8 marzo: festa o momento di riflessione?
Al ripresentarsi della ricorrenza, ogni anno, si assiste immancabilmente a una celebrazione, a dirla in sincerità, vuota di significato, se soltanto ci si riferisse alle tantissime aggressioni dei maschi nei confronti di mogli, compagne, fidanzate e sconosciute, senza parlare degli assassinii. Sul piano terminologico due parole danno il senso della celebrazione abrasiva dei significati dell’8 marzo, festa e femminicidio, in quanto nell’uso comune, a godere della mobilitazione dell’altra metà del cielo sono ristoranti, trattorie e pizzerie.
Violenza sulle donne e femminicidio: un problema ancora attuale
Terminato il rituale, dall’indomani tutto torna, sul piano della sopraffazione maschile, prevalentemente in ambito domestico, anche sociale, allo stato precedente. Salvo a distinguere l’omicidio comune dal trucidamento della congiunta a opera del convivente. Sì, appunto, a leggere tra le righe, anche le azioni hanno una semantica esplicita, alla stregua delle parole, le quali contestualizzate nel discorso assumono valore intrinseco. A cielo aperto, da intendersi tra l’indifferenza generale, la donna può essere strattonata, insultata, sbeffeggiata, a maggior ragione se il maschio accompagnatore è un familiare.
Sintomo di una subcultura rediviva, difficile da sradicare. Se questa è la regola, da dove nasce l’incrementarsi della violenza contro le donne? Da uno spaccato sociale, indubbiamente in evoluzione, tale per cui la schiava affrancata ha acquisito una maggiore consapevolezza del proprio stato individuale di libertà. Talvolta la difesa del proprio diritto all’autodeterminazione raggiunge vette di reazione decisa nei confronti del maschio ruspante, alfa lo definiscono gli psicologi, il quale, destrutturato da una mancata capacità di controllo della propria rabbia, disturbato di suo da patologie nervose afferenti alla propria personalità, reagisce con il ricorso alla aggressione.
Le radici culturali della sopraffazione maschile
Sia chiaro, non si tratta di malattie psichiatriche catalogate nel Dsm 5 tr (Diagnostic and statistical manual of mental disorders, fifth edition text revision) sono lacune profonde, vuoti veri e propri di presupposti educativi, affondanti nella mancata capacità di insegnamento della gestione delle emozioni, addebitabile, in primo luogo alla famiglia di origine, alla scuola, in seconda istanza.
D’altronde, se soltanto si volesse osservare con occhi scevri da condizionamenti, il comportamento di diversi uomini politici, ci si renderebbe lucidamente conto dell’involuzione avvolgente, in corso nella società globale, nella quale il personalismo sostituisce le regole del vivere civile, in società, dove la complessità di pensiero, religione, idee, comportamenti, richiede adeguate, pazienti, plurali e composite reazione da un lato del singolo, sul fronte pubblico della collettività, totalmente diverse rispetto già a qualche anno fa.
Educazione, famiglia e società: dove nasce il problema
A essere conseguenti, le reazioni ai cambiamenti globali, almeno in Italia, non hanno nulla di adeguato, sconfinano nell’autoassoluzione, ripercorrono i luoghi comuni di trasmissioni televisive, quantunque prive di significato, peggio tali da incrementare pregiudizi, da inseguire gli ascolti nella rincorsa a solleticare gli istinti più bassi, a cominciare dalla paura, dei telespettatori. D’accordo, le generazioni dei nativi digitali, Z e Alpha, si intrattengono, ormai, sullo smartphone, rifuggendo da mass media siano essi giornali, riviste, televisioni, manco a parlarne delle radio, ma il problema vero rimane quello dell’incultura, prima dei genitori, a seguire degli insegnanti, in larga misura incapaci di trasmettere valori indispensabili ad affrontare la realtà, il lungo percorso da compiere nell’arco dell’esistenza.
Ai tanti estimatori di Anna Karenina, di Madame Bovary, di Les liaisons dangereuses, in traduzione, I legami pericolosi, senza scomodare la Recherche di Marcel Proust sarà chiaro quanta importanza rivesta l’introspezione psicologica, la capacità di leggere in sé stessi prima di affrontare il dolore o la gioia da condividere con una compagna o una amica, visitando la solitudine dell’abbandono come condizione esistenziale imprescindibile, in quanto la saggezza di antichi adagi la descrive con il detto, si nasce soli, quantunque la genitrice sia la spinta unica a dare luce agli occhi, e si muore in solitudine.
I dati sulla violenza contro le donne nel mondo e in Italia
Quantunque lo vietino le regole del giornalismo di mostrare la crudezza dei dati nei titoli di coda del pezzo, a ricordare l’8 marzo non come festa, bensì come il percorso in salita per costruire il rispetto per tutte le donne, nell’intento di affidare loro, insieme con i giovani, il compito di salvare il pianeta dalla catastrofe, è il caso di ricordare il numero delle vittime nel mondo: una ogni dieci minuti uccise da un partner o da un congiunto. Nel complesso, 51 mila all’anno, nel corso dell’ultimo decennio.
In questo contesto, in Italia, la ferocia contro le donne ha registrato 327 omicidi volontari nel trascorso 2024, avvertendo, peraltro della tendenza all’incremento di maltrattamenti, abusi e persecuzioni, patite da donne decise a lasciare il marito, il compagno o il fidanzato. A riprova dell’incapacità dei maschi di riparare le ferite narcisistiche dell’abbandono.