Nella tradizione ebraica il nome di Dio non è un semplice segno linguistico, ma un mistero inviolabile. Pronunciarlo equivale a profanarlo, definirlo significa limitarlo. Questa concezione, maturata nel corso di millenni di riflessione teologica, ha influenzato non solo la spiritualità ebraica, ma anche il modo in cui il sacro viene raccontato nelle arti contemporanee. Tra queste, il fumetto si è rivelato uno dei linguaggi più adatti a confrontarsi con l’ineffabile, facendo del silenzio, dell’assenza e del simbolo strumenti narrativi centrali.
Il Tetragramma: un nome che sfugge alla voce
Al cuore della tradizione ebraica si trova il Tetragramma, composto dalle quattro lettere ebraiche Yod, He, Waw, He (יהוה), traslitterate come YHWH. È il nome proprio di Dio rivelato a Mosè nel libro dell’Esodo, durante l’episodio del roveto ardente. Alla richiesta di Mosè — “Qual è il tuo nome?” — Dio risponde con una formula che sfugge a ogni definizione: “Ehyeh Asher Ehyeh”, “Io sono colui che sono” o “Io sarò colui che sarò”. Non si tratta di una spiegazione, ma di una sottrazione: Dio non si lascia fissare in un’identità statica. È presenza continua, essere in divenire, realtà che precede e supera il linguaggio umano.
Il comandamento e la nascita del silenzio
Il divieto di pronunciare il nome di Dio invano, sancito dal secondo comandamento, ha generato una progressiva ritualizzazione del silenzio. Nel periodo del Secondo Tempio, il Tetragramma veniva pronunciato solo dal Sommo Sacerdote, una volta l’anno, durante il rito di Yom Kippur, nel luogo più sacro del Tempio di Gerusalemme. Con la distruzione del Tempio nel 70 d.C., anche questa pratica cessò, e la pronuncia del nome divino andò definitivamente perduta. Da allora, il nome di Dio non viene più detto: viene sostituito.
Adonai, Elohim, HaShem: dire senza dire
Nella lettura delle Scritture, al posto di YHWH si usa Adonai (“Signore”). In altri contesti compare Elohim, termine grammaticalmente plurale che esprime maestà e potenza. Nel linguaggio quotidiano, soprattutto tra gli ebrei osservanti, si preferisce dire HaShem, “Il Nome”. Queste sostituzioni non sono semplici convenzioni linguistiche, ma atti di rispetto teologico: Dio non può essere posseduto dal linguaggio, e dunque non può essere pronunciato come una parola qualsiasi.
Il sacro come assenza: una lezione per il fumetto
Questa centralità dell’assenza rende la concezione ebraica del nome di Dio sorprendentemente affine al linguaggio del fumetto. La narrazione sequenziale vive infatti di ciò che non è mostrato: lo spazio bianco tra le vignette — il gutter — è il luogo in cui il lettore costruisce il senso, immagina il movimento, completa l’azione. Allo stesso modo, il nome di Dio non viene pronunciato, ma agisce attraverso il silenzio. Un principio che molti autori di graphic novel hanno adottato consapevolmente quando si sono confrontati con il sacro, l’assoluto o il divino.
Dio nei fumetti: evocato, mai posseduto
In molte opere a fumetti, Dio non viene rappresentato direttamente. In The Sandman di Neil Gaiman, il divino è una presenza cosmica che si intuisce più che vedersi, filtrata attraverso miti, sogni e archetipi. In Promethea di Alan Moore e J.H. Williams III, il viaggio spirituale è espresso attraverso simboli, lettere e strutture grafiche complesse, influenzate apertamente dalla Qabbalah e dall’idea che il linguaggio stesso abbia un potere creativo. Will Eisner, autore profondamente legato alla cultura ebraica, ha spesso raccontato Dio per sottrazione. In opere come A Contract with God, la divinità non appare mai, ma è costantemente interrogata, contestata, cercata attraverso il dolore e la quotidianità dei personaggi. Dio non parla: è l’uomo a parlare con il silenzio. Anche in fumetti come Maus di Art Spiegelman, Dio non è un personaggio, ma un’ombra culturale, una domanda sospesa che attraversa la tragedia della Shoah senza trovare risposte semplici.
Lettere, simboli e misticismo grafico
Nella mistica ebraica, in particolare nella Qabbalah, le lettere del nome divino non sono semplici segni, ma forze attive della creazione. Questo concetto ha trovato un’eco diretta nel fumetto contemporaneo più sperimentale. Alan Moore, in opere come From Hell e Jerusalem, tratta parole e simboli come entità dotate di potere, capaci di modellare la realtà. Nel fumetto, il testo diventa immagine e l’immagine diventa rito: non si pronuncia il nome, lo si contempla.
Un silenzio che continua a parlare
In un’epoca dominata dalla sovraesposizione e dalla necessità di spiegare tutto, la tradizione ebraica del silenzio intorno al nome di Dio rappresenta una potente contro-narrazione. Il fumetto, più di altri linguaggi, ha dimostrato di saper dialogare con questa eredità, trasformando l’assenza in significato e il non detto in racconto. Il nome di Dio, nell’ebraismo, non si pronuncia. Nel fumetto, spesso, non si disegna. Ed è proprio in questa scelta condivisa (nel rispetto del limite) che il sacro continua a esistere, a interrogare e a parlare, senza mai essere ridotto a una semplice immagine o a una parola.