Norimberga affronta uno degli eventi più raccontati della storia del Novecento: il processo ai gerarchi nazisti. Ma il film sceglie consapevolmente di non concentrarsi sulla ricostruzione giudiziaria tradizionale. La sua forza sta nel punto di vista laterale, quello dello psichiatra incaricato di sorvegliare gli imputati prima del processo, il dottor Kelly, interpretato da Rami Malek.

Il compito dello psichiatra
Kelly viene mandato nelle carceri dove sono rinchiusi gli imputati con un obiettivo tanto delicato quanto inquietante: impedire che si suicidino. Se lo facessero, non potrebbero essere processati e non riceverebbero la pena che meritano. Il film si muove così su un piano psicologico ed etico, dove la giustizia non è solo punizione, ma anche esposizione pubblica del male.
Il rapporto pericoloso
Il cuore del film è il rapporto che Kelly instaura con uno degli imputati più spietati, l’uomo di fiducia di Hitler: Hermann Göring, un uomo intelligente, narcisista, dotato di una fortissima percezione di sé. Tra i due nasce una relazione ambigua, fatta di dialoghi serrati e di apparente fiducia. È un legame che, invece di facilitare il processo, rischia di comprometterlo, perché lo psichiatra finisce per avvicinarsi troppo al suo oggetto di studio.
Il film compie una scelta rischiosa e consapevole: porta lo spettatore a empatizzare, almeno inizialmente, con il personaggio negativo. È una strategia disturbante, che mostra quanto il male possa presentarsi come lucido, razionale, persino umano, prima di rivelare la sua reale crudeltà.
La trappola della testimonianza
Quando arriva il momento della testimonianza, il rapporto costruito tra Kelly e l’imputato si ribalta. Tutto ciò che lo psichiatra ha raccolto: parole, contraddizioni, manipolazioni, viene usato per mettere alle strette il successore di Hitler. L’uomo che sembrava avere il controllo si ritrova imprigionato nella propria immagine e nella propria mente.
Il problema della giustizia internazionale
Un aspetto particolarmente interessante del film riguarda la difficoltà stessa di costruire il processo. Le nazioni vincitrici: Gran Bretagna, Stati Uniti e le altre potenze alleate, si trovano di fronte a un problema enorme: non esistono leggi precise su cui basarsi. Il giudice che spinge per la realizzazione del processo deve confrontarsi con l’accusa di violazione del diritto internazionale, un concetto che, all’epoca, non era ancora chiaramente definito.
Il film solleva così una riflessione estremamente attuale: il diritto internazionale nasce spesso dopo i crimini, non prima, ed è inevitabilmente influenzato da chi detiene il potere politico. In altre parole, sono le grandi potenze a stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, mettendo in discussione l’idea stessa di una giustizia universale. Una contraddizione che rende il processo di Norimberga non solo necessario, ma anche profondamente problematico.
Storia, atmosfera e regia
Il racconto è arricchito da intermezzi storici originali e richiami alle Leggi di Norimberga, che rafforzano il legame con la realtà storica. La regia sceglie toni freddi, quasi clinici, mentre poche musiche epiche, usate con misura, amplificano la tensione del cosiddetto “processo del secolo”.
Credere nell’uomo
«Credo nell’uomo», afferma il giudice nel film. Norimberga sembra interrogarsi proprio su questo: se fosse possibile definire psicologicamente il male, forse si potrebbe evitare che accada di nuovo. Ma il film non offre risposte rassicuranti. Mostra piuttosto quanto sia sottile il confine tra comprensione e complicità, e quanto sia difficile fare giustizia in un mondo governato dal potere.