, dannazione al secondo!

Il valore delle parole nella società contemporanea

La parola appena citata sprona tutti noi a concentrarci su un percorso di «conoscenza certa, fondata e giustificata». Se credete nella protezione dei Santi, vada parimenti il riconoscimento di quell’influencer d’eccezione sulla nostra vita, quello spirito foriero di bontà e forza interiore, l’«Eudaimonìa». Il carosello sulle parole-simbolo, da radicare nella nostra coscienza, si chiude con Safès, parola con la quale designiamo quanto è luminoso ed evidente, in antitesi a quanto viene strumentalmente presentato con oscure verbosità e con un lessico “inarrivabile”.

Abbiamo dimenticato gli strali polemici rivolti dallo scrittore Italo Calvino ai fautori del “burocratichese”, ovvero a quanti infondevano il «terrore semantico» negli utenti delle bollette, nei frequentatori degli studi legali e dei tribunali, dei paganti in una sede del fisco o in un ufficio da commercialista? Finalmente leggiamo una riflessione sulla nomenclatura dai toni seri e pacati. A quale «Autodafé immaginato» sottoporremo l’autore di «7 parole che parlano troppo»? Con tutta la volontà di inquisitori costruttivi e mai distruttivi, troviamo una sponda dove approdare, posta a conclusione dell’agile volumetto. Il compianto Professore Concetto Martello, cattedratico di «Storia della Filosofia Medievale» presso l’Università di Catania, scomparso lo scorso 23 gennaio 2026, si esprimeva sul lavoro del filosofo Riccardo Sambataro con le sue “solite” argomentazioni, improntate ad una riflessiva solidità e scevre da giudizi compromissori od accomodanti.

Il Professore Martello gradiva autodefinirsi un “comunista del secolo scorso”, irriducibilmente marxista e materialista. Nello scrivere una mail di “recensione” alle bozze preparatore del libro sulle sette parole, egli dichiarava al suo ex studente, oggi pubblicista di saggistica filosofica in pectore: «Certo la sua impostazione teoretica (anzi “teorenica”) è molto distante dalla mia, materialista e irriducibilmente progressista, anzi processista (ma non indifferente agli esiti, sempre provvisori, dei processi), attraverso cui esprimo il mio bisogno di sozein ton kronon, l’affascinante e spietato gentiluomo che tutto fa nascere e crescere e tutto falcia e livella». Da credenti irriducibili, quali siamo, abbiamo percepito un’avvisaglia profetica in queste righe, datate al 13 gennaio 2026; l’accademico catanese sarebbe caduto, sotto i colpi livellanti della falce, appena dieci giorni dopo.

La constatazione di una prospettiva, continuativa e di lunga durata, insita nelle 7 parole rivolte da Sambataro a qualsiasi lettore colto e coscienzioso, ha tanto più valore in quanto è formulata da un esperito militante, proveniente “dal lato opposto della barricata”. Siamo lontani anni luce da quella tronfia saccenza, profusa, con ipocrisia e malafede, da tanti carrieristi senza scrupoli, autoproclamatisi specialisti! Deo Gratias, questo non è un opuscoletto per i finti maestri di turno, ipercritici solo per convenienza!

«L’Autodafé immaginato» non può che concludersi con un proclama, che riprendere la celebre esortazione di Friedrich Schiller, tratta dall’«Educazione estetica dell’uomo», oggi più attuale del 1795, anno della sua prima pubblicazione: «Scoraggiata e senza speranza, la filosofia deve dunque ritirarsi da questo campo?». Grazie al lavoro di Riccardo Sambataro, disponiamo di un nuovo, prezioso, strumento di accompagnamento per la crescita civile di tutti noi. La Buona Battaglia delle idee, poggianti su coriacee parole, verrà combattuta facendo riferimento anche a questo sano armamentario lessicale.

Puntata n°1 di venerdì 13 marzo 2026

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Marco Leonardi

Marco Leonardi è professore universitario e medievista di chiara fama, studioso attivo nel panorama accademico e autore di numerose pubblicazioni scientifiche e interventi sulla stampa periodica. Il suo lavoro si concentra sull’interpretazione storica come strumento per comprendere il presente e stimolare il pensiero critico.

Per L’Urlo firma la rubrica “Autodafé immaginato”, uno spazio dedicato alla riflessione, al confronto culturale e alla lettura non convenzionale dei temi contemporanei.