L’infarto cardiaco, il cervello e la risposta neuroimmunitaria: nuovi studi

di Riccardo Castro

Arrivare presto, perché ogni minuto che passa si perdono cellule cardiache. Riaprire l’arteria ostruita che blocca il flusso di sangue e ossigeno. Ridare nutrimento al miocardio. Sono questi i tre cardini della gestione dell’infarto: il primo dipende da noi, dalla rapidità con cui chiediamo aiuto; il secondo e il terzo spettano alla medicina moderna. Ma in futuro potrebbe non bastare più pensare solo al cuore.

L’infarto come evento sistemico, non solo cardiaco

Una ricerca sperimentale dell’University of California San Diego, pubblicata su Cell, ipotizza che l’infarto non sia soltanto un evento cardiaco locale, ma un fenomeno sistemico che coinvolge il cervello, il sistema nervoso e le difese immunitarie dell’organismo. Lo studio, coordinato da Saurabh Yadav e Vineet Augustine, mostra una visione nuova, ovvero che il cervello potrebbe interpretare l’ischemia cardiaca come se fosse un’infezione, attivando una risposta immunitaria eccessiva e disordinata, potenzialmente dannosa per il cuore già sofferente e per l’intero organismo.

L’idea è tanto semplice quanto affascinante. L’infarto non sarebbe solo un problema di flusso coronarico, ma una vera e propria “segnalazione sensoriale”: il cuore ischemico invia informazioni al cervello attraverso neuroni specializzati, in particolare tramite il nervo vago. Il cervello elabora questo segnale e, come farebbe in presenza di una lesione o di un’infezione, attiva il sistema immunitario. Non si tratta quindi di un evento isolato, ma di un circuito integrato che connette cuore, cervello e difese dell’organismo.

Il ruolo del cervello e del nervo vago

Gli studiosi lo definiscono come il primo modello completo di un approccio “a triplo nodo”, in grado di spiegare come mai un danno localizzato possa trasformarsi in una risposta sistemica sproporzionata. «Questa ricerca – commentano gli scienziati – rafforza un concetto che in cardiologia clinica stiamo iniziando a intuire da tempo: l’infarto non è solo un problema meccanico di un’arteria chiusa, ma un evento biologico complesso che coinvolge tutto l’organismo – Capire come il cervello e il sistema immunitario reagiscono al danno cardiaco potrebbe aprire, in futuro, a nuove strategie per limitare le conseguenze dell’infarto, oltre alla riapertura del vaso».

Dal punto di vista fisiologico, il meccanismo è coerente: dinanzi a un segnale di pericolo, il cervello “attiva” il sistema immunitario. Ma nell’infarto questo riflesso potrebbe diventare controproducente. L’iperattivazione immunitaria, infatti, invece di favorire la riparazione, finirebbe per amplificare l’infiammazione, il rimodellamento sfavorevole e il danno miocardico. Negli esperimenti condotti sui topi, i ricercatori hanno dimostrato che i neuroni sensoriali del nervo vago sono i primi a rilevare la lesione ischemica e a trasmettere il segnale a specifiche strutture cerebrali. Da qui parte la cascata che porta all’attivazione immunitaria.

«Le implicazioni cliniche sono ancora lontane, ma il messaggio è chiaro – concludono gli studiosi –. Oggi l’obiettivo resta riaprire l’arteria il prima possibile e salvare miocardio. Domani – affermano gli scienziati – forse, si potrà affiancare a questa strategia una modulazione mirata della risposta neuroimmunitaria, per evitare che un meccanismo di difesa si trasformi in un fattore di aggravamento».